«Quanto ci hai messo?»

Andrea Tarabbia

È una delle domande che vengono rivolte più spesso agli autori quando presentano i loro libri: «Quanto ci hai messo a scriverlo?», come se facesse differenza se uno, per scrivere un romanzo, ci mette venti giorni e un altro invece trent’anni. Sembrerebbe ovvio che, al cospetto di un’opera d’arte, uno debba giudicarne la fattura, la bellezza, l’importanza, eppure pare che il tempo di lavorazione abbia una sua importanza per certi lettori. Così, quello che vi propongo è un piccolo catalogo, una ricognizione nelle tempistiche di stesura di alcune opere. Va da sé che non si parlerà dei soli tempi di composizione: cercheremo anzi di entrare almeno un po’ nel laboratorio di alcuni scrittori e di capire perché a certi libri, per nascere, basta un impulso, mentre ad alti, invece, serve una lunga, spesso dolorosa, gestazione.

Ma cercheremo anche di capire se i tempi e i modi di composizione hanno a che vedere con la natura del testo su cui un determinato autore lavora.

Ci farà da faro Vaclav Havel (1936-2011), che negli ultimi anni della sua vita fu presidente della Repubblica Ceca, ma che in gioventù era stato, oltre che dissidente, drammaturgo e scrittore. Ebbene, all’inizio degli anni Novanta, intervistato da Lou Reed, Havel, a proposito dei tempi di composizione dei discorsi che la sua carica di presidente di Stato gli imponeva, confidò che per lui scrivere questi discorsi era molto facile, ma che alcuni esponenti politici si erano risentiti del fatto che avesse pubblicamente ammesso di metterli su carta molto velocemente e senza difficoltà; così aveva imparato a mentire, dicendo che ora impiegava molto più tempo.

Perché il punto è proprio questo: qualcuno (certi lettori, certi politici) ha bisogno di sapere che ci hai messo molto, moltissimo tempo a redigere la cosa che leggerà – lo ritiene una forma di impegno e di rispetto. Eppure ci sono opere molto importanti che sono state scritte in venti giorni, e autori che hanno trascorso la propria vita a scrivere e pubblicare forsennatamente per pagarsi i debiti, e in fin dei conti metterci parecchio a scrivere un libro non è sinonimo di qualità.

 

Forma e contenuto

Il più famoso tra i libri scritti di fretta è Sulla strada, dello scrittore nordamericano Jack Kerouac. È il romanzo culto della beat generation, e fu scritto su un “rotolo” di carta per telescrivente lungo 36 metri dal 2 al 22 aprile dell’anno 1951 (per inciso: quel rotolo nel 2001 è stato venduto all’asta per due milioni di dollari) sotto l’effetto, pare, del caffè e della benzedrina.

Perché il romanzo fu scritto in soli 20 giorni? Ci sono molte risposte possibili: perché fu concepito in un momento di furibonda ispirazione; perché il caffè e la benzedrina ti tengono sveglio, ti danno euforia e, per così dire, “voglia di fare”; perché la storia è in sé veloce, compatta, secca, non ha grandi momenti di riflessione, dà l’idea di essere scritta come in presa diretta, e dunque riuscire a metterla su carta in pochi giorni è un modo per conservarne la freschezza; ma anche perché, per fare un romanzo, bisogna inventarsi una forma, e bisogna che questa forma rispecchi il contenuto: così un libro “veloce”, ambientato sulle grandi strade americane, scritto a ritmo di jazz, dove si vivono avventure e ci si stona, deve avere impresso nello stile e nella lingua la stessa rapidità e irrequietezza di cui racconta. È a questo che sembra alludere lo stesso Kerouac quando scrive: «Mi procurerò un rotolo di carta da infilare nella macchina da scrivere e scriverò le cose il più veloce possibile, esattamente come sono successe, tutto in una botta, e al diavolo quelle fasulle architetture». Questo concetto della velocità e della corrispondenza tra metodo di composizione e contenuto viene confermato dall’autore in una lettera all’amico Neil Cassady (che del romanzo è coprotagonista col nome di Dean Moriarty). Sentite qui: «Sono andato veloce perché la strada è veloce. (…) ho scritto un romanzo su una striscia di carta lunga 120 piedi infilata nella macchina da scrivere e senza paragrafi, fatta srotolare sul pavimento e sembra proprio una strada». Ecco, Sulla strada va veloce, e dunque veloce deve essere stata anche la sua fase di composizione.

 

Esperimento con il tempo

Nel 2012, Andrea Bajani ha pubblicato un piccolo, particolarissimo libro che si intitola La mosca e il funerale. È incentrato su una cosa molto semplice e molto dolorosa: il funerale di un uomo anziano raccontato dal nipote, un bambino che, mentre la cerimonia prosegue, si guarda attorno e registra ogni cosa che sente o vede con la tecnica del flusso di coscienza.

Ma non è questa la vera particolarità del racconto. La particolarità è che, come dice Bajani stesso, La mosca e il funerale è stato scritto in un solo giorno, durante una seduta di 18 ore ininterrotte di scrittura «durante le quali non ho mai smesso di battere con le mani sulla tastiera, concedendomi soltanto brevi fisiologiche pause. Mi sono limitato a farmi trascinare al guinzaglio dalle parole».

Fermiamoci un attimo a riflettere, mettiamo insieme le informazioni che abbiamo raccolto: c’è un libro scritto seguendo un’idea di flusso, dove le cose accadono per via di associazioni di idee, e dove vengono registrati i pensieri del protagonista con puntualità e puntiglio. Tutto ciò che il bambino pensa entra nel racconto; anzi: il racconto è fatto da ciò che il bambino pensa. Ma, e qui sta il punto, siccome il bambino pensa ininterrottamente, la scrittura che ne registra i pensieri non può essere mai interrotta. C’è una totale identità e corrispondenza tra il contenuto e la tecnica con cui viene riportato. Verrebbe quasi da dire che il testo viaggia alla stessa velocità con cui viene “pensato”, se non che c’è un limite fisico che non permette questa totale sovrapposizione: scriviamo in modo più lento rispetto a come pensiamo, digitare una parola richiede più secondi rispetto a quanto richieda pensarla. Dunque, i pensieri pensati durante un’ora di funerale richiedono fino a diciotto ore per essere messi su carta.

Ma proviamo a metterci, anziché dalla parte del protagonista o dell’autore, dalla parte di chi legge: quanto ci vuole per leggere La mosca e il funerale? Il testo è lungo una settantina di pagine, ma il font è grande, e una pagina si legge in meno di un minuto: dunque, al netto del fatto che ciascuno di noi legge a una velocità diversa, si può dire che, almeno nelle intenzioni, il tempo di lettura del racconto è compreso tra i 45’ e i 60’ – vale a dire che La mosca e il funerale dura quanto il funerale che mette in scena.

Allora, in un certo senso, La mosca e il funerale è un racconto perfetto, perché dà conto, nei dettagli, dell’attività di una mente momento per momento. Respira come il suo protagonista, azzera la distanza tra tempo e racconto, vecchio cruccio di studiosi e scrittori, e fa in modo che il tempo di lettura coincida con il tempo del racconto.

 

Scrivere alla stessa velocità dei fatti

Nel 1959 il New York Times pubblica un trafiletto in cui si dà conto di un brutale omicidio avvenuto a Holcomb, nel Kansas: durante una notte, la famiglia Clutter è stata sterminata apparentemente senza motivo da due balordi, Perry Smith e Dick Hickock. I due si sono introdotti in casa Clutter probabilmente per fare una rapina ma poi, presi da un raptus, hanno ucciso in modo barbaro padre, madre e figli. Quel trafiletto viene letto e ritagliato da Truman Capote, che è già considerato uno dei più grandi scrittori americani viventi. Capote sta da tempo ragionando su un nuovo modo di fare letteratura partendo dal “vero” e quell’omicidio, per qualche motivo, gli sembra l’innesco giusto per un libro che, come oggi sappiamo, ha cambiato il modo di intendere il rapporto tra realtà e finzione: di fatto, A sangue freddo, un’opera pubblicata a puntate sul “New Yorker” e poi in volume nel 1965, crea un genere, il non-fiction novel e un nuovo modo di rappresentare la realtà.

Ma a noi, in questa sede, che cosa succede in A sangue freddo interessa fino a un certo punto. Ciò che ci preme fare è ragionare su come il libro è stato scritto e su quanto tempo la stesura ha richiesto al suo autore. E qui, lo dico subito, siamo al cospetto di un caso molto particolare: anzitutto, la stesura del libro acuisce i problemi con l’alcol di Capote e, di fatto, nonostante egli, dopo la pubblicazione dell’opera, abbia ancora una ventina d’anni da vivere, sente che la sua vena creativa si sia ormai esaurita; dopo il 1965 a lungo Capote si rifiuta addirittura di scrivere perché il lavoro al libro lo ha prosciugato. Perché?

Capote prova (anzi: riesce) a descrivere in modo oggettivo dei fatti che hanno sconvolto l’America: non ci sono nel libro giudizi morali su Smith e Hickcock, né sulla comunità di Holcomb. Di fatto, A sangue freddo è un tentativo di coniugare la più alta letteratura con l’obiettività dell’inchiesta giornalistica. Eppure, allo stesso tempo, Capote entra nelle teste dei due killer, vi cerca turbe e insoddisfazioni, vi trova perfino delle somiglianze con sé stesso: dice a più riprese che tutto sommato le loro infanzie negate somigliano alla sua, e che soltanto per un colpo di fortuna egli si è trovato a scrivere di un omicidio anziché commetterlo. Insomma, si identifica con Smith e Hickock: va a trovarli in prigione e ne diventa il confidente, la persona che li ascolta. Ovviamente loro sanno che il suo ascolto è interessato, e tuttavia, se non si può parlare di amicizia, di sicuro si può dire che il rapporto che si instaura nel tempo fra i tre è di fiducia e compassione.

Ma Smith e Hickock vengono condannati a morte. Benché provi ad aiutarli, Capote sa che, come reporter, non dovrebbe intervenire nei fatti, perché questo significherebbe modificarli, mentre lui si è dato il semplice compito di registrarli e di scriverne. Per sei anni, vive a stretto contatto coi due condannati, li conosce a fondo, li consola perfino, ma a poco a poco – e qui sta il punto – capisce che il libro che sta scrivendo può finire solo se finisce la loro storia. Detto altrimenti: Capote sa che può mettere il punto finale su A sangue freddo solo il giorno in cui verrà eseguita la sentenza. Immaginate: per sei anni conoscete due persone, due assassini, guadagnate la loro fiducia e siete sinceri nel chiederla; loro si fidano di voi tanto da confidarsi e voi, in queste confessioni, trovate dei punti in comune con quello che siete o siete stati. Eppure, a un certo punto, capite che la vostra vita può andare avanti solo dopo la loro morte, anzi, solo a patto che loro muoiano. E questo perché dovete scrivere di questa morte per poter completare il libro a cui lavorate.

Ecco il dramma di Truman Capote e di A sangue freddo, ed ecco la storia di un libro che, per essere scritto, ha bisogno che i suoi protagonisti – persone reali, che l’autore va a trovare in carcere – muoiano. Questo è un libro la cui stesura va al ritmo della vita degli altri, ne segue il passo, ne desidera un andamento. Cinque anni e mezzo sono vissuti Smith e Hickock dopo la notte della strage: cinque anni e mezzo ha impiegato Capote a raccontare la loro storia.

Qui succede ciò che in La mosca e il funerale sembrava impossibile: il tempo della scrittura va di pari passo con il tempo della vita che racconta.

La storia di Capote e di A sangue freddo: https://www.youtube.com/watch?v=RgoSajNhtNs

 

Fingersi imperatore

Succede a volte che certi libri richiedano una vita intera per essere scritti. È il caso di Massa e potere di Elias Canetti (pubblicato nel 1960 dopo quasi 40 anni di lavorazione), ma anche di Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino (la prima edizione è del 1963, poi rivista nel 1967; la seconda, ampliata, è del 1976; la terza, di circa 1400 pagine, è del 1993, dopo che l’autore era già tornato sul testo nel 1991. Dunque è anche questo un libro che ha richiesto più di trent’anni di lavorazione), per non parlare dello straordinario Seminario sulla gioventù di Aldo Busi (scritto negli anni Settanta, pubblicato nel 1984 e in seguito rivisto, corretto, ampliato molte volte, l’ultima delle quali nel 2016).

Vorrei chiudere raccontando la storia di una gestazione lunghissima, e cercando di capirne insieme a voi i motivi. Ecco:

«Questo libro è stato concepito, poi scritto, tutto o in parte, sotto diverse forme, tra il 1924 e il 1929, tra i miei venti e venticinque anni. Quei manoscritti sono stati tutti distrutti. Meritavano di esserlo». (E poi, poco più avanti): « Progetto ripreso e abbandonato più volte tra il 1934 e il 1937». (E ancora): «Abbandonato il progetto dal 1939 al 1948 (…)». (E infine): «Questo libro è il condensato d’un’opera enorme elaborata per me sola. Avevo preso l’abitudine di scrivere ogni notte quasi automaticamente il risultato di queste lunghe visioni provocate, durante le quali mi inserivo nell’intimità di un altro tempo. (…) Ma ogni mattina davo alle fiamme il lavoro notturno; (…)».

Questi passi sono tratti dai Taccuini d’appunti che la scrittrice francese Marguerite Yourcenar mise in appendice al suo capolavoro, Le memorie di Adriano (1951).Tra ripensamenti, scoramenti e abbandoni, il romanzo ebbe una gestazione di circa 27 anni. Immaginate di trascorrere 27 anni in compagnia di un progetto; nel frattempo, ovviamente, fate anche altro, se siete scrittori portate a termine altri libri, ma quel romanzo lì, la storia dell’imperatore Adriano scritta da lui medesimo, in prima persona, continua a visitarvi, a tornare, a bussare alla vostra porta finché non decidete di rimettervi al lavoro.

Come è possibile convivere con un’impresa tanto titanica? Quale segreto può racchiudere, un libro, se costringe il suo autore a lavorarci per una vita intera? Nel caso delle Memorie, è la stessa Yourcenar a darci delle indicazioni: anzitutto, dice che all’inizio, l’idea era quella di scrivere della vita di Adriano sotto forma di dialoghi (alla Platone, per intenderci), e dunque i primi tentativi avevano quella forma. Ma era la forma sbagliata, perché nei dialoghi la particolarità della figura di Adriano andava perduta. Così Yourcenar brucia le carte, le abbandona, durante la Seconda guerra mondiale lascia le pagine rimaste in Europa, mentre fugge negli USA. Deve avvicinarsi al suo protagonista a piccoli passi: da un lato perché, essendo un personaggio storico, Adriano va studiato: per poterne scrivere Yourcenar deve conoscere il maggior numero di fonti possibile; dall’altro, perché si scrive solo di persone o argomenti con i quali si sente un legame speciale, e non è facile stabilire un legame personale profondo con qualcuno che è vissuto nel II secolo. Dunque scrivere le Memorie è un lento apprendistato, un avvicinamento a una persona di cui bisogna scegliere la voce, il tono, la calma, e alla quale bisogna, con un artificio, far dire «io».

Ma forse, il motivo dei 27 anni è chiuso in questa nota, con cui chiudo. Tenete conto, nel leggerla, che quando Yourcenar concepisce il libro ha solo 21 anni:

«Comunque, ero troppo giovane. Ci sono libri che non si dovrebbero osare se non dopo i quarant’anni. (…) Mi ci sono voluti tutti questi anni per calcolare esattamente la distanza tra l’imperatore e me».

Giorgio Albertazzi nei panni dell’imperatore Adriano: https://www.youtube.com/watch?v=sIx1IB5WqRw

 

Crediti immagini
Apertura: Copia di una delle ultime pagine di uno dei quaderni preparatori di Sulla strada di Jack Kerouac (Wikimedia Commons)
Box: Truman Capote (Wikimedia Commons)

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