La dittologia, una figura viva e vegeta

Andrea Tarabbia

Solo et pensoso i più deserti campi
Vo mesurando a passi tardi e lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi
[…]

Francesco Petrarca, Solo et pensoso…, 1337

 

È una figura semplice, che ha dei risolti perfino divertenti e di uso molto comune. Faccio degli esempi: «sano e salvo», il «viva e vegeta» del titolo, «il perché e il percome», «grande e grosso», «come mi pare e piace». E così via. In pratica, nella dittologia, si mettono insieme per congiunzione due termini che si attraggono per assonanza o per allitterazione («sano e salvo», «viva e vegeta»), perché hanno un significato simile («grande e grosso», e faccio notare che anche qui c’è l’allitterazione, che è una caratteristica molto importante per la dittologia) o perché uno è una variante metaforica dell’altro («il perché e il percome»).

Fate attenzione proprio a quest’ultima dittologia: in quante altre occasioni vi capita di usare la parola «percome»? Scommetto in nessuna: «percome» è una parola “congelata”, che ormai sopravvive nella lingua italiana soltanto se viene usata dentro questa figura retorica. Non è l’unico caso, succede per esempio anche ai «ghingheri», che vivono quasi solo nell’espressione «in ghingheri» e ai «gangheri», che stanno soltanto «fuori dai gangheri». Sono parole prigioniere delle figure retoriche che le ospitano, ma questa loro prigionia è l’unico modo che hanno per mantenersi vive e vegete.

Infine: esistono dittologie che contraddicono molto di quello che abbiamo detto finora, formule “congelate” che accoppiano parole non perché assonanti, ma solo perché di significato molto simile: «a immagine e somiglianza», «vispo e arzillo».

 

(Crediti immagini: Flickr, Wikimedia Commons)

 

 

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