L’esilio di Ovidio: la creazione di un paesaggio interiore e alcune riprese nella poesia contemporanea

Elena Merli

Numerosi scrittori antichi hanno vissuto l’esperienza dell’esilio: sia in Grecia (Alceo, Ipponatte, Teognide, Tucidide, Senofonte) che a Roma (Cicerone, Ovidio, Seneca, Boezio). Gli autori stessi ci parlano della propria condizione di esuli, fornendo spunti alle letterature e alle arti figurative.

Fra di essi, Ovidio si caratterizza per un dato essenziale: mentre gli altri sono tutti uomini politici o di corte esiliati a causa della propria attività pubblica, Ovidio è esclusivamente poeta ed è l’unico a essere punito per l’impegno letterario, in quanto autore dell’ars amatoria (questa la ragione “ufficiale” della relegatio). Non solo: mentre i testi degli altri autori latini danno forma per lo più a un esilio che potremmo chiamare “dei filosofi”, interpretando la privazione della patria come condizione di libertà dell’anima in cui all’individuo è consentito meditare e studiare lontano da ambizione e vanità, Ovidio presenta la situazione in modo negativo e doloroso, come sottrazione di elementi essenziali alla vita stessa. Iniziamo perciò col mettere a fuoco alcuni aspetti dell’elegia dell’esilio.

 

Una descrizione lontana dalla realtà…

Com’era veramente Tomi? Le elegie ci parlano di un territorio selvaggio, isolato, sferzato dai venti e ricoperto da neve per la maggior parte dell’anno, costituito da terreni incolti e praterie brulle, con acque malsane e imbevibili: una descrizione che è debitrice più alla Scizia tutta letteraria di Virgilio, georg. 3, 349 ss., che all’esperienza di un viaggiatore su quella costa del mar Nero. Una terra così selvaggia e inospitale era abitata da popolo altrettanto barbaro e rozzo, ignaro del latino e della poesia; per di più, la città, sul limes dell’impero, è come perennemente sotto assedio a causa dei bellicosi popoli confinanti (e qui Ovidio si sbizzarrisce con nomi dal suono esotico e minaccioso: Bastarni, Bessi, Bistonii, Sarmati e Sauromati) pronti ad attraversare il Danubio, ghiacciato per buona parte dell’anno.

La situazione reale era ben diversa: quanto al clima, Tomi è oggi luogo di villeggiatura e vi si coltivava e si coltiva la vite; per quel che riguarda gli abitanti, gli scavi archeologici rivelano una colonia ormai pacificata, retta da un senato, con una popolazione in prevalenza di origine greca, dove si parlavano sia greco che, in misura minore, latino – falso perciò che gli abitanti parlassero solo il dialetto getico, come vuole Ovidio.

 

…che esprime una verità emotiva

Le elegie da Tomi non dovranno però essere intese come pura finzione, calcolato stratagemma per suscitare pietà in chi deteneva il potere a Roma. In questa poesia è stata letta l’espressione, presentata come sincera, della situazione interiore dell’esiliato, che percepisce soggettivamente in forma esasperata e distorta la realtà circostante: il quadro di Tomi, non credibile storicamente, attinge insomma a una “verità” interiore ed esprime la perdita di equilibrio di un traumatizzato e allontanato a forza da Roma, considerata fonte di stabilità e di sicurezza. L’operazione dell’elegia dell’esilio consiste anche nel saper dare forma letteraria compiuta ed esemplare, tramite il ricorso a una scrittura volutamente monotona e iperbolica, a questa sconvolgente esperienza emotiva.

 

L’esilio come isolamento culturale

La vita di Ovidio a Tomi si svolge all’insegna dell’isolamento intellettuale: tanto lontano da Roma non ci sono interlocutori con cui possa parlare latino, né a maggior ragione un pubblico in grado di apprezzare versi eleganti e ricercati. Il poeta sta disimparando la propria lingua madre, mentre al contempo i suoi scritti si fanno sempre meno curati e limati, in assenza di stimoli e motivazioni. Ovidio continua a comporne, pur se consapevole della loro inutilità, simile a un danzatore nel buio (Pont. 4,2): la poesia, causa della sua rovina, costituisce insieme un’ancora di salvezza, un modo per mantenere la propria più profonda identità.

Colpisce l’analogia parziale con le considerazioni del poeta russo Joseph Brodskij, internato in Siberia (1964‐5), poi esiliato negli USA (1972), premio Nobel nel 1987. Brodskij mette in rilievo il ruolo fondamentale e identitario della lingua per l’esiliato in La condizione dell’esilio, discorso tenuto nel dicembre 1987: vi si afferma che a seguito dello sradicamento tutto ciò che rimane all’uomo è se stesso e la propria lingua. Diversamente che per Ovidio, ciò viene interpretato in senso positivo: l’esilio conferisce infatti secondo Brodskij intensità assoluta alla parola e maggiore lucidità alla riflessione, così che lo scrivere in esilio viene investito al massimo grado del ruolo più alto della letteratura, quello di comprendere l’universo.

 

La tradizione lirica russa

Nella tradizione russa, un filone consistente va da Alexander Puskin esiliato dagli zar non lontano da Tomi nel 1821, e autore di un poema A Ovidio, a Osip Mandelstam, vittima di Stalin e autore di una raccolta intitolata Tristia (1922) fino appunto a Josep Brodskji, che la presenza di Ovidio accompagna in tappe biografiche fondamentali. Nel gulag nascono le poesie Frammento ed Ex Ponto. L’ultima lettera di Ovidio a Roma, dove Roma si identifica con l’amata Leningrado; poco prima di partire per l’esilio americano, Brodskij compone un poema che inizia con le parole “Un secondo natale sulle rive del Ponto che non ghiaccia”; infine in Lettera a Orazio (1995) in prosa, il poeta “fa i conti” con i classici dell’età augustea, Orazio, appunto, Virgilio, Properzio e Ovidio (qui non più limitato alla produzione dell’esilio).

 

Poeti di lingua inglese

L’Ovidio di Tomi entra come personaggio e interlocutore in un lungo componimento di Derek Walcott, La piscina dell’Hotel Normandie. Poeta caraibico di lingua inglese, premio Nobel nel 1992, Walcott ha come modello soprattutto Omero e l’Odissea, per il motivo del mare, fondamentale nel paesaggio e nella vita dei Caraibi; egli richiama tuttavia, più raramente e per scopi “mirati”, anche i classici latini.

All’Hotel Normandie di Trinidad, Walcott trascorre il Capodanno del 1980. La sua vita è a un punto di svolta: sta per compiere cinquant’anni, ha appena divorziato dalla seconda moglie, si prepara a sottrarsi al clima politico oppressivo emigrando negli USA. L’esilio assume qui dunque doppia valenza, privata e pubblica. La confortevole piscina dell’hotel si trasforma nella riva del Mar Nero, estranea e ostile nella fredda alba del Capodanno; nella seconda parte del poema il riferimento si fa ancora più scoperto e Ovidio, tornato sulla terra, dialoga con Walcott, di cui ci appare come una specie di alter-ego.

Un cenno infine a due altri premi Nobel per la letteratura. Seamus Heaney, irlandese, Nobel nel 1995, paragona all’esilio di Ovidio la propria scelta di trasferirsi nel piccolo centro di Wicklow (sulla costa a sud di Dublino): questa esperienza si deposita nella poesia Exposure (1975), aperta in modo programmatico da una strofa dedicata al deprimente e gelido inverno di quella località. Bob Dylan, Nobel nel 2016, riprende le elegie di Tomi in vari punti dell’album Modern Times (2006): in particolare la traccia 10, Ain’t talking, non a caso l’ultima dell’album, riecheggia l’ultimo libro dei Tristia, costruendo un protagonista vecchio, stanco, e che si colloca “alla fine del mondo”. L’Ovidio relegato diventa così un “doppio” per il cantautore sessantacinquenne, che ha scelto un’esistenza in quasi totale isolamento.

La dimensione di natura prevalentemente interiore della poesia di Tomi fa sì che la vicenda e la figura dell’Ovidio dell’esilio possano senza forzature andare a rappresentare in qualsiasi epoca la figura dell’intellettuale sia in quanto effettivamente esiliato o confinato, sia in quanto straniero nella sua stessa patria o rispetto al mondo intero. Negli autori contemporanei citati sono presenti tutte queste varianti, declinate in rapporto tanto al il testo delle elegie che al “personaggio” Ovidio, visto come interlocutore e come alter-ego. La condizione di esilio riveste per i poeti del Novecento anche una valenza civile e politica: la loro poesia ha l’ambizione di capire il mondo e non si accontenta di dar voce al malessere di un individuo. Il solo Dylan riduce gli echi ovidiani a espressione frammentata di disagio personale, testimoniando in ogni caso l’enorme fortuna dell’Ovidio di Tomi e il persistente fascino del mito dell’esilio.

Per un approfondimento di Elena Merli dedicato a “Scrivere dall’esilio: Ovidio, l’ultima metamorfosi e alcune riprese nella narrativa del Novecento” clicca qui

 

Crediti immagini
Apertura: Eugène Delacroix, Ovidio tra gli Sciti, 1862 (Wikimedia Commons)
Box: Derek Walcott (Wikimedia Commons)

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