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La letteratura e i suoi luoghi immaginati

Isole deserte, castelli, prigioni, città incantate, bassifondi, mari sterminati: la geografia dei romanzi è fatta spesso di luoghi mitici, a metà tra realtà e fantasia. Da Salgari a de Maistre, da Defoe a Faulkner: una percorso tra la letteratura utilizzata per creare nuovi mondi
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La geografia del romanzo è fatta di isole, a volte deserte a volte popolate da selvaggi, e poi castelli, prigioni, città cupe o incantate, mari sterminati e desolati, bassifondi, palazzi del potere e campi coltivati, sotterranei, case di famiglia e stanze troppo piccole da percorrere e ripercorrere. Il fatto è che la letteratura, prima di ogni altra cosa, è e deve essere una grande creatrice di mondi: essa crea dei mondi laddove non ci sono o sono irraggiungibili, oppure rivede, ri-immagina luoghi vicini per dar loro un significato simbolico. Esistono scrittori che non sono mai usciti dal posto in cui sono nati e vissuti, ma che nei loro libri hanno compiuto viaggi straordinari immaginandosi popoli, linguaggi e paesaggi; ne esistono altri, invece, che pur spostandosi per il mondo hanno scelto un luogo in particolare dove ambientare tutta la loro narrativa: e questo luogo è giocoforza diventato un simbolo, una piccola rappresentazione del mondo e dell’umanità.
Ascolta una vecchia puntata di Farhenheit dove Paolo Orvieto, Giampaolo Dossena e Gino Ruozzi parlano dei luoghi letterari e del loro significato (dal minuto 19).
La scrivania di Salgari Emilio Salgari era solito dire che "Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli". Aveva composto oltre ottanta romanzi, molti dei quali ambientati in terre esotiche: dal ciclo dei pirati della Malesia, il cui protagonista è il celeberrimo Sandokan, al ciclo dedicato ai corsari delle Antille, a quello, ancora, ambientato nel triangolo delle Bermuda; in generale, quasi ogni cosa che Salgari ha scritto ha che fare con dei mondi lontani e irraggiungibili, soprattutto se si tiene conto che i suoi libri furono scritti a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Le Indie, la jungla, i mari e le foreste tropicali, l’Africa profonda: sono questi i luoghi che la scrittura di Salgari esplora e descrive, regalando ai lettori visioni di una natura selvaggia e lussureggiante, di mari in tempesta e isole misteriose ricche di frutti e fiori inimmaginabili. E tuttavia lui, i mondi che ha minuziosamente descritto nei suoi lavori, non li ha mai visitati: perseguitato dai debiti e da varie sfortune famigliari, pubblicava al ritmo di tre romanzi all’anno – era insomma inchiodato alla scrivania e pressato dai creditori; si conosce soltanto un viaggio da lui compiuto nel corso della vita: nel 1880, quando aveva solo 18 anni, Salgari si imbarcò come mozzo sulla nave “Italia Una”, e per tre mesi navigò per il poco esotico Adriatico, andando da Venezia alla Dalmazia a Brindisi.  
Copertina di "Le tigri di Mompracem" di Alberto Della Valle, 1900 (immagine: Wikipedia)
Dunque la sua Malesia, i suoi Caraibi, il suo delta del Gange sono figli di un grande lavoro di documentazione sulle enciclopedie e sui libri e le riviste di viaggio: tutto è inventato, immaginato con l’aiuto delle informazioni date da chi in quei luoghi ci è stato davvero.
 Guarda questo sito ricco di notizie e curiosità sulla vita e l'opera di Salgari.
Incontrare l’altro su un’isola deserta Fino a quasi sessant’anni, Daniel Defoe aveva fatto il commerciante, il polemista sui giornali inglesi, l’agente governativo e il saggista: non aveva mai pensato di scrivere romanzi. Poi, all’improvviso, nel 1719 pubblicò quello che, secondo molti, non solo è uno dai capisaldi del romanzo d’avventura, ma l’atto di nascita del romanzo moderno: il Robinson Crusoe, la storia del naufrago più famoso di sempre. Il Crusoe abbandonava un rappresentante della media borghesia inglese su un’isola deserta e lo seguiva nella sua opera di lento e constante apprendimento delle tecniche di sopravvivenza; lì, solo, Robinson non perdeva un’oncia del proprio essere civile (una delle prime cose che Robinson fa è, per esempio, costruirsi un tavolo su cui scrivere) ma, anzi, ne approfittava per educare al modus vivendi borghese un selvaggio e riusciva a piegare ai propri scopi la natura inospitale del luogo.  
La mappa dell'isola, illustrazione dell'edizione del 1720 (immagine: Wikipedia)
È, il romanzo, una grande narrazione sul rapporto con l’altro, con il diverso, e sulla volontà dell’europeo civilizzato di rendere il mondo a lui lontano a propria immagine e somiglianza. Eppure Defoe su quell’isola non c’è mai stato. La sua storia, benché le sue fonti d’ispirazione siano diverse, è con ogni probabilità basata sulla vera esperienza di un pirata scozzese, Alexander Selkirk, che all’inizio del Settecento visse solo per quattro anni su un’isola del Sud America.
 Leggi la vera storia di Alexander Selkirk, l'uomo la cui vicenda ha ispirato il "Robinson Crusoe".
Un viaggio in una stanza Non è letteralmente uscito di casa Xavier de Maistre, che nel 1794 ha pubblicato un libro intitolato Viaggio intorno alla mia camera: vi si racconta, in 42 capitoli, di 42 giorni trascorsi dall’autore in una stanza quadrata il cui lato è lungo 36 passi. De Maistre cammina, si siede, si sofferma sui mobili e sui ricordi che da essi scaturiscono, in un monologo con se stesso che a poco a poco diventa anche un dialogo contro l’«altra parte» di sé: l’anima e il corpo di de Maistre parlano tra loro, si rimbeccano, si studiano e cercano di capirsi, in un gioco di rimandi che rende l’angusto ambiente della stanza una metafora della psiche dell’autore. Perché non sempre è necessario fuggire ai Tropici per misurarsi con la Natura e con l’altro da sé.
Leggi un profilo bio-bibliografico di De Maistre. 
Due province due mondi: Yoknapatawpha e Gaomi William Faulkner è stato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento. Era nato sul Mississippi e decise che la maggior parte dei suoi libri sarebbe stata ambientata in un’immaginaria contea dal nome impronunciabile di Yoknapatawpha. Ascolta William Faulkner pronunciare Yoknapatawpha. Yoknapatawpha assomiglia moltissimo alla contea di Lafayette, dove Faulkner visse quasi tutta la sua vita. L’urlo e il furore, Sartoris, Mentre morivo, Luce d’agosto sono soltanto alcuni dei capolavori che lo scrittore ambienta in questo spazio mitico, astorico eppure teatro di un perenne conflitto tra bianchi e neri, passato e presente, bene e male – di cui disegnerà perfino una mappa. Yoknapatawpha è una parola indiana, di cui Faulkner spiegò una volta il significato: «L’acqua scorre lenta nella pianura». Scorre in questo nome il ritmo placido del Mississippi; ma, allo stesso tempo, vi scorre anche il simbolo della prosa faulkneriana, costituita spesso dal «flusso di coscienza».
 Scopri qui che cos'è il flusso di coscienza.
Nel discorso con cui ha ritirato il Premio Nobel per la letteratura nel 2012, lo scrittore cinese Mo Yan ha indicato tra i suoi maestri proprio William Faulkner. Come il suo predecessore americano (che il Nobel l’aveva vinto nel 1949), anche Mo Yan si è inventato un controluogo dove ambientare tutti i suoi romanzi: la città di Gaomi, nella provincia dello Shandong, è, da una parte, il posto dove Mo Yan è nato mentre, dall’altra, è uno spazio trasfigurato dove, in romanzi come Sorgo rosso, Il supplizio del legno di sandalo o Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, scorre tutta la storia della Cina, di cui la provincia è un microcosmo. Gaomi è una Cina rimpicciolita, insomma, un piccolo mondo autosufficiente in cui l’enorme Paese si riflette e si racconta.
 Leggi un profilo di Mo Yan tracciato dalla sua traduttrice italiana.
I simboli e l’isola davvero scomparsa È, dunque, una questione di mondi. Il reale e l’immaginario si incontrano ora in luoghi realmente esistenti ma immaginati da chi non li ha mai visti, ora in luoghi reinventati, trasfigurati e resi simbolo di un Paese, di una condizione. Ogni volta che la letteratura si inventa un mondo, lo fa per parlar di questo, perché sia metafora – a volte lontana, esotica – di una condizione, quella umana, che è sempre al centro del discorso letterario. Così, nessun lettore troverà su un atlante la contea di Faulkner, ma ne troverà decine di cui è essa è espressione e simbolo. Ma attenzione: non sempre la ricerca è infruttuosa. L’isola di Mompracem, dove Salgari ambientò le avventure di Sandokan, è ufficialmente un luogo inventato dentro uno spazio geografico reale che lo scrittore immaginò. Eppure Giulio Raiola, nel suo libro Sandokan mito e realtà, rivela che nelle antiche carte esisteva in Malesia un’isola chiamata Mompiaceum, che oggi non si trova più: è probabilmente l’attuale Keraman – il cui nome malese significa «Isola che scompare». Qualcuno ha contestato questa interpretazione, ma non importa, perché, in letteratura, «Bella più di tutte è l’isola non trovata».
 Francesco Guccini, "L'isola non trovata".
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Tigri_1900

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