La prima donna: Pandora, l’indefinibile

Roberta Ioli

Nel mito greco la prima donna che compare sulla terra è Pandora, colei che ha ricevuto “tutti i doni” dagli dei. La sua nascita è narrata per la prima volta da Esiodo in due versioni distinte che, nelle loro caratteristiche generali, appaiono però molto simili (Teogonia, vv. 570-616; Opere e i giorni, vv. 54-105).

Pandora è la creatura che Zeus destina agli uomini in risposta al furto del fuoco compiuto dal titano Prometeo. Si presenta dunque come una punizione voluta dal padre degli dei, una condanna dolce-amara per i mortali che Prometeo avrebbe invece voluto beneficare. Plasmata da Efesto con acqua e terra, Pandora ha ricevuto da Atena il cinto e gli ornamenti divini, dalle Grazie e da Persuasione collane d’oro, e dalle Ore corone di fiori. Se il suo splendore è imitazione di quello divino, essa agisce però sugli uomini come “inganno” (dolos), e a un tranello celeste rimanda la sua natura anfibolica di “dono” (doron). Sempre per volere di Zeus, Hermes le infonde, come dote speciale, la voce e la parola che ammalia: “menzogne (pseudea), discorsi seducenti (haimylious logous) e un carattere scaltro” (epiklopon ēthos, Op. 78). Il termine haimylos (“dolce”) è utilizzato da Esiodo per i discorsi capaci di conquistare cuori vulnerabili, ed è sempre associato all’uso della parola che ha il potere di incantare. Come ipostasi del linguaggio umano, Pandora ne rivela la natura limitata e ingannevole: con lei si produce infatti la scissione tra la lingua degli dei, per i quali parole e cose coincidono, e quella destinata ai mortali, puramente imitativa, custode di memoria. In quello scarto c’è una perdita, ma anche un’occasione preziosissima.

Con Pandora l’uomo giunge alla fine della stagione felice, quell’età dell’oro senza vecchiaia, malattia e fatica, che è tramontata per sempre. La prima donna incarna dunque la distanza incolmabile rispetto al mondo divino definitivamente perduto, e tuttavia la sua bellezza, simile a quella delle dee, la rende memoria di un’originaria condivisione, segno dell’antica vicinanza tra uomini e numi. Con lei si apre il divario tra identità e differenza, e si afferma il regno della duplicità: lei stessa è presentata come rovina della casa e, insieme, come unico strumento per la sua conservazione (Th. 602-607); è cioè condanna e al tempo stesso consolazione. Pandora è soglia tra bene e male, in cui il primo non esclude il secondo; punto di intersezione tra cielo e terra, tra natura e cultura, essa è anche opera di sostituzione (“darò agli uomini un male al posto del fuoco”, così dice Zeus in Th. 570), e porta in sé testimonianza ‒ come una nostalgia inesauribile ‒ di ciò che esisteva prima di lei.

Tra i doni ricevuti c’è anche il velo riccamente lavorato che, come il velo di Gea o quello delle ierogamie, le nozze sacre degli dei, mostra la propria superficie mirabilmente intessuta e nasconde la meraviglia della sposa, la cui segreta bellezza è una vertigine da cui va protetto chi guarda. La natura di Pandora, la sua essenza ossimorica di “splendido male” (kalon kakon, Th. 585), di “inganno sottile” (dolon apyn) e insieme “inestricabile” (amēchanon, Th. 589, Op. 63), prendono vita in lei come in un’opera d’arte. Lei stessa è opera d’arte modellata dalle mani di Efesto, come indica il verbo symplassein (Th. 570), tipico degli scultori che plasmano la cera o la nuda terra, trasformando l’informe in armonia compiuta.

Nella versione del mito presente nella Teogonia, Esiodo ce la descrive come ornata di una corona d’oro che Efesto preparò per lei con le sue stesse mani, cesellando “figure sorprendenti (thaumasia) simili a creature viventi dotate di voce” (Th. 584). L’arte è fonte di stupore, ci rapisce per la sua prossimità al reale e, al contempo, rimanda a un’alterità mai del tutto raggiungibile. Non è un caso che Thaumas, da cui deriva la parola greca thauma (“meraviglia”), sia una divinità doppia (Th. 265-269): Thaumas si presenta come dio mutevole, affratellato sia alla benevolenza di Nereo sia alla mostruosità di Forco e Ceto e, a sua volta, padre di Iride, messaggera degli dèi, ma anche delle Arpie. Il diadema modellato dal dio Efesto, il dono mirabile che porta con sé l’illusione della vita, diventa allora un doppio della stessa Pandora e prolunga l’effetto che la sua grazia produce su chi la guarda. Nel confine scivoloso tra inganno e meraviglia, nel lato d’ombra che ogni splendore sempre nasconde, Pandora si fa emblema della bellezza e del suo ambiguo incanto.

Anche Pandora è thauma, prodigio straniante che ispira ammirazione e sgomento. Thauma allude a un’esperienza difficilmente circoscrivibile poiché manca di uno specifico campo di applicazione, così come oscillanti sono le emozioni che il termine designa, dalla fascinazione allo smarrimento. Non indica cioè una qualità del mondo, ma neppure un sentimento specifico del soggetto, separabile dal “fuori”. Si colloca, invece, nel confine sottile tra queste due dimensioni, e nella sua natura liminare sembra anticipare il concetto freudiano di Unheimliche, “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo”, quel “perturbante” che è ambiguamente collegato alla sfera della familiarità e insieme del nascondimento (si veda S. Freud, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Torino, Bompiani, p. 270).

A chiudere la narrazione della nascita di Pandora è il famoso mito di Epimeteo: il fratello stolto di Prometeo non ne ascolta le raccomandazioni e accetta il dono proveniente da Zeus. Pandora, in questo epilogo, sembra rappresentare un male raddoppiato: non solo è un male in sé, in quanto causa di sofferenze per l’uomo, ma attraverso di lei il male si diffonde nel mondo poiché è lei (per volere di Zeus) a togliere il grande coperchio dall’orcio che contiene tutte le sciagure. Quei mali di cui l’umanità era prima sprovvista (le pene inenarrabili destinate alla nostra natura mortale) ora si disperderanno ovunque nel mondo accompagnando per sempre la vita degli uomini. Tuttavia, ancora una volta Pandora mostra la sua natura duplice e indefinibile: così se, da un lato, per mano sua ogni male si diffonde tra i mortali, dall’altro essa stessa è cura e balsamo, poiché è sempre lei a serrare il coperchio del vaso, conservando al suo interno la speranza affinché non si disperda. Non il fuoco, non la tecnica, su cui pure si costruiscono le civiltà a venire, possono salvare l’uomo. A salvarlo è solo la speranza, che si nasconde viva nel cuore del vaso come in quello dei mortali.

Ancora e sempre, la voce definisce identità e sigilla alleanze: mute sono le sciagure perché Zeus ha tolto loro la parola. Voce parlante è solamente quella donata a Pandora e, insieme a lei, alla speranza.

 

Crediti immagini
Apertura: John William Waterhouse, Pandora, 1896 (Wikimedia Commons)
Box: Pandora, presso la fontana ateniese, stringe il vaso, che qui è un’urna, Karlshöhe, Stoccarda (Wikimedia Commons)

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