Ipallage o enallage?

Andrea Tarabbia

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,

O che al giogo inchinandoti contento
L’agilopra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazïenti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;

E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampïo e quïeto
Il divino del pian silenzio verde.

(Giosuè Carducci, Il bove, 1872)

 

È una figura strana, l’ipallage: è quella, per capirci, che compare nell’ultimo verso del Bove di Carducci, «Il divino del pian silenzio verde». Che succede, in questo verso? Succede che, a una lettura veloce, ci si fa l’idea che si parli di un «silenzio verde» – e sarebbe una splendida sinestesia, solo che non è quello che voleva fare Carducci: quel «verde» è riferito a «pian», ossia alla pianura, che è a tutti gli effetti qualcosa di verde (e, a dirla tutta, «divino» va messo insieme a «silenzio»).

Insomma Carducci spacca la frase, scombinando le coppie sostantivo-aggettivo: mette un aggettivo accanto a un sostantivo con il quale, in realtà, non ha niente a che fare. In questo modo crea dei contrasti, delle stranezze, e allo stesso tempo arricchisce notevolmente il senso della frase. Lo so che «silenzio verde» non ha senso, eppure è un’immagine potente, che rimane impressa.

Ci sono casi di ipallage più semplici (si fa per dire): Proust per esempio, per dire di una signora che ha i capelli scuri e un po’ secchi, dice «la bruna secchezza dei capelli» – dove è ovvio che una secchezza non può essere bruna; Foscolo, in In morte del fratello Giovanni, dice «ma io deluse a voi le palme tendo» – ed è evidente che è lui a essere deluso, non i palmi delle sue mani.

Qualcuno dice che l’ipallage può essere chiamata anche enallage – ossia che i due termini sono interscambiabili (e, guarda un po’, ipallage viene proprio dal greco hypallagē, che vuol dire «scambio»). Qualcun altro, invece, sostiene che l’enallage (che vuol dire «inversione») sia una figura leggermente diversa, fondata sempre sullo scambio, sulla sostituzione, più che di una parola, di parti del discorso: aggettivi al posto di avverbi («Prosegui lento!» – al posto di lentamente), nomi al posto di aggettivi («Lo stupore dello sguardo» – al posto di lo sguardo stupito), tempi verbali cambiati («Ti chiamo domani» – al posto di ti chiamerò).

 

Crediti immagini
Apertura: Flickr
Box: Giovanni Fattori, Il riposo (1887) (Wikimedia Commons)

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