Viaggi, commerci, epidemie e quarantene in età moderna. I lazzaretti di Venezia raccontano un futuro passato.

Valentina Casarotto

Contagio, distanziamento, isolamento, controllo, epidemia, quarantena, sospetti, asintomatici, sopravvissuti. Queste sono solo alcune delle parole che hanno ritmato il trascorrere di questo 2020, parole considerate antiquate in Europa oppure, se pronunciate, riferite a situazioni di Paesi del Sud del mondo. Parole che solo gli ultraottantenni avevano sentito pronunciare dai propri genitori, sopravvissuti all’epidemia di influenza spagnola del 1918. Parole che hanno un’origine antica, interconnessa con la storia della Repubblica di Venezia.

 

Venezia, i rischi dei viaggi e del commercio

 

Placido Calorio et Oliva, Pianta del Mediterraneo, 1646, prov. Correr 1302, Venezia, Civico Museo Correr (Fondazione Musei Civici di Venezia)

 

 

Dalla sua fondazione alla caduta, Venezia è sempre stata fiera del proprio status di Repubblica marinara e si è fatta un vanto del complesso sistema di rotte di navigazione che, sin dal ‘200, le garantivano un’economia marittima invidiabile. Il mar Mediterraneo era il centro di questi importanti interessi commerciali, come si vede dalla Pianta del Mediterraneo del 1646.

È con questo spirito, tra riconoscenza e orgoglio, che lo Stato commissionava dipinti celebrativi come quello di Giambattista Tiepolo “Venezia riceve da Nettuno i doni del mare”, in cui il vecchio Dio del mare offre una cornucopia ricolma di ori e coralli a Venezia, una bellissima donna in abiti cinquecenteschi, ammantata di ermellino, con i simboli del potere – corona in capo, scettro in mano – che accarezza con la mano sinistra un leone mansueto.

 

Giambattista Tiepolo, Venezia riceve da Nettuno i doni del mare, 1740-43, Sala della Quattro Porte, Palazzo Ducale, Venezia (Wikimedia Commons)

 

Interessi pubblici e privati si intrecciavano nella gestione del commercio: le galere da mercato, costruite e attrezzate nell’arsenale di Venezia, venivano noleggiate mediante una complessa procedura d’asta. Ed era una consuetudine radicata che l’aristocrazia veneziana esercitasse come una forma di privilegio la mercatura.

 

Vincenzo Coronelli, Navi e scialuppe, in Navi e altre sorti di barche usate da nazioni differenti, Venezia, 1769, fig. 35

 

L’incisione di Vincenzo Coronelli ci restituisce la suggestione della navigazione delle “Mude”, – così venivano chiamati i convogli di minimo tre navi – che servivano regolarmente una serie di rotte prestabilite: verso Levante raggiungevano Beirut, Alessandria d’Egitto, la Romania, Costantinopoli e il Mar Nero; verso Ponente giungevano in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra e Barberìa. Issando il vessillo di San Marco, le mude erano l’orgoglio dei mercanti, consapevoli che solo con le armi si potevano scoraggiare gli aggressori attratti dalla ricchezza del carico.

Le navi potevano trasportare merci pregiate, come seta e spezie, che rappresentavano il commercio più redditizio, o merci di minor valore, più ingombranti e meno redditizie, come granaglie, vino, olio, tessuti e panni vari. Il commercio marittimo era un’attività rischiosa – per condizioni avverse del mare, per incidenti di navigazione, attacco dei pirati – ma altamente remunerativa. Oltre alle merci, agli onori e alla ricchezza, ci si rese presto conto che le navi trasportavano anche passeggeri funesti, come ad esempio i topi e i loro parassiti, che diffondevano la peste e altre malattie mortali.

 

L’invenzione del Lazzaretto come contenimento del contagio

 

Antonio Visentini, Isolario veneto, Venezia, 1777, XII. Isola del Lazzaretto Vecchio (Polo Museale Veneto)

 

Durante la furiosa peste del 1348 quasi un terzo della popolazione europea perse la vita. Grande eco ebbe a Venezia l’estinzione di 50 famiglie nobili.

Se la medicina non aveva ancora elaborato una spiegazione dei meccanismi di trasmissione dei fenomeni endemici, empiricamente i mercanti avevano osservato una stretta correlazione tra l’insorgenza di epidemie e gli arrivi delle navi provenienti dalle rotte di Levante.

Seppellire i cadaveri con ogni cura impedendo il diffondersi di miasmi malsani, evitare gli assembramenti delle città e votarsi all’isolamento in campagna, sembrarono subito le misure più semplici da adottare, come nella narrazione del Decameron di Boccaccio.

Fu durante la peste del Trecento che il Senato della Serenissima si convinse di dover elaborare una legislazione di compromesso tra l’esercizio del commercio senza vincoli e l’assoluto isolamento durante le pestilenze, trovando un bilanciamento tra danno economico e beneficio sanitario.

Si scelse in modo pragmatico la via del contenimento.

Nel 1423 si costituì il primo ospedale speciale permanente, sull’isola di Santa Maria di Nazareth. Il nome dell’isola nel tempo venne volgarizzato in Nazaretum e nella sua versione definitiva si trasformò in Lazzaretto, il luogo dove si isolavano i malati conclamati. Il primo Lazzaretto (chiamato poi vecchio) fornì sia il nome sia il modello architettonico generale per tutti gli altri Lazzaretti che sorsero non solo a Venezia e nei suoi possedimenti, ma anche in tutto l’Occidente nei secoli successivi. Questo perché il Lazzaretto fu subito considerato come una delle misure più efficaci al contrasto alle epidemie. Mano a mano che si accumulava esperienza e con la maggiore conoscenza degli andamenti delle pandemie, si puntò poi a diversificare le misure contenitive.

 

Antonio Visentini, Isolario vento, Venezia, 1777, XIII. Isola del Lazzaretto nuovo

Una di queste fu la costruzione nel 1468 del Lazzaretto Nuovo, nell’isola della Vigna Murata vicino al canale di Sant’Erasmo. Qui trascorrevano la quarantena i sopravvissuti al morbo e i sospetti di aver contratto la malattia (oggi chiamati anche sospetti asintomatici), prima del loro rientro definitivo alla vita normale in città.

 

Francesco Guardi (1712-1793), Isola del Lazzaretto vecchio, seconda metà XVIII sec. (Polo Museale Veneto)

 

Nel dipinto di Francesco Guardi notiamo le tipiche strutture architettoniche che diventeranno peculiari di tutti i lazzaretti: l’alto muro di cinta, la chiesa e i caratteristici Tesoni, imponenti edifici rettangolari chiusi da un lato e aperti dall’altro con un’infilata di arcate che lo rendevano molto simile a un portico o alle barchesse delle ville.

Mentre per la contumacia dei passeggeri erano state create piccole abitazioni autonome e indipendenti, nei Tesoni si ricoveravano le mercanzie durante la quarantena. Dobbiamo immaginare un mondo brulicante di uomini di fatica e di segretari – i Bastazzi, i Guardiani e i Priori – che redigevano liste di mercanzie e arieggiavano le merci per purificarle dai miasmi della pestilenza, secondo i precetti, i tempi e le modalità stabilite da “I capitoli di sanità”. In questo corpus di leggi che governavano i lazzaretti, tutto (o quasi) era previsto. Ad esempio le lane grezze dovevano esser tolte dai sacchi e lavate, manipolate ed esposte all’aria per 40 giorni. Persino i sacchi venivano scuciti, arieggiati e ricuciti.

Per avere un’idea dell’affollamento che poteva verificarsi a pieno regime nel Lazzaretto nuovo, si può ricordare che erano allestite circa 200 stanze per i passeggeri delle navi sospette e potevano esser stoccati circa 6000 colli di mercanzie.

La popolazione, sulle prime riottosa alla pratica dell’isolamento, fu gradualmente convinta a sottoporsi a tale restrizione facendo appello al senso di responsabilità verso il bene comune, e fu incentivata all’emulazione dalla promozione del culto dei santi apotropaici a cui affidare le proprie preghiere in tempo di epidemie. In particolare fu massivamente sostenuto il culto di San Rocco.

Per la storia della vita del santo pellegrino guarito dalla peste si veda l’approfondimento “Tra santi e dottori: la peste e i suoi simboli

Verificata la funzionalità ed efficienza del modello dei Lazzaretti veneziani, la Serenissima promosse il modello in tutti i territori del proprio dominio, in terraferma in corrispondenza delle maggiori vie di comunicazione come nelle isole del suo Stato da Mar.

Che il viaggiatore giungesse da terra o da mare, la quarantena e l’isolamento forzato al lazzaretto divenne una esperienza possibile e, nel caso in cui si fosse verificata la necessità, integrata nel tragitto del viaggio. Del resto l’indubbia efficacia della misura contenitiva era di dominio pubblico, come erano altrettanto note le pene per i trasgressori delle norme sulla quarantena: il bando perpetuo, le condanne corporali o pecuniarie e nei casi più gravi, le esecuzioni capitali, scoraggiavano il mancato rispetto della legge.

Trascorsa la quarantena, i viaggiatori erano liberi di ritornare alle loro vite e le merci potevano essere riconsegnate ai mercanti. Tutti, uomini e merci, potevano allora esibire la loro patente di salubrità, una fede di sanità che riportava la cronistoria del periodo trascorso e attestava la loro salute.

 

Le leggi e il controllo. Il Magistrato e i “Capitoli di Sanità”, gli agenti segreti e le pene.

Il Magistrato alla Sanità era l’ufficio deputato a governare la delicata materia della salute pubblica. Presieduto da tre provveditori, aveva la sua prestigiosa sede in un imponente palazzo nel Fondaco delle Farine – demolito nell’Ottocento per far posto ai Giardini reali. Affacciandosi sul bacino di san Marco, assolveva strategicamente a due funzioni: a livello simbolico rivendicava la propria centralità nel cuore del governo della città e a livello pragmatico poteva avvalersi dell’altezza del campanile di San Marco per sorvegliare e annotare l’andirivieni di navi nel bacino di san Marco.

L’azione legislativa del Magistrato – riguardante tutti, uomini, animali, mezzi, merci – è raccolta ne “I capitoli da osservarsi nei Lazzaretti” del 1656, frutto dell’esperienza acquisita nei secoli precedenti in materia di contrasto efficace e contenimento della diffusione del contagio.

Per incutere il giusto timore, il Magistrato alla sanità esercitava il potere giudiziario nel comminare ammende, e allestiva le esecuzioni capitali davanti al portone del proprio palazzo, per rendere tangibile la mano ferma della Serenissima che puniva chi si macchiava di reati contro la salute pubblica.

Tuttavia, perché il complesso sistema potesse essere realmente efficace, la tempestiva informazione sull’insorgenza di focolai di peste era di vitale importanza. Nei propri territori il Magistrato incentivava le denunce segrete indirizzate direttamente ai Provveditori, offrendo in premio una cifra pari a un 1/3 o 1/4 dell’ammenda comminata al reo condannato. Successivamente, dal Seicento furono istituite delle bocche di pietra specifiche incassate in vari edifici della città di Venezia e delle città di terraferma. Le segnalazioni riguardavano le più svariate violazioni: dalla circolazione di mercanzie infette senza fede di sanità, alla presenza in zona di vagabondi, mendicanti, ciarlatani e venditori abusivi di medicine; dalla moria sospetta di animali alla vendita di carni e cibi deteriorati; le violazioni più frequenti riguardavano la quarantena nel Lazzaretto. Gli atti processuali ci confermano che la corruzione era endemica come la peste: vi erano tentativi di corruzione per sottrarsi alla contumacia, per abbreviare le pratiche di espurgo delle merci, per falsificare la provenienza delle navi e le fedi di sanità ricevute nei vari porti.

Un altro flusso indispensabile di informazioni giungeva al Magistrato della sanità da una fitta rete di spionaggio, che come una ragnatela invisibile avvolgeva l’intera Europa. Sono giunte fino a noi ricche e circostanziate relazioni di spionaggio sanitario, redatte dagli “esploratori della peste”, spie reclutate dai Provveditori tra uomini d’esperienza o medici che sotto mentite spoglie si recavano nelle zone in cui vi era il sospetto di un focolaio, per valutare la situazione reale e celermente informare il Magistrato.

Informazione e tempestività, isolamento e sorveglianza sanitaria. Tutte queste pratiche dimostrarono la loro indiscussa efficacia nei territori della Repubblica Serenissima nei secoli e in particolar modo durante la peste del 1630, tanto che furono introdotte progressivamente come modello virtuoso in tutta Europa.

 

Per saperne di più:
Rotte mediterranee e baluardi di Sanità. Venezia e i lazzaretti mediterranei, a cura di N.E. Vanzan Marchini, Milano, Skira, 2004
N.E. Vanzan Marchini, Venezia: luoghi di paura e voluttà, Mariano del Friuli, Edizioni della laguna, 2005

 

Crediti immagini
Apertura: 
Francesco Guardi (1712-1793), Isola del Lazzaretto vecchio, seconda metà XVIII sec. (Polo Museale Veneto)
Box: 
Placido Calorio et Oliva, Pianta del Mediterraneo, 1646, prov. Correr 1302, Venezia, Civico Museo Correr (Fondazione Musei Civici di Venezia)

 

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