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Lottare o fuggire. La difficile scelta di essere liberi

Che cos’è la libertà? Per rispondere da un punto di vista filosofico, Beatrice Collina illustra la storia di due declinazioni di questo concetto: da un lato, quella sociale e politica, dall’altro quella più vicina alla sfera psicologica.

Il tema della libertà costituisce uno dei nodi fondamentali del pensiero filosofico occidentale. A partire dall’epoca moderna, pur nella varietà e complessità delle posizioni, si possono individuare due modalità principali con cui è stato affrontato: libertà nel suo significato politico, come superamento dei vincoli esterni e oggettivi che impediscono all’individuo di realizzare il proprio progetto di vita; libertà intesa come ricerca di una particolare condizione personale ed esistenziale, che prescinde dal contesto esterno specifico in cui il soggetto si trova a vivere.

Conquistare la libertà. Dall’individualismo alla giustizia sociale

I pensatori occidentali, con rare eccezioni, hanno declinato la libertà in senso individuale e individualistico. Il Saggio sulla libertà dell’inglese John Stuart Mill (1806-1873) pubblicato nel 1859 costituisce una pietra miliare del pensiero liberale, che pone al centro le esigenze dell’individuo in opposizione alla collettività, al ruolo forte dello Stato e a quello che considera il rischio della “tirannia della maggioranza”. Per Mill «[la regione propria della libertà umana] comprende prima di tutto gli intimi domini della coscienza; libertà di pensare e sentire; assoluta libertà di opinioni e sentimenti in qualsiasi campo, pratico e speculativo, scientifico, morale e teologico. […] In secondo luogo, il nostro principio esige libertà di gusti e di occupazioni; libertà di disegnare il piano della nostra vita come meglio ci aggrada, affrontando tutte le conseguenze che possono derivarne, senza essere intralciati dai nostri simili finché quel che facciamo non arreca loro alcun danno [...]». Se sul piano teorico la posizione di Mill appare condivisibile e auspicabile, negli stessi anni il tedesco Karl Marx (1818-1893) mette drammaticamente in luce quali siano le condizioni di una sempre più ampia fetta di popolazione, quelle masse di lavoratori che hanno abbandonato il mondo rurale per lavorare nelle fabbriche delle grandi città, andando a demarcare in modo sempre più netto la distinzione tra classi agiate e classi proletarie. La libertà di cui parla Mill è una libertà che non riguarda tutti, ma solo alcuni. Il processo di liberazione non è soltanto un percorso politico, ma anche sociale ed economico, che deve affrancare i lavoratori dalla schiavitù del bisogno e dalla miseria. Solo allora gli uomini, tutti, potranno dirsi liberi. L’obiettivo per Marx consiste nel superare la struttura della società borghese del suo tempo, basata su sfruttamento e contrapposizione sociale, per creare «un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno [sia] la condizione per il libero sviluppo di tutti». (Manifesto del partito comunista, 1848)

Consapevoli dello scarto tra libertà teorica e libertà di fatto, i padri e le madri costituenti della Repubblica italiana si preoccuparono che il testo della Costituzione – entrata in vigore il 1 gennaio 1948 – non fosse solo una bella dichiarazione di principi, ma anche un impegno ad agire concretamente per l’uguaglianza e la libertà di tutti cittadini. Non è un caso che l’Articolo 3, uno dei più importanti della nostra Costituzione, sia suddiviso in due parti. Nella prima la Costituzione dichiara l’uguaglianza di tutti i cittadini; nella seconda, si prende atto che non tutti partono dalla stessa condizione e che è compito proprio della Repubblica agire per rimuovere quegli ostacoli che di fatto impediscono di essere libere anche alle persone più svantaggiate. La scuola e la sanità pubbliche sono i due esempi cardine di questo impegno:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La paura di essere liberi. Sicurezza e conformismo

L’aspirazione alla libertà nelle sue diverse forme ha segnato la storia e la cultura occidentale nel corso dei secoli. Esiste tuttavia una contro-narrazione che mette in luce un’altra tendenza umana, quella di abdicare più o meno consapevolmente alla possibilità di essere liberi. Già Platone (428/427 a.C. - 348/347 a.C.) nel celebre “Mito della caverna” narrato nel settimo libro de La Repubblica si interroga sulla possibile reazione degli schiavi ancora in catene nel momento in cui il loro compagno decidesse di tornare per liberarli e raccontare la realtà ad essi ancora preclusa.

Sebbene sia stata la storia del Novecento a fornire agli studiosi il materiale principale per l’analisi della psicologia delle masse, e del modo in cui esse si sono lasciate manipolare dai regimi totalitari, già agli inizi dell’epoca moderna un pensatore fuori dagli schemi come il francese Étienne de La Boétie (1530-1563) aveva riflettuto su certi meccanismi nel saggio breve Discorso della servitù volontaria, recuperando in particolare episodi della storia antica. Scriveva La Boétie: «È incredibile come il popolo, dal momento in cui viene assoggettato, cada all’improvviso in un oblio della libertà talmente profondo che non gli è possibile ridestarsi per riottenerla; prende a servire così sinceramente e volentieri che, a vederlo, sembra non abbia perso la sua libertà, ma guadagnato la sua servitù». L’abitudine a vivere come servi e le lusinghe e i passatempi che i governanti mettono a disposizione dei propri popoli (giochi, teatri, spettacoli) sono per La Boétie i lacci che impediscono qualsiasi slancio verso la ricerca di qualsiasi alternativa. La libertà viene barattata per una condizione di sicurezza, per quanto precaria quest’ultima possa essere. Riflessioni del genere conducono a ulteriori considerazioni e domande, che possono essere scomode: quanto è deprecabile la scelta di non essere liberi se è essa stessa una scelta? Quanto siamo legittimati a imporre ad altri una qualsiasi forma di libertà? E fino a che punto possiamo essere certi di avere noi per primi un atteggiamento realmente libero?

Nei capitoli finali dell’opera Fuga dalla libertà (1941), lo psicologo e filosofo Erich Fromm (1900-1980), tra i membri del gruppo di lavoro della Scuola di Francoforte, indaga forme più subdole e sottili attraverso cui l’individuo viene inibito nella realizzazione di sé stesso: l’educazione (da bambino) e la pressione sociale (da adulto). Attraverso queste influenze continue e più o meno esplicite la condizione dell’uomo moderno è diventata per Fromm particolarmente confusa: «Tutte le nostre energie vengono spese allo scopo di ottenere quello che desideriamo, e la maggior parte degli individui non mettono mai in discussione il presupposto di quest’attività, il sapere, cioè, quello che davvero vogliono. […] La verità [è] che l’uomo moderno vive nell’illusione di sapere ciò che vuole, mentre in realtà vuole quello che ci si aspetta che voglia». Per Fromm, spezzare le catene del conformismo è possibile recuperando il carattere della spontaneità, tipico dei bambini e degli artisti: solo così gli uomini potranno essere liberi, dando finalmente spazio a quelle parti di sé che sono state represse e imbrigliate dalle norme scritte e non scritte della vita sociale.

In questo breve estratto, Erich Fromm approfondisce il tema del conformismo e di come questo sia per lui sintomo di “malattia”, capovolgendo così il significato che tendiamo dare all’idea di “normalità”:

(Crediti immagine: Wikimedia Commons)

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