Le parole del virus

Roberta Ioli

In questi ultimi mesi le parole che ascoltiamo più spesso, non solo tra gli specialisti ma anche nel conversare comune, sono legate al mondo della patologia virale. Soffermarsi sulla loro etimologia può essere interessante per individuare non solo le permanenze lessicali nel tempo, ma anche gli slittamenti semantici, le loro possibili ragioni e le loro insidie.

In biologia, il temine virus indica un agente infettivo di origine microbica incapace di un metabolismo autonomo; ciò comporta lo sviluppo di una natura parassitaria, cioè la tendenza del virus (che non è propriamente vita, ma codice, algoritmo) a penetrare nella cellula vivente con la quale è entrato in contatto e di cui modifica il patrimonio genetico, in modo da obbligare la cellula ospitante a replicare il virus stesso.

Virus è nome latino di genere neutro: in origine non indica una condizione di malattia, ma allude al mondo della natura e al suo potere misterioso: virus è il succo di alcune piante (Plinio, Nat. Hist. 27.35), il vino (Plinio, Nat. Hist. 17.51), il veleno degli animali (Plinio, Nat. Hist. 8.85). Tendenzialmente, però, il termine ha un valore negativo: molto spesso malumvirus o exitialevirus è espressione utilizzata per il “veleno malefico” o “mortale” dei serpenti (così in Virgilio, Geor. 1.129, 3.149; Plinio, Hist. Nat. 7.14). In Ovidio virus indica il veleno fatale proveniente da creature mostruose e potentissime, come Echidna (Met. 4.501), l’idra di Lerna (Met. 9.158), o la maga Circe che, respinta da Pico, sparge attorno a sé una sostanza nefasta che trasforma gli uomini in bestie (Met. 14.403). Nel latino tardo, dunque, virulentum assume il significato di “velenoso”: eppure bisognerà aspettare l’età moderna perché si attesti definitivamente come sinonimo di “contagioso”.

Immunis è voce giuridica derivante dal prefisso negativo in e da munus, che in latino indica l’obbligo o il dovere. Immune è dunque nel mondo antico colui che è esentato da pubblici uffici, tributi e prestazioni onerose, mentre l’estensione all’ambito medico è piuttosto tarda e segnala la capacità dell’organismo di difendersi da determinati agenti infettivi, risultando così esente da quella specifica malattia. In senso figurato, immunis è anche colui che è moralmente puro, cioè non macchiato da alcuna colpa. Una analoga declinazione morale è insidiosamente associata anche al concetto di contagium, voce dotta derivante dal verbo latino contingere, a sua volta composto da con e da tangere, “toccare”. Così, il contagio è spesso considerato come il morbo che tocca, corrompe e contamina, e il contagiato è colui che viene infettato da una malattia che lo rende “impuro” e, in quanto trasmissibile, può rendere impuri anche gli altri. Susan Sontag, nel suo libro Malattia come metafora, scrive pagine dense e illuminanti sul rischio di una metaforizzazione della malattia e sul pericolo di interpretazioni colpevolizzanti derivate dall’idea di impurità associata alla malattia. Il nostro stesso linguaggio, talvolta, ne è una spia inconsapevole.

Nell’attuale emergenza sanitaria, si parla spesso di pandemia e, più recentemente, del passaggio da una fase pandemica a una endemica. Pandemia deriva dal greco pan, “tutto”, e dēmos, “popolo”: indica cioè una malattia ad amplissima diffusione, talmente ampia da abbracciare la terra intera, coinvolgendo tutte le popolazioni che in essa vivono. Endemia è invece termine connesso a una malattia diffusiva, ma circoscritta a un determinato territorio: endemico, derivante dal greco en dēmos, letteralmente “nel popolo”, viene utilizzato nella medicina galenica per il morbo diffuso tra la popolazione di un certo territorio o paese. Questo presuppone un ridimensionamento dell’estensione del contagio, ma non necessariamente una diminuzione della sua intensità.

Mentre malattia e morbo derivano da lemmi latini (il malatus è male habitus, cioè in cattivo stato, e male è detto sia in senso proprio sia figurato), il termine greco per indicare la malattia è nosos (da cui derivano in italiano nosologia, nosocomio ecc.). È termine dall’ampio spettro semantico, utilizzato per l’infermità in cui si può cadere o da cui si può guarire, per le pestilenze (Omero, Il. 1.10, Od. 9.411), la follia (Eschilo, Pers. 750; Sofocle, Aiace 59) o altre malattie mentali. Nosos è impiegato da Tucidide per la terribile peste di Atene, che lo storico descrive con tragica precisione non solo nella sua sintomatologia, ma anche nelle sue ripercussioni sociali e civili. Si sofferma, tra gli altri aspetti, sulla reazione dei medici che, colti alla sprovvista da un morbo di cui ignoravano la causa e il decorso, “morivano più di tutti, in quanto più di tutti si avvicinavano ai malati; né serviva nessun’altra arte umana” (Hist. 2.47.4). Tra gli effetti della pestilenza descritti da Tucidide colpisce quello scoramento che egli definisce athymia e che contribuisce al peggioramento della situazione clinica. Smettere di lottare, cedere alla disperazione comportano spesso una resa alla malattia:

Ma la cosa più terribile di tutte nella malattia era lo scoraggiamento quando uno si accorgeva di essere malato, poiché i malati si davano subito alla disperazione, si abbattevano molto di più e non resistevano (Hist. 2.51.4).

Di fronte alla malattia la scienza medica greca si impegna concentrandosi in un sapere congetturale che riconosce il valore della regolarità di alcune manifestazioni fisiche e la possibilità di ordinarle in un sistema esplicativo, sottraendo dunque il discorso eziologico all’impostura di maghi e ciarlatani. Già Ippocrate, di fronte all’epilessia tradizionalmente interpretata come “male sacro”, scriveva: “Per nulla è più divino delle altre malattie o più sacro, ma ha struttura naturale e cause razionali. Gli uomini tuttavia lo ritengono in qualche modo opera divina per ignoranza e stupore” (De morbo sacro 1).

Nella medicina tradizionale, la presunta origine divina delle malattie richiedeva come cura purificazioni, incantesimi, formule magiche. La medicina ippocratica mostra invece, per la prima volta, un approccio razionale e sistematico alla prognostica e alla diagnostica, usando la previsione e la schematizzazione dei sintomi alla ricerca della aitia, cioè della causa. La parola greca utilizzata per i sintomi è, per lo più, sēmeia, “segni”: il morbo si manifesta attraverso segni che il medico deve saper leggere e interpretare, come un alfabeto sconosciuto ai più ma non allo scienziato competente. Symptōma (derivato dal verbo sympiptein, “accadere”) corrisponde invece, letteralmente, ad accadimenti casuali ed eventi fortuiti, in prevalenza – ma non necessariamente – negativi; solo nella medicina tarda, soprattutto con Galeno, assumerà il significato tecnico di “sintomo”. Se dunque migliora l’analisi eziologica, cioè l’affidabilità con cui si indagano le cause di una malattia, migliora anche la ricerca di terapie per neutralizzare il male intervenendo sull’organismo. Si tratta perlopiù di cure legate all’alimentazione, cioè a un sistema dietetico che si combini con la teoria umorale per la quale la salute è un equilibrio tra gli umori del corpo, garantito da una dieta bilanciata e da una corretta pratica di vita.

Talvolta, poi, la malattia sembra dileguarsi per vie misteriose, così come misteriosamente era apparsa, lasciando una scia di dolore ma anche risparmiando molte vite. Scrive ancora Tucidide:

Coloro che erano scampati al morbo […] ormai erano in uno stato d’animo tranquillo. Il morbo infatti non coglieva due volte la stessa persona in modo da ucciderla. […] Avevano un po’ di vana speranza che anche in futuro nessuna malattia li avrebbe mai più potuti uccidere. (Hist. 2.51.6)

Colpisce questa nota psicologica introdotta a conclusione delle drammatiche pagine sulla peste. Sembra quasi di percepire nello storico una tenerezza trattenuta, una pudica vicinanza a coloro che, sopravvissuti a una terribile malattia, si abbandonano all’illusione di una salvezza per sempre conquistata.

 

Crediti immagini
Apertura: Eracle, Idra di Lerna, Iolao (Wikimedia Commons)
Box: Busto di Ippocrate (Wikimedia Commons)

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