Sconfiggere la natura

Andrea Tarabbia

Contro la natura, in teoria e in pratica

«Tu vuoi che l’universo intero sia virtuoso e non senti che tutto perirebbe in un attimo se sulla terra non ci fossero che virtù… Tu non puoi capire che, essendo necessario che esistano vizi, sarebbe ingiusto da parte tua punirli, come sarebbe ingiusto beffarsi di un guercio…».

Così scrive il marchese de Sade dal carcere di Vincennes in una lettera del gennaio 1782 indirizzata alla moglie. Da quasi vent’anni, ormai, Sade entra ed esce dalle carceri parigine (oltre a Vincennes, anche la Bastiglia e Bicêtre), tanto che nel 1814, data della sua morte, egli avrà trascorso rinchiuso circa 27 dei 74 anni che è durata la sua vita. E non solo in carcere: gli ultimi anni li trascorre nel manicomio di Charenton-Saint-Maurice. Che cosa ha fatto, Sade, per meritarsi tre decenni di reclusione? Ha dei debiti, ma non solo: ha, si dice, fustigato per divertimento una prostituta nel 1763 e, nove anni più tardi, ha dato delle pasticche ad altre prostitute facendole stare male. Questi sono alcuni dei fatti accertati, e ce ne sono altri, che hanno a che vedere con una filosofia di vita di cui Sade è il capostipite indiscusso: il libertinaggio. Niente, pare, che possa giustificare una vita dietro le sbarre. Eppure lui è là, a Vincennes: odia la suocera – e a ragione, perché dietro la sua segregazione ci sono i suoi magheggi –, scrive lettere furibonde in cui accusa chiunque di essere il mandante delle sue disgrazie, è consapevole dell’aspetto deviante dei suoi gusti sessuali, ma non si ritiene un criminale, per lo meno non tale da passare anni in galera. Ma ciò che a noi interessa non è tanto il fatto giuridico, piuttosto che è qui, durante questa reclusione, che nasce il Sade scrittore, quello che erigerà un intero sistema di pensiero basato sulla libertà totale, sul delitto e sull’idea di voler sopraffare la natura.

Espulso dalla società, Sade edifica nella propria testa e sulla pagina una «controsocietà» basata sul vizio, sull’individualismo esasperato e l’egoismo, sulla sessualità violenta ed esibita e, soprattutto, su una costante e cruenta accusa contro la creazione e la natura dell’uomo e di Dio: la società libera di Sade permette l’assassinio, il furto, la necrofilia, l’incesto. La sua rivolta è totale, e comprende tutti gli aspetti della vita sociale, intellettuale e spirituale del suo tempo. Egli rifiuta l’accostamento tra libertà e virtù: la libertà, infatti, non può sopportare limiti né imposizioni morali e, per essere veramente «libera», non può fare altro che associarsi al vizio. La libertà è la possibilità del delitto, oppure non è più libertà, ma una forma di limitazione e oppressione dell’individuo. L’uguaglianza degli esseri è la possibilità di disporre in egual misura di tutti gli esseri senza distinzione.
Questo pensa Sade, e a questo dà vita in opere radicali e fondamentali per la letteratura e la filosofia del suo tempo: Le 120 giornate di Sodoma (1785), Justine o le disavventure della virtù (1791), La filosofia del boudoir (1795).
La grandezza di Sade sta nella costante capacità di offrire una visione ribaltata e plausibile del mondo, in un regime di perenne conflitto con le cose e con le idee: la sua è una rivolta insieme metafisica e carnale, che contesta le radici profonde dell’uomo opponendovi un «controuomo» assolutamente credibile benché orrendo, per finire con il rivendicare quello che ogni visione del mondo rivendica: la libertà e la felicità. La regola aurea del libertino è cercare, sempre, il Male, perché solo tramite la pratica del Male si può aspirare ad essere un individuo totale, che non ha bisogno delle leggi degli uomini né di quelle di Dio.
È una rivoluzione, figlia del rancore, del dolore e di una visione del mondo esacerbata dalla detenzione. È la ricerca di una libertà assoluta: a Sade non interessa, o non solo, uscire dal carcere; a Sade interessa sconfiggere la natura, andarle ostinatamente contro per affermare sé stesso.

Il marchese de Sade e la (sadica) natura umana: http://www.artspecialday.com/9art/2019/06/02/il-divin-marchese-de-sade/

C’è un corollario a questa idea del mondo: la furia distruttrice predicata da Sade porta inevitabilmente all’autodistruzione. Se voglio sostituirmi a Dio e sopraffare la natura umana devo, in ultima analisi, distruggere ciò che Dio ha creato: dunque anche me stesso. La suprema elevazione dell’individuo è, per Sade, l’autoeliminazione. Il libertino desidera, alla fine del proprio percorso di sadico, diventare vittima. È il suo ultimo, definitivo piacere.
Sade lo scrive chiaramente, in passaggi come questo, tratto da Justine:

«Il vero libertino ama persino il biasimo che gli procura il suo esecrabile comportamento. Non se ne sono forse visti alcuni che amavano persino i supplizi che la vendetta umana preparava loro, vi si sottomettevano con gioia, e guardavano al patibolo come a un trono di gloria (…)?»

O in questo, dove a parlare non è un carnefice, ma una donna, Amélie:

«Giurami che un giorno anch’io sarò tua vittima; (…) diventare, spirando, l’occasione di un crimine è un’idea che mi fa girare la testa».

La storia in giallo ha dedicato una puntata al marchese de Sade: https://www.youtube.com/watch?v=ycrmo8m7jj0

 

Contro la natura, nell’immaginazione e nella letteratura

C’è un personaggio letterario che ha tratti simili a quelli del marchese De Sade – e che, per certi versi, sembra aver letto le opere dello scrittore francese e averle fatte proprie: è un giovane russo, rampollo di una ricca famiglia, un uomo che ha viaggiato per l’Europa, ha compiuto delitti inconfessabili e rappresenta il male assoluto. Si chiama Nikolaj Stavrogin ed è il protagonista-ombra del meno letto ma più importante tra i grandi romanzi di Fëdor Dostoevskij: I demonî (1873). (Già che ci siamo, facciamo chiarezza una volta per tutte: si dice demònî, con l’accento sulla o, perché la parola russa usata da Dostoevskij è il plurale di demonio, non di demone).

Dostoevskij comincia a scrivere il romanzo alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento quando, in Russia, si verificano numerosi attentati di matrice politica e cellule di terroristi stanno in sonno nella sua Pietroburgo e a Mosca. Ma Dostoevskij vuole andare oltre la cronaca e le questioni politiche: egli vede in questi fatti e in questo fermento l’occasione per raccontare quei tipi umani che, parole sue, «vanno sempre all’ultimo confine, passano sempre il limite». Così, riempie il romanzo di personaggi radicali, sadici, privi di scrupoli, votati alla causa della violenza: Pëtr Verchovenskij, un giovane che ama fare il male ed è a capo della cellula di terroristi attorno a cui ruota il romanzo; Aleksej Kirillov, uno studente il cui ideale è il nulla: preso in un vortice di pensieri che sarebbe molto piaciuto a Sade, Kirillov organizza (e compie!) il proprio suicidio per dimostrare che Dio e la sua legge non esistono. C’è solo l’uomo, che è Dio di sé stesso, e che ha un modo facile per dar prova di onnipotenza e libertà: uccidersi. Infine Stavrogin, che paradossalmente compare meno degli altri nel romanzo eppure ne è il motivo fondamentale, il punto verso il quale tutti i personaggi convergono per farsi educare al male. Le concezioni del mondo che i personaggi del romanzo hanno sono figlie, o per lo meno sono debitrici, di Stavrogin, che le ha create, suggerite, plasmate, coltivate: è per esempio in seguito a un colloquio con lui che Kirillov prende la decisione suprema di uccidersi, vincendo le sue paure.
Ma chi è Stavrogin? Secondo Pietro Citati, che ne ha fatto il centro di un suo grande saggio sul romanzo dell’Ottocento, egli è qualcuno che aspira al Male assoluto (e Il male assoluto è proprio il titolo del libro di Citati): Stavrogin vuole provare quella «esperienza insondabile», dalla quale non si ritorna». Così, quasi con indifferenza, in un passato recente ha violato una bambina portandola al suicidio: ma anche questo non l’ha gettato in un abisso – fosse di disperazione o euforia. È freddo, Stavrogin, vuoto, non si pente né si esalta nel compiere il male: è come morto. È qualcuno che è andato oltre i limiti naturali dell’uomo, e lo ha fatto senza subirne le conseguenze: emana un fascino di cui tutti cadono vittime, perché egli è colui che è andato dall’altra parte e ne è tornato. Come un personaggio di Sade, Stavrogin lotta contro la natura e contro Dio, compie il male e non ne sente il peso. È il primo demonio di un libro che si chiama I demonî, con l’accento sulla o.

Un articolo sul rapporto tra male, libertà e bellezza in Dostoevskij: http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_2/16.htm 

Infine, giochiamo un po’: il quotidiano inglese Guardian ha proposto una lista con i 10 personaggi più sgradevoli della letteratura: https://www.ilpost.it/2016/03/09/10-personaggi-negativi-letteratura/

Crediti immagini
Apertura: Ritratto di D.A.F. Sade a circa 20 anni di età (Wikimedia Commons)
Box: Marchese de Sade interrogato dalla polizia (Wikimedia Commons)

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