Letteratura di Viaggio. Per una definizione di (non) genere

Stefano Pifferi

Vivere, viaggiare, scrivere

Il campo semantico del viaggio fa parte del nostro vivere quotidiano così come, per estensione, del nostro leggere e scrivere di ogni giorno. Dalla vita come “cammino” o “percorso” alla morte come “trapasso”, la tematica del viaggio rappresenta un topos culturale e letterario di prim’ordine.

Il viaggiare, con le sue molteplici e diverse motivazioni (commerciali, politiche, religiose, di studio, militari, esperienziali, di formazione, per curiosità,  ecc.), è alla base delle umane cose sin dalla notte dei tempi. Esso però ha subito delle modificazioni sostanziali nel corso dei secoli passando da una forma di viaggio “non volontario”, “imposto” dall’alto da una divinità o dal fato, e “subìto” dal viaggiatore – si pensi alle figure mitiche e archetipiche di Adamo ed Eva cacciati dal giardino dell’Eden, all’Ebreo Errante, al vagabondare di Odisseo, all’epopea di Gilgamesh – ad azione volontaria finalizzata alla definizione della propria identità e alla ricerca di un riconoscimento di sé, passaggio  che coincide con l’apparizione della figura del cavaliere medievale, primo modello di viaggiatore moderno mosso dalla curiosità. Infine, in questa accezione “moderna” il viaggio ha via via allargato eccentricamente la propria sfera di influenza finendo col configurarsi come campo non solo esperienziale e materiale, ma anche metaforico e trascendente.

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William Turner, “Ulisse”, 1829 (via Wikipaintings)

 Per approfondire, visita il C.I.R.V.I. Centro Interuniversitario di Ricerche sul Viaggio in Italia.

Per una contestualizzazione storica e di genere

In questa progressiva estensione semantica, dunque, l’ambito del viaggio arriva a toccare e influenzare anche l’atto stesso della scrittura – si pensi al “movimento” attraverso una parte di testo, denominato “passo”, o in senso generale, come notava argutamente Michel de Certeau, al fatto che “Tout récit est un récit de voyage” – in quanto attua una modificazione, in chi scrive e in chi legge, che molto ha in comune coi riti di iniziazione e “di passaggio” di cui il viaggiare è parte integrante.

Come si intuisce dal titolo, però, la Letteratura di Viaggio non può essere considerata a tutt’oggi come un genere letterario a sé stante. Una materia porosa e trasversale, transnazionale per natura, multidisciplinare per esigenza e tematicamente di confine oltre che geneticamente predisposta alla fusione, ai travasi, agli input esterni, al punto che è difficile riuscire a fornire anche solo una definizione esemplificativa della Letteratura di Viaggio. Semplificando molto la questione si potrebbero considerare esempi di Letteratura di Viaggio tutti quegli scritti d’ambito “viatorio”, cioè che abbiano come elemento centrale il “viaggio” in tutte le sue forme, elaborati con un certo grado di letterarietà. Definizione fumosa ma che ha il merito di porre dei paletti in una materia che, come si accennava sopra, è piuttosto scivolosa e tocca molti ambiti e discipline molto diverse fra loro come la storia, la filosofia e l’antropologia.

Muovendo, pertanto, dal presupposto di parlare di un qualcosa in via di definizione, si possono comunque individuare alcune traiettorie che limitino settorialmente tale magmatica materia. Una delle prime acquisizioni critiche relative al mare magnum della Letteratura di Viaggio fu quella, elaborato in epoca Settecentesca, della suddivisione tra letteratura di viaggio “reale” (true travel account) e letteratura di viaggio “di finzione” (fiction travel): nata in età illuministica e rafforzatasi e irrigiditasi in età positivistica, questa suddivisione tanto basilare quanto semplicistica aveva il vantaggio – “empirico”, ovviamente – di mettere un superficiale ordine negli scritti di viaggio che, in quello che Brilli definì a ragione “il secolo d’oro del viaggio”, intasavano il mercato editoriale europeo (in particolar modo, inglese). Questa suddivisione si basava su un presupposto semplice: se vi è stato un viaggio reale alla base dello scritto di viaggio, allora se ne potrà parlare come di true travel account; categoria nella quale ricadrebbero tutte quelle testimonianze esposte sotto forma di diari, resoconti, memorie, relazioni, ecc.

Viceversa, la categoria del “fiction travel” racchiuderebbe tutti i viaggi “inventati”, di creazione e fantasia, più o meno “romanzati” in un calderone in cui Gulliver e Verne, Robinson Crusoe e la Letteratura picaresca (l’Unfortunate Traveller di Nashe, per fare un esempio) possono convivere l’uno accanto all’altro. Questa suddivisione però si basava su un paradosso basilare, ossia che la relazione di viaggio reale traesse autenticazione dalla constatazione di un dato empirico che assumeva il valore di assioma incontrovertibile: l’avvenuto viaggio reale. Da questa angolatura prospettica, però, la Letteratura di Viaggio rappresenterebbe una anomalia in quanto si autodefinirebbe attraverso il ricorso ad un elemento (il viaggio fisico realmente avvenuto da considerarsi come evento “reale” verificatosi in una determinata situazione concreta, di tempo e di luogo) esterno al sistema-letteratura. Un legame forte, a doppia mandata, quasi genetico ma comprensibile e del tutto organico solo ad un sistema ideologico “empirico” e “cosmopolita” come quello Settecentesco in cui l’idea di viaggio era stata ridefinita, finalizzata all’osservazione del mondo esterno e regolata dal principio di aderenza alla realtà visitata e alla verità del racconto.

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Sviluppi e prospettive

Le più recenti acquisizioni critiche, relative all’ultimo ventennio del secolo scorso e ancora in fase di elaborazione, hanno però evidenziato come questo legame tra viaggio reale e resoconto di viaggio sia in realtà da riconsiderarsi in quanto troppo rigido e fallace nel suo discrimine basico.

A quel processo lineare e unidirezionale se ne sostituisce uno bidirezionale e circolare, per cui la riduzione scritta dell’esperienza viatoria realmente esperita dal viaggiatore/autore influisce e reindirizza semanticamente anche le finalità del “viaggio reale”.Partendo dall’analisi di alcuni testi di viaggio – nello specifico la relazione del viaggio a Capo Nord di Giuseppe Acerbi avvenuta sul finire del secolo XVIII e pubblicata in varie forme lungo un trentennio abbondante al crinale tra crisi della relazione settecentesca (“oggettiva” e di stampo scientifico) e affermazione di quella romantica (“soggettiva” e sentimentale) – ci si è resi conto di come la relazione dell’esperienza di viaggio si rifranga in una serie di scritti i cui obbiettivi e finalità così come le modalità espressive e formali risemantizzino il senso del viaggio reale stesso.

Si spezza, così, quel legame univoco che spostava troppo l’asse della definizione di genere verso un elemento extraletterario – escludendo scritture di viaggio “reali” ma autonome dall’esperienza di un “viaggio reale” – per riposizionare al centro della discussione critica la reale testimonianza scritta, la cui mutabilità incide sul carattere e sul significato del viaggio stesso: alla stabilità del viaggio si contrappone la modificabilità di un testo che è per forza di cose selettiva e parziale rendicontazione di quella esperienza e che, nella sua redazione o stratificazione di redazioni, ricrea un “nuovo” viaggio che potrebbe avere anche labili legami con quello “realmente avvenuto”. Attraverso queste riflessioni critiche si è giunti alla consapevolezza che per analizzare la Letteratura di Viaggio e pertanto per definirla in quanto genere letterario a sé stante, sia imprescindibile porre l’attenzione non su elementi extra-letterari (un “transito territoriale” realmente avvenuto) quanto sulla maniera in cui la sua riduzione scritta è stata selezionata, filtrata, meditata, ridotta, cioè, in termini comunicabili e tradotta in parole scritte in un testo letterario che si ritrova a dialogare con altri testi in una rete di relazioni fra opere da considerarsi come un sistema dinamico, elastico e in continua evoluzione. Pertanto è dalla fumosa definizione fornita in apertura che si deve partire per tentare una codifica di un genere letterario “instabile” qual è quello della Letteratura di Viaggio.

Visita il sito di  una biblioteca digitale dedicata al viaggio a Roma e nel Lazio.

Una piccola bibliografia sulla letteratura di viaggio:

  •  Eric J. Leed, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale, Bologna, Il Mulino, 1992
  • V. De Caprio, Un genere letterario instabile, Roma, Archivio Guido Izzi, 1996
  • A. Brilli, Quando viaggiare era un’arte, Bologna, Il Mulino, 1995
  • S. Pifferi, Odeporica 2.0, Viterbo, Sette Città, 2012

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