Le vie dei canti

Roberta Ioli

Nello spazio felice della reggia dei Feaci tutto è pronto. Il ricco banchetto è preparato, e su un trono d’argento siede il cantore cieco, Demodoco, la cetra appesa a una colonna. Solo quando il desiderio di cibo sarà stato soddisfatto, i Feaci potranno godere del suo canto, liberi da ogni altro bisogno e pronti ad ascoltare le storie degli dei o le glorie degli eroi. Qui il ramingo Odisseo, di cui ancora si ignora la vera identità, viene accolto come un ospite sacro.

La fascinazione del canto dell’aedo si snoda in tre diversi momenti: prima viene narrata la contesa tra Odisseo e Achille per le armi di Aiace, poi gli illeciti amori di Ares e Afrodite, infine, su richiesta dello stesso Odisseo, l’episodio del cavallo di Troia. Demodoco “tesseva il suo canto” (Od. VIII 499) come si intreccia un arazzo, rispettando la successione degli eventi, da quando gli Achei diedero fuoco alle proprie tende per simulare la partenza, fino alla “cava insidia” del cavallo con gli eroi nascosti dentro, dalle incertezze dei Troiani sul da farsi fino alla distruzione della rocca di Troia. All’udire questo canto, l’eroe versa lacrime di pietà. Quell’Odisseo che non aveva pianto nel corso di eventi terribili, nella lontananza da casa, nell’esperienza della morte, piange ora ascoltando la storia che acquista il suo senso pieno solo attraverso la mediazione del racconto. La vera poesia, ben lontana dall’obnubilare la coscienza di sé, consente invece un processo di rivelazione e autorivelazione: “è il canto dell’aedo che ricorda a Odisseo l’altro sé stesso, l’eroe greco” (P. Boitani, Riconoscere è un dio, p. 72), ma è anche il riconoscimento più profondo della propria identità attraverso la poesia.

Le vie del canto scelte dall’aedo attingono alla tradizione dei miti su dei ed eroi. “Epica” deriva da epos, che è “parola”, promessa solenne, canto. Mythos, “racconto”, “narrazione”, ha invece un’etimologia oscura: un’ipotesi controversa, ma affascinante, fa derivare il termine da myein, il verbo della sacra iniziazione che significa letteralmente “chiudere la bocca”, in allusione alla segretezza dei misteri che venivano svelati all’adepto. Il racconto cantato sembrerebbe allora portare con sé anche il sigillo del silenzio. Infine, il canto è oimē, una “via” tracciata nella memoria, un luogo interiore che l’aedo anima attraverso il recupero di uno degli infiniti percorsi narrativi del patrimonio epico. Walter Ong introduce in proposito il concetto di “poetica topica” o topologica, che identifica determinati temi come corrispondenti a luoghi precisi lungo la strada del racconto. La scelta di un singolo tema è come una scelta spaziale che ci chiede di collocarci in un punto specifico lungo la via dei canti.

Aedi e rapsodi si facevano interpreti di quella tradizione poetica che aveva nell’oralità la sua cifra distintiva. La questione omerica è stata discussa a lungo, ma quello che si può per certo sostenere è che il nucleo principale dei poemi omerici fosse in origine tramandato oralmente: per l’aedo era dunque particolarmente prezioso il valore della memoria catalogica, in grado di recuperare lunghe sequenze narrative, sostenuto in ciò dall’ispirazione della Musa. Nello Ione platonico, Omero viene definito come “il più eccellente e divino di tutti i poeti” (530b10), mentre il rapsodo è abile proprio perché da Omero, come da un dio, è posseduto, secondo la famosa metafora della pietra eraclea la cui forza magnetica tiene uniti i tre anelli della catena: poeta, rapsodo, attore/spettatore. Quella che nell’epos era la divina ispirazione, il soffio sapiente delle Muse in grado di animare la voce dell’aedo, diventerà con Platone una “divina possessione”: il poeta non sa nulla di ciò che canta perché è “fuori di senno”, abitato dal volere e dalla voce del dio.

Nel libro XXII dell’Odissea, mentre si scatena la carneficina che stermina i pretendenti, il cantore Femio spaventato abbraccia le ginocchia di Odisseo in segno di supplica e gli ricorda, per ottenerne misericordia, tutti i propri meriti:

Ti scongiuro, Odisseo: risparmiami, abbi pietà.
Tu avrai rimorso, un giorno, se uccidi il cantore
perché per i numi e per gli uomini io canto.
Da solo (autodidaktos) imparai l’arte, un dio canti multiformi (oimas pantoias)
m’ispirò (enephysen) in cuore; mi sembra che davanti a te canterei
come davanti a un dio: perciò non tagliarmi la testa.
(Od. XXII 344-349, trad. di R. Calzecchi Onesti, modificata)

Femio sembra qui distinguere l’ispirazione divina da una technē rispetto alla quale si definisce autodidaktos. Da un lato il cantore ha respirato il soffio divino delle Muse (enephysen, in v. 348) e ha goduto di un vero e proprio magistero superiore, un rapporto personale tra discepolo e divinità; dall’altro, però, rivendica la propria autonomia all’interno di un percorso tracciato. Il passo è interessante per una riflessione sulla creatività del cantore e sui margini di libertà entro i quali si muove: l’uso di autodidaktos non si riferisce probabilmente all’originalità della materia narrata, inserita nel solco di una tradizione ben consolidata, ma alla possibilità di realizzare intrecci sempre nuovi a partire da quella stessa tradizione, modificandone alcuni dettagli. E che il cantore goda di una certa autonomia rispetto all’investitura divina è confermato anche da un passo dell’Odissea in cui Alcinoo, invitando Demodoco al canto, lo definisce come colui al quale “in sommo grado un dio donò il canto / a darci piacere, ovunque il cuore (thymós) lo spinga a cantare” (Od. VIII 44-45).

Alla fase di memorizzazione di un patrimonio epico condiviso doveva dunque seguire, da parte del cantore più dotato, un libero assemblaggio e un’originale cucitura dei modelli raccolti. Questo potrebbe essere l’elemento di novità rivendicato anche in un frammento tramandato come esiodeo:

A Delo allora per la prima volta io e Omero, cantori,
celebravamo, cucendo il canto in nuovi inni,
Apollo dall’aurea spada, generato da Leto.
(fr. 357 M-W)

I poemi sono frutto di una sapiente tessitura di materiale preesistente e dettagli nuovi, unificati nella narrazione rapsodica. Anche per Pindaro il rapsodo (rhapsōidós) è “colui che cuce insieme i canti” (da rhaptein, “cucire” e aoidē, “canto”), e gli Omeridi sono i “cantori delle parole cucite” (Nemea 2.1-3). Il poeta-aedo è un abile artigiano che, al pari di altri maestri delle arti, crea e modella a partire dagli elementi di cui dispone. Egli pratica non la semplice memorizzazione, ma la rimemorazione, che implica una possibilità di variazione del corpo narrativo principale, una combinazione sempre nuova del materiale che struttura la composizione a tutti i livelli narrativi.

Sia in Omero sia in Esiodo il processo di rimemorazione della parola divina è espressione della fragilità del poeta, privo dell’onniscienza degli dei, e insieme della sua forza. L’alleanza tra memoria delle Muse e canto dell’aedo radica infatti l’autonomia poetica nella possibilità di variare all’infinito l’ordito del tessuto narrativo. Il kosmos del racconto è garantito prima di tutto dalla memoria: l’effetto di questa sapienza poetica sull’animo di chi ascolta è un piacere profondo, unito al temporaneo oblio delle proprie sofferenze.

 

Crediti immagini
Apertura: Cantore nell’antica Grecia (Wikimedia Commons)
Box: Scultura del 1812 raffigurante Omero, oggi esposta al museo Louvre di Parigi (Wikimedia Commons)

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