Tommaso d’Aquino, tra la Bibbia e Aristotele

Claudio Fiocchi

Ogni professione ha i suoi strumenti del mestiere e tra quelli del filosofo c’è senza dubbio il libro. Vuoi perché i filosofi, tranne Socrate, sono abituati a scrivere, vuoi perché spesso interpretano ciò che trovano in altri testi filosofici e non filosofici. Talvolta può capitare che un filosofo si trovi tra le mani libri molto diversi tra loro, ma sia restio a negare valore a uno di questi a vantaggio dell’altro. In questa situazione si trovarono molti filosofi e teologici medievali, quando accanto ai tradizionali libri della Bibbia e degli interpreti cristiani, iniziarono a comparire quelli di un grande filosofo dell’antichità: Aristotele.

 

La biblioteca degli scolastici

Molti umanisti guardavano con disprezzo le scholae medievali: luoghi di dispute inutili costruite su letture artificiose di testi. Eppure in quelle scuole erano di casa la cultura e l’insegnamento, condotto secondo un metodo tutt’altro che irrazionale: lettura di testi, individuazioni di punti critici, questioni interpretative, dibattiti, discussioni pubbliche ecc. Proprio la pratica della lettura e discussione pubblica dei testi aveva dato vita a un metodo particolare, la questio, ossia un confronto argomentato su problemi sorti dalla lettura di un testo.

All’inizio la Scolastica, come viene spesso chiamata la filosofia medievale, si muove nell’orizzonte della religione cristiana, imperniata sulla Bibbia e nell’orizzonte delle opere dei Padri della Chiesa, i grandi intellettuali della Chiesa. Si tratta di un contesto dinamico, sollecitato dal confronto tra le opere, dalle trasformazioni sociali e infine dal ritorno dei testi di Aristotele, per secoli scomparsi, che si affacciano a partire dal XII secolo sulla scena culturale. Nonostante le diffidenze e le censure, spesso solo locali, delle autorità, i testi di Aristotele si diffondono e finiscono con il diventare parte integrante del programma di studio delle Università. La loro accettazione non è però pacifica: alcuni teologi tradizionalisti, come Bonaventura da Bagnoregio rifiutano una piena integrazione dei testi di Aristotele nel patrimonio del sapere; altri, i cosiddetti “averroisti latini” ritengono invece che proprio la profondità di Aristotele dia alla filosofia un ruolo autonomo rispetto alla teologia. Una terza strada è quella prospettata da Tommaso d’Aquino.

Sul termine scolastica, vedi qui

 

Tommaso: nel cuore di un dibattito

Nato in una famiglia nobile nel 1224 o 1225, coinvolta nelle dispute tra papato e impero, il destino di Tommaso non era ben chiaro: possibile futuro abate di Montecassino o erede del padre? La sua vita prese una china diversa. Giunto a Napoli per studiare, entrò in contatto con due grandi novità dell’epoca: le opere di Aristotele e l’Ordine domenicano. Le opere di Aristotele, vecchie più di millennio, erano «nuove» solo agli occhi degli intellettuali dell’epoca, che le riscoprivano dopo secoli di oblio; l’Ordine domenicano era invece nuovo in tutti i sensi, perché appena fondato, basato su precetti di povertà e votato alla predicazione.

In qualche modo, Tommaso scelse entrambi, divenendo uno dei massimi pensatori della Scolastica. Anzi, egli (ma non fu il solo) è emblematico di tre delle principali caratteristiche della filosofia del XIII secolo: l’attività delle Università, dove Tommaso insegnò, la diffusione dei nuovi ordini monastici, e il confronto con i testi di Aristotele.

 

Conciliare, non rifiutare

Come conciliare una filosofia pagana con la teologia cristiana? Tra le diverse soluzioni al problema quella di Tommaso è stata tra le più durature. A suo avviso non vi è dubbio che la Rivelazione cristiana contenga la verità. Ma perché non avvalersi delle argomentazioni e dei concetti della filosofia aristotelica per chiarirla? Si tratta quindi di pensare in modo filosofico e recuperare dal filosofo greco concetti e teorie utili per chiarire anche la dottrina cristiana.

Questa impostazione emerge con chiarezza quando si tratta di dimostrare l’esistenza di Dio. Un paio di secoli prima Anselmo d’Aosta lo aveva fatto sia partendo dalla considerazione dei caratteri della realtà sia dal concetto di Dio. Tommaso segue invece un’altra strada, rifacendosi ai concetti proprio della fisica di Aristotele. Tommaso parte quindi dal principio secondo cui ogni cosa che è mossa è messa in moto da qualcos’altro, perché un ente in potenza è indotto al mutamento da un altro soggetto che è in atto sotto quell’aspetto. Conclude perciò che deve esistere un primo motore immobile che muova tutto il resto, pena l’impossibilità di spiegare il movimento e i mutamenti.

Questo uso delle argomentazioni aristoteliche non equivale a un’adesione in toto al pensiero di Aristotele, perché il Dio di cui parla Tommaso è il Dio cristiano che crea il mondo, gli conferisce essere, e non un principio che si limita a plasmare o a mettere in moto la realtà.

Gli esempi di riprese aristoteliche (ma in realtà anche di altri autori non cristiani) si potrebbero moltiplicare all’infinito: come per Aristotele, anche per Tommaso la felicità sta nell’attività intellettuale, ma la più alta attività della mente è la contemplazione di Dio dopo la morte; l’anima è immortale e distinta dal corpo perché svolge funzioni proprie, come suggerirebbe un passaggio proprio del De anima di Aristotele e così via.

Il confronto con Aristotele ha impegnato a lungo Tommaso e a lui dobbiamo commenti a buona parte delle opere dello Stagirita.

L’intera opera di Tommaso D’Aquino è disponibile qui

 

Famoso, ma a distanza di secoli

Morto nel 1274, Tommaso non diventa da subito un riferimento per il pensiero cristiano. Anzi, caduto nelle maglie delle condanne del 1277 emanate dal vescovo Tempier di Parigi, che prendevano di mira tesi ritenute eretiche, Tommaso viene riabilitato solo qualche anno dopo e il suo pensiero diventa il punto di riferimento dell’Ordine domenicano. Nel resto del Medioevo e nell’età moderna sarà uno dei vari autori scolastici e solo nell’Ottocento sarà oggetto di un particolare attenzione da parte della Chiesa cattolica che apprezzerà la misura della sua riflessione e l’attitudine conciliatoria.

Anche se molti pensatori moderni hanno fatto riferimento ad autori medievali, sul complesso della Scolastica è spesso caduto un giudizio negativo, per via del suo carattere libresco e delle sue sottigliezze argomentative, avvertite come astratte. Eppure le strategie di lettura, gli sforzi interpretativi, il metodo espositivo per problemi, le discussioni pubbliche disegnano un mondo intellettuale intenso, di cui si coglie ancora un’eco in una pratica sempre più diffusa nelle scuole con il nome moderno e forse accattivante di debate.

 

Crediti immagini
Apertura: Benozzo Gozzoli, Trionfo di San Tommaso D’Aquino, Duomo di Pisa, 1470-75 ca. (Wikimedia Commons)
Box: Lippo Memmi,Trionfo di san Tommaso d’Aquino, 1323 (Wikimedia Commons)

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