Tra santi e dottori: la peste e i suoi simboli

Valentina Marano

Il pellegrino che non temeva il contagio

Un uomo col bastone, accompagnato da un cane, che indica una ferita sulla sua coscia: forse un viandante che si è infortunato durante una passeggiata? Se così fosse, sarebbe poco probabile trovarlo ritratto in numerosi dipinti dal XV secolo in avanti. Invece è figura ricorrente, sia in polittici e sacre conversazioni, sia in dipinti di cui è il soggetto principale.

Si tratta di San Rocco, al secolo Rocco di Montpellier, vissuto nel XIV secolo.

Effettivamente una connessione con i viandanti c’è: la leggenda vuole che, persi entrambi i genitori, Rocco decida di intraprendere un pellegrinaggio da Montpellier a Roma. Il bastone e il mantello, dunque, sono gli attributi che lo identificano subito come pellegrino. A volte il concetto viene rafforzato dalla presenza di una conchiglia: in origine simbolo del pellegrinaggio a Santiago de Compostela, divenne in seguito simbolo del pellegrinaggio tout court.

Lungo il cammino per Roma, sosta in diversi paesi emiliano-romagnoli per prestare assistenza ai malati di peste, operando guarigioni miracolose. Dopo aver incontrato il papa Urbano V, che ha appena ricondotto la corte papale a Roma da Avignone, riprende la via del nord dove, all’altezza di Piacenza, scopre di aver a sua volta contratto la peste. Qui, onde evitare di contagiare altre persone, si ritira in “isolamento volontario”, diremmo oggi, in un bosco. Ecco dunque perché il santo indica la ferita sulla coscia: si tratta del cosiddetto bubbone, sintomo inconfondibile della malattia che in due terzi dei casi si manifesta proprio in quest’area del corpo. Si tratta della tumefazione di uno dei principali gangli del sistema linfatico, a causa della proliferazione dei bacilli del morbo al suo interno.

Non avendo potuto fare grandi scorte di cibo, e debilitato dalla malattia, San Rocco sembrerebbe destinato a morire rapidamente di stenti. Ma viene aiutato dall’intervento divino: ecco entrare in scena il cane con cui viene sempre raffigurato, che gli porta ogni giorno un tozzo di pane. A volte è presente anche un angelo, che secondo alcune versioni della leggenda indica a Rocco una sorgente d’acqua e secondo altre risana il bubbone.

 

Francisco Ribalta, San Rocco, 1600/1610. Valencia, Museo di Belle Arti (Wikimedia Commons), Bartolomeo Vivarini, San Rocco e l’angelo, 1480. Tempera e oro su tavola, 142,1 x 65,5 cm Venezia, Chiesa di Sant’Eufemia (Wikimedia Commons)

 

Nonostante queste limitate misure terapeutiche, grazie forse anche alla giovane età e alla mancanza di patologie pregresse, Rocco guarisce e riprende il viaggio per tornare a casa. Sull’ultima parte della sua vita le notizie si fanno molto incerte: si sa che venne incarcerato come persona sospetta a Voghera, dopodiché secondo alcune tradizioni la morte avvenne qui, secondo altre a Montpellier.

Sta di fatto che proprio da Voghera prende avvio il culto del santo, la cui celebrazione è attestata già in uno statuto comunale di fine Trecento.  Nel 1485, dopo alterne vicende, la maggior parte dei suoi resti furono portati nella chiesa di San Rocco a Venezia, dove si trovano tutt’oggi.

 

La peste dipinta

Proprio in questa chiesa si trova quella che viene ritenuta una delle prime rappresentazioni della peste nella pittura veneta: la grande tela di Tintoretto San Rocco risana gli appestati.

 

Jacopo Robusti detto Tintoretto, San Rocco risana gli appestati, 1549. Olio su tela, 304×673 cm. Venezia, Chiesa di San Rocco (Wikimedia Commons)

 

Nel dipinto, tutti gli elementi strutturali (composizione a x, ambientazione notturna con fasci di luce convergenti, schema prospettico del pavimento) convogliano l’attenzione sulla figura centrale del santo, ben identificabile non solo per l’aureola ma anche per gli attributi che ormai ben conosciamo: il mantello e il cane.

Ciascun personaggio è colto in un diverso stato di prostrazione: Tintoretto concepisce la scena come un catalogo di pose in cui sperimentare virtuosismi e arditezze, come le figure in scorcio del cadavere deposto nel corridoio di sinistra e del malato in primo piano a destra.

Le donne presenti, tra cui le due che entrano da entrambi i lati come uscissero da quinte teatrali, sono probabilmente prostitute che, in occasione delle epidemie, venivano assoldate per l’assistenza ai malati.

I bubboni tipici della peste, ben evidenti su gambe e braccia degli appestati, ci informano che l’ambiente raffigurato è quello di un lazzaretto, cioè un ospedale concepito per l’isolamento di persone affette da malattie contagiose.  Essendo Venezia un porto aperto, che basava la sua ricchezza proprio sulla fecondità degli scambi commerciali con altre città e altri stati, le autorità locali aumentarono progressivamente le misure atte a contrastare le ondate di epidemie che ciclicamente la colpivano, istituendo appunto apposite strutture di cura e organi di controllo.

 

Presidi anticontaminazione e preghiere

 Tra questi c’erano anche i cosiddetti medici della peste, che dal Seicento acquisirono una specifica iconografia molto ben riconoscibile grazie all’invenzione, alla fine del XVI secolo, di un caratteristico abito a cura del medico francese Charles de Lorme. La sua divisa si diffuse infatti in tutta Europa, durante le ondate di pestilenze, tra i dottori che dovevano visitare gli appestati.

Secondo le poche conoscenze scientifiche e le molte credenze popolari, una copertura quasi completa limitava l’esposizione al contagio. Anche a Venezia l’abito divenne presto popolare, tanto da diventare addirittura un personaggio della Commedia dell’Arte.

 

Paul Furst, Il dottor Schnabel (medico della peste nel XVII secolo a Roma). Pubblicato in Die Karikatur und Satire in der Medizin: mediko-kunsthistorische Studie (1921) (Wikimedia Commons)

 

L’abito constava di una tunica di tela cerata, molto lunga e coprente. La divisa era completata da guanti, scarpe e cappello. I medici indossavano poi una maschera dal naso estremamente pronunciato, simile a un becco: si pensava fungesse da filtro, essendo riempito di materiali imbevuti di profumi, aceto e presunti disinfettanti. Si credeva infatti che il potere contagioso della malattia risiedesse negli odori. Le lenti di vetro dovevano proteggere gli occhi dai miasmi. Con la bacchetta il medico poteva visitare i malati senza entrarvi in contatto diretto.

Una delle epidemie più devastanti per Venezia si sviluppò in due ondate, nel 1575 e nel 1630. Al termine della seconda, come ex voto alla Madonna per la grazia ricevuta, il doge Francesco Erizzo fece costruire la Basilica di Santa Maria della Salute, su progetto dell’architetto Baldassarre Longhena.

 

Baldassarre Longhena, Basilica di Santa Maria della Salute, 1687. Venezia (Wikimedia Commons)

 

È singolare come queste tradizioni parlino ancora forte e chiaro al nostro presente: per esorcizzare la paura del Coronavirus, la sera del martedì grasso (25 febbraio) a Venezia si è svolta una processione di maschere di medici della peste, mentre domenica 1 marzo il patriarca di Venezia ha affidato la salvezza della città all’intercessione della Madonna, celebrando messa in una Basilica della Salute semideserta.

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Commenti [8]

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  1. Norma Borsella

    Fantastiche riflessioni…grazie

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  2. Rosa Maria Mastrolonardo

    Grazie, questo articolo mi sta permettendo di avviare la didattica a distanza; ho inviato già il pdf agli alunni . Come insegnante di storia dell’arte è un ottimo punto di partenza, ovvero legare al vissuto odierno lo studio dell’arte per stimolare gli alunni ad approfondimenti . Grazie ancora

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  3. Laura Maule

    Le epidemie hanno sempre accompagnato la storia dell’uomo e l’arte è un documento che può attestare questa “esperienza”, attraverso un’iconografia che collega uomo e spiritualità, uomo e diversità. Sarebbe interessante approfondire come l’arte ha rappresentato il male e l’oscurità dell’animo (aspetti non visibili come un virus), per proporre letture di opere, appartenenti ai testi che gli alunni hanno in adozione (partenza da un dato conosciuto) e quindi “indagare” su questi aspetti. (visualizzazione della morte,del malato, dell’emarginato…)Grazie

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  4. Carla Chiara Frigo

    Per il corona Virus sarebbe interessante ricordare anche la nascita di nuove iconografie a partire da quelle sorte in relazione alla Peste nera del 1348 come la Madonna dell’umiltà o i Trionfi della morte, la Danza macabra, ecc.

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