Tessere una storia. Letteratura e moda

Andrea Tarabbia

Prima di pensare ai vestiti, ai cappelli e in generale al costume, inteso sia in senso letterale che figurato, pensate a questo: uno dei due poemi su cui la nostra cultura è fondata, l’Odissea, ha per coprotagonista una donna che si tiene viva per anni lavorando a un telaio. Penelope tesse di giorno una tela per il sudario di Laerte e di notte la disfa: ha promesso ai Proci, che la vogliono come moglie poiché ne vogliono il regno, che sposerà uno di loro quando il sudario sarà pronto. Ma li inganna, e mentre il marito, che tutti credono morto, vaga per il Mediterraneo e incontra mostri, dèi, maghe e ninfe, lei fa e disfa la sua tela, come si dice nel secondo libro del poema, qui tradotto da Ettore Romagnoli per l’edizione Zanichelli del 1926:

«Una gran tela ordì nella reggia, ed a tesserla imprese,
sottile e lunga lunga: poi queste parole ci disse:
“Giovani miei pretendenti, poiché spento è Ulisse divino,
abbiate pazienza, per quanto bramosi di nozze,
ch’io questo manto compia, né vada perduto il già fatto.
Sudario per Laerte dev’essere, il dì che l’eroe
della dogliosa morte soccomba a la sorte ferale:
ché delle donne Achee non debba taluna incolparmi,
che senza manto giaccia chi tanti conquiderne seppe”.
Tanto diceva; e restò convinto il nostro animo altero.
Ella così, di giorno a tessere imprese la tela,
e poi di notte, a lume di fiaccola, tutto sfaceva.
Restò tre anni occulto l’inganno, e gabbati gli Achivi;
ma, come il quarto giunse, tornando la bella stagione,
una delle sue donne c’informò, che tutto sapeva;
e la cogliemmo, mentre sfaceva la fulgida tela.
Così, pur contro voglia, le fu necessario compirla».

Lavorando al telaio, Penelope continuamente rinvia il momento in cui dovrà decidere. Non è chiaro se lo faccia perché ha fiducia nel ritorno di Ulisse o perché sta prendendo tempo in attesa di capire cosa fare con i Proci, ma non è importante: ciò che conta è che in questo suo lavoro, in questo suo continuo fare e disfare, c’è una promessa e un inganno, e c’è nascosto uno dei principi fondamentali dell’arte della narrazione – qualcosa di molto simile a quanto capita ogni sera nelle Mille e una notte, quando Shahrazād rinvia all’indomani il finale del racconto, cosicché, per ascoltarlo, il re rimanda la sua esecuzione. Di cosa parlano, la tela di Penelope e i rinvii di Shahrazād? Parlano di desiderio, del saper aspettare qualcosa che, sì, ci verrà raccontato, accadrà, ma domani o nel prossimo capitolo; parlano di quella voglia che ci prende di sapere che cosa succede dopo, come si comporterà il protagonista di una storia che ci piace. Se faccio e poi disfaccio, se racconto ma non dico proprio tutto, lascio aperte delle possibilità alla narrazione, preparo chi mi legge o mi ascolta a tutti i finali possibili, stimolo la sua curiosità, lo pungolo, gli faccio desiderare che il libro o la storia vadano avanti. In una parola: ho creato un lettore, o uno spettatore, o un ascoltatore – qualcuno insomma che vuole, che desidera che ciò che sto raccontando vada avanti. E noi che leggiamo, e che vogliamo vedere come va a finire, siamo, se ci pensate, un po’ come i Proci e come il re persiano, o per lo meno vogliamo la stessa cosa che vogliono loro: che la storia prosegua e giunga a compimento.

L’antropologo francese René Girard ha studiato a lungo il problema del desiderio. Qui trovate un articolo che riassume il senso generale della sua ricerca:  https://www.ilpost.it/2015/11/05/idee-rene-girard/

È curioso che, per rappresentare questo rapporto tra chi legge una storia e la storia, la letteratura sia ricorsa – e da subito, da una sua opera fondativa – all’immagine di una veste e al lavoro sartoriale. Ma questa relazione, in realtà, è connaturata alla nostra lingua. Pensateci: quando vogliamo sapere di cosa parla una storia, non andiamo forse a leggerci la trama? Avete mai fatto caso che questa parola ha molti significati, di cui due hanno proprio a che vedere con ciò di cui parliamo in questo pezzo?

Prendo dallo Zingarelli:

«trama, s. f. 1 complesso di fili che nel tessuto si dispongono normalmente all’ordito e che s’intrecciano con quello durante la tessitura […] 3 (fig.) intreccio di un’opera narrativa, teatrale o cinematografica.»

E si potrebbe continuare: dopotutto, per raccontare una storia bisogna essere bravi a non perdere il filo del discorso… Ma non voglio giocare con le parole. Sto solo cercando di unire due mondi, quello della letteratura e quello della moda, che sì, sembrano lontani anni luce e per molti versi lo sono, ma che in fondo si nutrono da sempre l’uno dell’altro. Per esempio, la letteratura ha sempre usato la moda per raccontare lo “spirito dei tempi”.

Vediamo qualche esempio.

 

Moda come identità di un gruppo sociale

Pensate a una delle opere fondamentali del Settecento italiano, Il giorno di Giuseppe Parini. È un poemetto, dai toni ironici e perfino satirici, in cui si racconta dell’educazione di un fanciullo (anzi: di un “giovin signore”) membro di un’aristocrazia ormai in decadenza e ritratta in molti passaggi come sciocca, vacua, dedita a toelette, imbellettamenti, cambi d’abito e gioielli – una classe sociale insomma che si perde in frivolezze mentre, nel mondo reale, un’altra classe (quella borghese), portatrice di nuovi e più aperti ideali (quelli dell’Illuminismo), si sta facendo strada perché capisce meglio come funziona il mondo. Qui, se da una parte si può dire che Parini usi la moda e i costumi del tempo per bacchettare una classe sociale, dall’altra, però, si possono anche ricavare, da molti passi del poema, notizie su come le persone benestanti del tempo si vestivano e acconciavano, e dunque su come pensavano.

Sì, perché il punto è proprio questo: spesso la letteratura ha usato la moda come uno specchio magico attraverso cui mostrare ai lettori di ogni epoca i modi in cui le persone vivevano nei tempi andati.

Oggi, se vogliamo sapere qualcosa della vita quotidiana, dei vizi e delle virtù dell’Italia del Settecento, abbiamo a disposizione Parini, ma anche le straordinarie commedie di Goldoni, che sono un catalogo di gonne, lacci, fibbie, busti, corpetti, copricapi; se vogliamo sapere come si comportava la società russa del XIX secolo, abbiamo per esempio Guerra e pace di Tolstoj, che da questo punto di vista vale più di un libro storia: pubblicato nella seconda metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, questo enorme e meraviglioso romanzo storico dice molte cose delle abitudini degli aristocratici russi – da cosa mangiavano a come si vestivano al fatto, per esempio, che parlassero tra di loro in francese e non in russo, poiché il russo era considerata lingua delle classi inferiori e non acculturate. E la Francia? Ascoltate Proust, che in La prigioniera, quinto volume del ciclo Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927), racconta il carattere di una classe sociale intera attraverso le scelte d’abito della ricca signora di Guermantes. Ecco un esempio:

«Di tutte le vesti o vestaglie che portava la signora di Guermantes, quelle che mi sembravano rispondere di più a un’intenzione determinata, esser provviste di un significato speciale, erano quelle fatte da Fortuny su antichi disegni di Venezia. È il loro carattere storico, è piuttosto il fatto che ciascuna è unica che le dà un carattere così particolare e l’atteggiamento della donna che le indossa, mentre vi aspetta o parla con voi, acquista un’importanza eccezionale, come se quel vestito fosse stato il frutto di una lunga deliberazione e come se quella conversazione si staccasse dalla vita ordinaria come una scena di romanzo? In quelli di Balzac, si vedono eroine che indossano di proposito questo o quel vestito, il giorno in cui devono ricevere un certo visitatore. I vestiti di oggi non hanno tanto carattere, fatta eccezione per gli abiti di Fortuny».

Un piccolo approfondimento sul rapporto tra Proust e la moda del suo tempo: https://trama-e-ordito.blogspot.com/2010/12/proust-e-la-moda.html

Si potrebbe andare avanti a lungo, e studiare grazie agli esempi come gli scrittori di ogni epoca hanno ritratto l’umanità attraverso i suoi abiti: dai ragazzini miserabili di Dickens, con le loro scarpe bucate e i pantaloni strappati, alle abissali differenze di classe ritratte, anche attraverso il taglio delle giacche e dei grembiuli, in certe opere di Dostoevskij o Hamsun o Victor Hugo. Ma sarebbe un esercizio sterile, un mero elenco. Preferisco citare un passo molto significativo di un romanzo composto nei primi anni duemila da una scrittrice turca: lei è Elif Shafak e, in La bastarda di Istanbul (2007), fa, con poche pennellate che restituiscono i modi di vestire e di comportarsi di alcune donne, il ritratto impietoso di una società, quella turca, divisa in due tra spinte moderniste e filo-occidentali e un ritorno alla tradizione:

«A questo genere di serate partecipavano due tipi di donne, assolutamente diverse fra loro: le professioniste e le mogli. Le professioniste erano l’epitome della nuova donna turca, idealizzata, glorificata e portata a esempio dall’élite riformista; erano giuriste, insegnanti, giudici, dirigenti d’azienda, studiose, accademiche.
Contrariamente alle loro madri, non dovevano più trascorrere l’esistenza confinate in casa ma avevano la possibilità di farsi strada nella vita sociale, economica e culturale del Paese, a patto che lungo il percorso si liberassero completamente della loro femminilità. Di solito indossavano tailleur due pezzi marroni, grigi o neri, i colori della castità, della modestia e del rigore. Portavano i capelli corti, niente trucco, niente accessori: sembravano asessuate. Ogni volta che le mogli ridacchiavano in quell’odiosa maniera femminile, le professioniste stringevano più forte le borsette di pelle, come se contenessero segreti di Stato da proteggere a ogni costo.
Le mogli, al contrario, si presentavano in abiti di seta bianchi, rosa confetto e celeste pastello, le sfumature della femminilità, dell’innocenza e della vulnerabilità. Non amavano le professioniste, considerate più “camerate” che donne; a loro volta, le professioniste non avevano sim­patia per le mogli, considerate più “concubine” che don­ne.
Alla fine, sembrava che le une e le altre si giudicassero reciprocamente non abbastanza “donne”».

 

Moda come identità del singolo

Le “professioniste” del brano di Shafak si vestono in modo molto simile a una delle icone della moda e della letteratura del Novecento: la Holly Golightly che lo scrittore statunitense Truman Capote s’inventò come protagonista del suo Colazione da Tiffany, romanzo del 1958 diventato tre anni più tardi il film-manifesto di una delle più grandi dive di Hollywood di tutti i tempi – Audrey Hepburn. Holly è una modella dalla personalità infantile, generosa, sgangherata: cerca un uomo ricco da sposare nella New York dei tardi anni Cinquanta E veste abiti elegantissimi che, nella loro semplicità, creeranno un vero e proprio mito.

Ma il modo in cui ci vestiamo, o ci pettiniamo, o arrediamo la nostra casa, non dice soltanto quali sono le nostre aspirazioni o a quale gruppo sociale apparteniamo. Dice chi siamo, o chi vogliamo essere, nel nostro intimo. George Sand è un nome maschile, ma nasconde una delle più grandi autrici francesi del XIX secolo, che Flaubert considerava un genio: Amantine Dupin (1804-1876). Scrisse una mole sterminata di romanzi e racconti, ma lo fece, appunto, con uno pseudonimo maschile: si trattava, in realtà, di una prassi abbastanza consolidata in quegli anni, perché si riteneva che il pubblico fosse meglio disposto nei confronti degli autori maschi; ma Dupin/Sand fece di più: cominciò a vestirsi da uomo e a presentarsi come tale in società, poiché essere uomo, nella Francia del tempo, dava accesso a molti più posti o cariche rispetto all’essere donna. Ebbe degli amanti e una figlia, e girarono voci su una sua presunta omosessualità che non fu mai provata.

Sibilla Aleramo (1876-1960) fu invece una scrittrice che portò avanti battaglie femministe e che, nel suo romanzo capitale, Una donna (1906), basato su esperienze autobiografiche, racconta di una lunga impresa di emancipazione femminile da una società patriarcale che la opprime: la protagonista, Sibilla, finirà per abbandonare il suo uomo e il suo bambino in nome della libertà e dell’autodeterminazione. Ma a noi qui interessa la moda. Ebbene, nel 1930, Aleramo pubblicò un volumetto di prose, di ispirazione sempre autobiografica, tra cui c’è Capelli corti, il racconto in prima persona di una decisione, per l’epoca, a suo modo rivoluzionaria: Sibilla, seguendo la moda del taglio à la garçonne, si fa tagliare i capelli corti, come un uomo.

Ecco com’è andato il taglio di capelli di Sibilla Aleramo: https://losbuffo.com/2017/12/04/capelli-corti/

Chiudiamo il cerchio. La letteratura di oggi, quella strettamente contemporanea, ragiona molto spesso sulle questioni di identità di razza o di genere. Pajtim Statovci è uno scrittore finlandese di origini albanesi che ha scritto, tra gli altri, uno dei libri più importanti sul tema dell’identità e della rappresentazione di sé stessi: si chiama Le transizioni e racconta di Bujar, un ragazzo albanese che gira il mondo per bisogno e che sostiene che «nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle» – e dunque cambia identità, diventa donna, si reinventa a ogni capitolo, cambiandosi completamente: scopre insomma un nuovo modo di essere, fluido. Le transizioni è stato tradotto in italiano nel 2020, e questo link dell’editore Sellerio si può leggere il primo capitolo: https://sellerio.it/upload/assets/files/841,it,12280/11335-att.pdf

 

Crediti immagini:

Apertura: Penelope disfa la tela, Joseph Wright of Derby, 1785 (Wikimedia Commons)
Box: Sibilla Aleramo (Wikimedia Commons)

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