Scrivere dall’esilio: Ovidio, l’ultima metamorfosi e alcune riprese nella narrativa del Novecento

Elena Merli

Nell’8 d.C. il più grande poeta vivente, di enorme successo e popolarità, viene costretto da Augusto a lasciare Roma e l’Italia e relegato agli estremi confini dell’impero. Lì scrive nove libri (quattro di Tristia e cinque di Lettere dal Ponto) nei quali si fissano alcune fra le principali costanti della raffigurazione letteraria dell’esilio, utili come traccia per analizzare testi anche molto lontani nel tempo: la descrizione desolata del luogo e dei suoi abitanti in contrasto con quello che si è lasciato; il senso di isolamento, estraneità ed esclusione rispetto al contesto naturale e sociale; il tono di lamento; il difficile rapporto con il potere. Si tratta di un atto creativo del tutto consapevole da parte di Ovidio, che esprime in questo modo una realtà interiore, di sradicamento e privazione di forti elementi identitari.

Ma l’operazione va ancora oltre: Ovidio stesso fonda consapevolmente il proprio mito di poeta esiliato. La vicenda è infatti presentata alla stregua di una storia da aggiungere, come inatteso e amaro epilogo, alle metamorfosi narrate nel poema epico omonimo, mentre il protagonista stesso diviene un novello Ulisse desideroso di tornare in patria ma più sfortunato dell’eroe omerico.

 

L’esilio ultima metamorfosi

Il proemio dei tristia, Tristia 1,1, si rivolge al libro che, diversamente dal suo autore, può recarsi a Roma: qui conoscerà i suoi fratelli (fratres), sugli scaffali della biblioteca della casa di Ovidio, e converserà con loro (ma non con tutti: con i tre volumi dell’ars amatoria dovrà evitare ogni contatto). Ai quindici libri delle Metamorfosi il fratellino giunto dal Ponto chiederà di includere fra i mutata corpora (corpi trasformati) anche la vicenda di Ovidio: “ci sono anche le metamorfosi, quindici libri… a loro ti incarico di dire che fra le trasformazioni si può includere anche l’aspetto della mia sorte, perché è diventato all’improvviso tutt’altro da quello che era: ora lacrimevole, un tempo felice” (vv. 117-122, trad. F. Lechi). Ci troviamo davanti a un’ultima, del tutto imprevista, metamorfosi, di cui è protagonista l’autore stesso, divenuto mito fra i miti a causa di un rivolgimento improvviso della sorte che come nella tragedia greca colpisce e abbatte chi era al culmine del successo.

 

L’esilio come nuovo mito

Ovidio è dunque ben consapevole di essere divenuto per certi aspetti uno dei miti che racconta, un eroe vittima di peripezie e dolori degni dell’epica e della tragedia. La raccolta dei Tristia, dopo il proemio che è l’ultimo testo a essere composto in quanto presuppone il libro finito pronto per essere inviato a Roma, si apre con una tempesta come quella affrontata da Ulisse (1,2) e con la partenza affrettata da una Roma notturna (volutamente simile a quella di Enea da Troia in fiamme di Eneide 2).

Spesso le elegie menzionano un personaggio del mito al fine di mostrare come le sue vicende siano superate, in drammaticità e dolore, dalla situazione vissuta dal poeta: le sofferenze di Ovidio cioè sono reali e superiori a quelle patite da eroi ed eroine. Ritornano come il confronto con Teseo, presentato come exemplum di amicizia ai destinatari delle epistole, e soprattutto quello con Ulisse, vero doppio di Ovidio. Entrambi sono stati perseguitati dall’ira da un dio (Poseidone e Augusto), sopravvissuti a un naufragio, destinati a soffrire lungamente lontano dalla patria. Ma Ulisse è vittima di un dio meno potente di Augusto, prova nostalgia per una terra ben meno attraente di Roma, e ha condizioni di “esilio” più gradevoli (un malizioso riferimento ai sei anni trascorsi sull’isola della ninfa Calipso).

Altri miti sono introdotti con intenso pathos e cupezza: il destino di Niobe, privata crudelmente dei suoi quattordici figli dalle frecce di Febo Apollo e di Artemide e paradossalmente definita felix, appare preferibile a quello di Ovidio, in quanto la donna, trasformata in pietra, pose fine alle proprie sofferenze, mentre quelle del poeta esiliato si rinnovano ogni giorno (così Epistulae ex Ponto 1, 2). Lo stesso componimento paragona la condizione dell’esilio alla pena cui era condannato nell’Ade il gigante Tizio, il cui fegato veniva straziato da un avvoltoio e poi ricresceva in modo che la tortura non avesse mai fine.

 

L’esilio di Ovidio come percorso interiore: tre romanzi del Novecento

L’Ovidio relegato a Tomi diviene insomma una grande figura mitica e come tale è disponibile a riletture e rivisitazioni. Soprattutto il secondo Novecento ne ha proposte numerose, di volta in volta riadattando la vicenda al contesto storico e alle situazioni personali e scelte letterarie dei diversi autori. Colpiscono alcuni tratti frequenti: in particolare, il motivo della metamorfosi che affianca quello dell’esilio o si fonde con esso, e l’interpretazione al fondo positiva dell’esilio come apertura di nuovi orizzonti per l’individuo che da vittima si fa protagonista del proprio destino. Nella contrapposizione fra Tomi e Roma, insomma è Tomi a risultare la realtà preferibile, in quanto consente libertà maggiore rispetto a una città monumentale e soffocante governata da un dittatore o da un apparato burocratico che schiacciano gli individui.

Vintila Horia (1915-1992) è stato un diplomatico rumeno, esiliato dopo la seconda guerra mondiale e avverso al regime comunista. Il suo romanzo Dio è nato in esilio (1960) vede Ovidio come narratore degli otto capitoli (uno per ciascun anno di permanenza a Tomi), esiliato da un Augusto cupo dittatore in una Roma dominata dal sospetto e dalla delazione: la capitale di un regime totalitario novecentesco e non certo la città affascinante e rimpianta della poesia ovidiana. A questa pars destruens, trasparente trasposizione della vita sotto i regimi totalitari contemporanei, si contrappongono il sorgere alla periferia dell’impero di una nuova spiritualità, legata a una divinità locale (Zalmoxis) e che anticipa l’imminente cristianesimo (da cui il titolo del romanzo), e il ritratto dei popoli di confine esterni all’impero, presentati come autentici e liberi. Ovidio tenterà senza successo di raggiungerli con la fuga e non riuscirà mai ad appagare l’ansia di rinnovamento (suo e più generale) così acutamente espressa nel corso di tutto il romanzo: tuttavia egli si convince di aver trovato a Tomi una vita migliore di quella di Roma e dunque di non volere in ogni caso più tornare indietro.

La stessa convinzione, che trasforma la condanna all’esilio in consapevole scelta, si trova in Una vita immaginaria (1978) di David Malouf (1934), autore australiano vissuto anche in Italia. Qui l’Ovidio esiliato stringe amicizia con un bambino selvaggio, cresciuto nella natura tra gli animali: dapprima cerca di facilitarne l’integrazione nel contesto umano, insegnandogli a parlare, ma alla fine fugge con lui verso il Nord, dove morirà in una condizione di felicità assoluta, dopo aver compiuto una sorta di percorso (esteriore e interiore) di ritorno alla natura e all’infanzia. L’esilio diviene così occasione di metamorfosi individuale e di fuga da una civiltà “ordinata, monumentale, cupa” (questa la definizione che l’Ovidio di Malouf dà dell’età augustea) in sintonia con il sorgere di una forte coscienza ecologista e dell’opposizione fra natura e civiltà tipici degli anni Settanta.

Infine, il romanzo più famoso dedicato all’esilio di Ovidio, Il mondo estremo (1988) dell’austriaco Christoph Ransmayr (1954), racconta la storia del romano Cotta che si reca nel Ponto sulle tracce delle Metamorfosi, poema perduto di Ovidio (morto o in ogni caso scomparso al tempo in cui si colloca la vicenda). Cotta incontra sul posto personaggi di una realtà degradata che hanno però nomi nobili (Tereo, Eco, Aracne) e rimandano ai miti narrati nelle Metamorfosi; alla fine il romanzo stesso, in quindici capitoli come in quindici libri è l’epos ovidiano, va in qualche modo a sostituire il poema di cui Cotta sarà riuscito a ritrovare solo pochi frammenti. La libertà viene cercata dall’Ovidio di Ransmayr non al di fuori dei confini dell’impero ma nella creazione poetica, la cui parola trasforma la realtà e addirittura ne è origine. Fra i romanzi dedicati all’esilio, è questo il più raffinato e ambizioso, quello che rivendica dignità e valore alla scrittura letteraria, e dunque il più ovidiano.

Per un approfondimento di Elena Merli dedicato a “L’esilio di Ovidio: la creazione di un paesaggio interiore e alcune riprese nella poesia contemporanea” clicca qui

 

Crediti immagini
Apertura: William Turner, Ovidio bandito da Roma, 1838 (Wikimedia Commons)
Box: Christoph Ransmayr (Wikimedia Commons)

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