La natura e l’armonia nascosta delle cose

Roberta Ioli

Natura è ciò che è nato, ciò che ha avuto un’origine e avrà una fine.

È physis per i Greci e natura per i Romani, due termini accomunati dal destino della nascita. Physis deriva infatti da phyō, verbo che indica “nascere”, ma anche “produrre” e “generare”, mentre natura è participio di nascor, che significa “nascere”.

La natura è un grande libro scritto in una lingua propria, direbbe Galileo nel Saggiatore, “ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto”. Così in parte dovettero pensarla anche gli antichi, se è vero che, con la nascita della filosofia (che in origine era soprattutto indagine sulla physis), si è cercato sempre più di leggere e interpretare la natura non solo o non tanto come cosmo ordinato dagli dei, ma anche e soprattutto come regno dei fenomeni percepibili tramite i sensi e conoscibili per via razionale. La natura va dunque indagata sia attraverso i sensi, che ne colgono le manifestazioni esteriori, sia attraverso la ragione (nous), alla ricerca di quei principi che ne possano spiegare origine e funzionamento. “La natura ama nascondersi”, diceva Eraclito (22B123 DK), ma fin dall’antichità l’uomo ha cercato di sverlarne i segreti, accostandosi a essa con inesausta curiosità, mista a timore reverenziale. Basti pensare ai numerosi trattati greci che, pur nella loro diversità, sono giunti a noi con il titolo di Perì Physeōs (sui quali si veda qui). Alcuni di essi sono in poesia (ad esempio quelli di Parmenide, Senofane, Empedocle), altri in prosa (si pensi a Eraclito, Melisso, Gorgia). Alcuni si concentrano sull’esistenza di un principio unico (archē) all’origine dei fenomeni naturali, come fanno i pensatori di Mileto (Talete, Anassimene, Anassimandro) e gli eleati; per i primi, archē è rispettivamente acqua, aria o infinito, mentre per gli eleati principio di tutto è l’essere, dotato di eternità, immutabilità, omogeneità. Per i cosiddetti pluralisti, invece, molteplici principi sono alla base di ogni cosa vivente: pensiamo soprattutto agli atomisti, ma anche a Empedocle, che individua in acqua, aria, terra e fuoco le quattro radici generatrici di vita, o ad Anassagora, per il quale tutto deriva da semi primordiali che Aristotele definisce “omeomerie”, cioè “parti simili” perché dotate delle medesime caratteristiche del tutto che andranno a costituire.

Ad Aristotele dobbiamo la prima breve trattazione di storia della filosofia intesa come storia dell’indagine sulla natura, o physiologia, a cui viene dedicato il primo libro della Metafisica. Proprio con Aristotele la natura diventa oggetto di uno studio specifico sviluppato attraverso discipline diversificate: egli compose infatti trattati di botanica, zoologia, astronomia, fisica. In apertura della sua Fisica, Aristotele ci dice che, poiché il sapere scientifico sempre indaga i principi o le cause, “è evidente che anche nella scienza della natura si deve cercare di determinare prima di tutto ciò che riguarda i principi” (Phys. I 184a14-16).

Nel mondo romano spiccano, per i loro interessi fisico-scientifici e l’indagine naturalistica, i trattati di Lucrezio, Plinio il Vecchio e Seneca. Mentre però per i Greci la natura va studiata soprattutto per coglierne il misterioso funzionamento e per comprendere l’armonia nascosta che regola tutti i fenomeni del mondo vivente, nel caso di Plinio e Seneca la finalità di tale studio è etica, prima ancora che filosofico-scientifica. La scienza ha infatti valore soprattutto se promuove il progresso morale dell’umanità che aspira a verità sempre più elevate. Per Seneca, autore di un trattato in sette libri dal titolo Naturales Quaestiones, la conoscenza della natura libera l’uomo da superstizioni e paure, contribuendo al suo perfezionamento spirituale. Anche la Naturalis Historia di Plinio risente di un’impostazione moraleggiante: opera enciclopedica che, per ammissione del suo stesso autore, attingeva a più di duemila testi dell’antichità, ci è pervenuta in 37 libri, raccolti intorno a grandi sezioni tematico-disciplinari, dalla geografia all’antropologia, dalla zoologia alla botanica, dalla mineralogia alla storia dell’arte. Tema ispiratore e unificante è la natura, madre e matrigna insieme, orientata finalisticamente secondo i dettami del pensiero stoico, ma al tempo stesso causa per l’uomo di grandi sofferenze come quelle derivanti da malattie e morte. Infine, l’umanità può attingere con fortunato esito ai rimedi e alle cure che la natura offre, ma soprattutto deve saperne difendere l’equilibrio, evitando uno sfruttamento sconsiderato delle risorse disponibili.

La natura è non solo locus amoenus, ma anche horridus. Alle terribili calamità che fin dalle origini annichiliscono l’uomo, Lucrezio dedica pagine indimenticabili. Nel sesto libro del suo De rerum natura, poema didascalico in esametri ispirato alla filosofia epicurea, il poeta propone una spiegazione razionale e scientifica di quei fenomeni che hanno sempre atterrito l’umanità, dai tuoni alle inondazioni, dai terremoti alle eruzioni vulcaniche. Tuttavia, di fronte a tali spettacoli grandiosi e spaventosi insieme, il poeta oscilla tra un’ammirata soggezione e lo sgomento di chi è consapevole della propria finitezza. Nella famosa prosopopea del terzo libro (III 931-977), il poeta lascia la parola alla natura, potente personificazione che, come quella leopardiana delle Operette Morali, ammonisce l’uomo:

“Che grandi ragioni hai tu, o mortale, di lasciarti così andare
a lamenti penosi? Perché piangi e lamenti la morte?
[…] Ma poiché sempre brami ciò che non hai, e disprezzi il presente,
la vita ti è scivolata via, senza compierla, senza darti gioia”.

(III 933-934, 957-958, trad. di G. Milanese)

La voce solenne della natura ammonisce gli uomini ad accettare il pensiero della morte e, soprattutto, ad amare fino in fondo la bellezza fugace di questa vita.

 

Crediti immagini
Apertura: Manoscritto del De rerum natura risalente al 1483 (Wikimedia Commons)
Box: Manoscritto della Naturalis Historia risalente al 1499 (Wikimedia Commons)

 

 

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