“Il Covid” o “la Covid”?

Redazione

a cura di Mario Cannella*

 

Lo scorso 11 febbraio la malattia da coronavirus SARS-CoV-2 è stata ufficialmente battezzata “Covid-19”. Un mese dopo, alla metà di marzo, è stato decretato per la prima volta in Italia il lockdown, il provvedimento di isolamento sanitario in casa delle persone e di blocco delle attività, che sarebbe durato per circa un mese e mezzo, periodo in cui la pandemia ha investito il nostro Paese con violenza.

Nello stesso periodo stavamo chiudendo lo Zingarelli 2021, in una situazione, come si può immaginare, di preoccupazione e confusione. Ci limitammo allora a modificare leggermente il lemma coronavirus, così ora nel vocabolario:

coronavirus /  koronaˈvirus/
[da corona, per l’alone rivelato al microscopio che caratterizza questo virus ☼ 1971]
s.m. inv. 

  • (biol.) ogni virus del genere Coronavirus, che infetta l’uomo e molti animali; nell’uomo è un’importante causa di infezioni respiratorie come il raffreddore e la polmonite atipica; in sigla CoV (V. anche le sigle COVID-19 e SARS-CoV-2)

e, tra le sigle, a inserire:

CoV
(med.) CoronaVirus

COVID-19
(med.) ingl. COrona VIrus Disease 19 (malattia da Coronavirus iniziata nel 2019)

SARS-CoV-2
(med.) ingl. Severe Acute Respiratory Syndrome CoronaVirus 2 (virus di tipo Coronavirus 2 causa di grave sindrome respiratoria acuta)

Passati alcuni mesi, abbiamo deciso di inserire nello Zingarelli 2022 alcuni neologismi relativi all’epidemia, e tra questi il sostantivo (talora anche con uso aggettivale) Covid-19 (o solo Covid).

È stato a questo punto che si è posto il problema dell’attribuzione del genere grammaticale: “il Covid” o “la Covid”? e quindi: s. m. oppure s. f.? o entrambi? oppure solo f. nel caso della malattia e solo m. nel caso del virus?

A proposito di Covid-19 non abbiamo riscontrato regole o indicazioni grammaticali imprescindibili, tali cioè da imporre una soluzione indiscutibile.

Il termine disease presente in Covid porterebbe a privilegiare il femminile nel significato corrispondente a ‘malattia’, ma è interessante notare che Alzheimer in inglese è ‘Alzheimer’s disease’ e, nonostante il disease ‘malattia’, in italiano è considerato sostantivo maschile.

Anche nei casi di beriberi (il cui significato italiano più esteso, cioè l’iperonimo, è ‘malattia…’), di herpes (‘una delle affezioni…’) o di sodoku (‘malattia…’) il genere del significato italiano più esteso non ha ostacolato l’attribuzione del genere maschile.

La presenza del termine disease non pare perciò decisiva nell’attribuzione del genere, anche perché termine non comunemente noto. Equivale a quella di syndrome in AIDS, che pure in italiano è sostantivo maschile, probabilmente perché la S di syndrome, testa (o elemento portante) della sigla, è al fondo della sigla stessa e non intuitivamente percepita. Invece nel caso del francese ‘SIDA’, in cui la S è all’inizio della sigla, il sostantivo è in quella lingua in netta prevalenza maschile (le Sida), ma va considerato che sempre in quella lingua syndrome è di genere maschile; così come in spagnolo (el SIDA es una enfermedad), in cui, anche qui, sindrome è sostantivo maschile.

Quanto al tedesco, a differenza del SIDA francese e spagnolo, AIDS (che in quella lingua è sostantivo neutro) ripete l’originale inglese, come in italiano; invece Parkinson è maschile (come in italiano) anche se si dice pure Parkinsonkrankheit (composto con Krankheit ‘malattia’, femminile) mentre l’Alzheimer è sostantivo femminile (credo in quanto sottintende appunto ‘Krankheit)’.

In breve. L’attribuzione del genere grammaticale di una sigla – e in particolare di una sigla proveniente da un’altra lingua e soprattutto dall’inglese, che non prevede almeno in generale distinzioni di genere – non segue regole vere e proprie. Segue alcuni criteri generali: spesso si segue il genere del principale termine italiano corrispondente o, come detto, l’iperonimo – ma non sempre, per esempio web, che pur ha come significato ‘rete’, da ‘ragnatela’, in italiano è sostantivo maschile. Spesso, specialmente nel caso delle sigle (ma anche di molte locuzioni della nostra lingua, per esempio ‘faccia a faccia’ o ‘fine settimana’, maschili) prevale una sorta di maschile onnicomprensivo, indipendente dal genere dei componenti.

La varietà d’uso, come si vede, è ampia. Spesso, soprattutto quando un termine o una sigla cominciano ad affermarsi, ci sono sensibili oscillazioni nell’attribuzione del genere, fino a quando un uso inizia a stabilizzarsi. Basti pensare ai termini email e mail, presenti nella nostra lingua già dagli anni Novanta del secolo scorso, che ancora oggi, nel significato di ‘messaggio di posta elettronica’, vedono una prevalenza dell’uso al femminile anche se permangono più rari usi al maschile

Torniamo al caso specifico di Covid. Lo Zingarelli è un vocabolario dell’uso e, fin dai tempi di Nicola Zingarelli, l’uso è stato il riferimento principale nelle decisioni.

Ciò non significa un appiattimento acritico e indiscriminato all’uso prevalente (non a caso Nicola Zingarelli nella prima edizione del vocabolario non si riferì genericamente all’”uso” ma adoperò la formula “uso delle persone colte”, sul cui significato attuale occorrerà tornare).

Anzitutto, quale uso? Non tutte le fonti che servono a verificare l’uso sono equivalenti, hanno cioè la stessa ‘qualità’, lo stesso ‘peso’. C’è una differenza tra un sito istituzionale, un quotidiano o una rivista di importanza nazionale e una chat o una conversazione in un social (queste ultime peraltro vanno costantemente seguite: sono ‘luoghi’ dove spesso iniziano a essere usati, talora in modo scherzoso o provocatorio, dei termini o delle forme che poi vengono raccolti e diffusi a livello più generale).

In alcuni casi nel vocabolario si prendono le distanze da certi usi pur prevalenti. Per esempio in:

reboante /  rebo’ante/ o, più diffuso ma etimologicamente meno corretto, roboante
[vc. dotta, lat. reboănte(m), part. pres. di reboāre ‘rimbombare, rintronare’, comp. di re- ‘ri-’ e boāre ‘risonare’. V. boato (1) ☼ av. 1429]

 

Ciò premesso, il controllo delle occorrenze relative al genere di Covid ha dato i seguenti esiti [per ridurre al minimo i margini di ambiguità tra malattia e virus, abbiamo ricercato le stringhe “sintomi del covid” / “sintomi della covid”; questi i dati di metà settembre]:

Google italiano: “sintomi del covid”: 137.000 occorrenze >  “sintomi della covid”: 44.000

Corriere della Sera: “sintomi del covid”: 8; “sintomi della covid”: 0; inoltre, più in generale, sempre sul Corsera: “del covid”: 393; “della covid”: 2 (una in marzo e una in aprile); “il covid”: 577, “la covid”: 1

Repubblica: “sintomi del covid”: 99; “sintomi della covid”: 2

la Stampa: “sintomi del covid”: 8; “sintomi della covid”: 0

Altre ricerche simili e con pochi rischi di ambiguità lo confermano. Per esempio:

in Google it.: “curare il covid” ha 75.000 occorrenze, “curare la covid”: 3.700; “cura del covid”: da 260.000 a 300.000 (a seconda dei giorni…) occorrenze, “cura della covid”: da 3.900 a 4.100.

Questi dati indicano quindi una netta prevalenza del genere maschile.

Siamo perciò orientati a usare queste categorie grammaticali [mancano la etimologia e la datazione e le definizioni sono ancora provvisorie]:

Covid-19 o Covid A s. m.  o (più raro) f. inv. nel sign. 1

1 grave malattia respiratoria contagiosa causata dal virus SARS-CoV-2

2 correntemente, il virus stesso B in funzione di agg. inv. ● relativo a tale malattia o a tale virus: emergenza Covid

 

Un vocabolario dell’uso ha senza ombra di dubbio il compito di indicare un uso corretto – soprattutto in settori come l’ortografia, la morfologia, la fonetica, la sintassi, le reggenze –, ma anche di dare conto degli usi prevalenti; è noto che ci sono forme o persino termini un tempo considerati errati e oggi al contrario accettati e consigliabili.

Nulla esclude, al momento (autunno 2020), che l’attribuzione del genere relativo a Covid cambi nel corso dei prossimi mesi o anni, anche perché, purtroppo, l’argomento è e resterà all’ordine del giorno per non poco tempo.

Sarà nostro compito monitorare la situazione e registrare gli eventuali mutamenti per tenerne informati i lettori del vocabolario.

 

 

* Mario Cannella, lessicografo, collabora con Zanichelli dal 1983. È autore del “Primo Zanichelli”, giunto alla sesta edizione, ed è curatore del vocabolario Zingarelli dal 1995.

 

(Crediti immagini: Dizionario Zingarelli, pxhere)

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Commenti [2]

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  1. Matteo papa

    Notizia che aumenta il mio bagaglio di esperienza linguistica. Complimenti

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