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L’iperbole al tempo dei social network

Gonfiare e alterare la realtà: è l'iperbole, figura retorica da sempre molto usata in letteratura. Ma che ruolo ha oggi? E come sta cambiando il suo utilizzo nell'era dei social network?
Vladimir Majakovskij, da Il flauto di vertebre, 1915, trad. di Renato Poggioli Chiuderò la bocca. Sillaba non udirete Dai labbri serrati dentro la morsa dei denti. Attaccami alle code di cavallo delle comete, lacerami contro le stelle taglienti. Meglio ancora: quando l’anima mia si presenterà al tuo tribunale, corruga le ciglia ed impiccami, a guisa di criminale, al capestro della Via Lattea. Fa’ di me quel che ti pare. Se vuoi, squartami. La tua mano sarà da me benedetta. Soltanto, ascoltami! Portati via la maledetta che mi hai condannato ad amare! La buona fede è per chi esagera Si può fare un’iperbole soltanto se si è in buona fede: si altera la realtà, la si gonfia, dunque, non per trarre in inganno ma per dare maggiore credibilità al proprio messaggio. Attraverso l’eccesso e l’esagerazione si prova a dare credito alle proprie parole. Uno dice: «Sono mille anni che non ti vedo», e probabilmente intende dire che gli manchi. È per questo che, parlando di un amore infelice, un poeta iperbolico come Majakovskij può permettersi di sviluppare metafore arditissime come il “capestro della Via Lattea” o le “code di cavallo delle comete” o immaginare che le stelle taglino: perché è l’unico modo che conosce per dare l’idea delle pene d’amore che davvero lo fanno soffrire.
Puoi leggere qui il testo integrale di Il flauto di vertebre di Vladimir Majakovskij.
Se tutti usano iperboli Ma è così ardito, oggi, il linguaggio di Majakovskij? Forse no: forse le sue iperboli sono oggi meno sconvolgenti rispetto a un secolo fa e non è più uno scandalo dare della “maledetta” alla persona che si ama. Questo perché ormai tutti parliamo e scriviamo per iperboli: è su questa figura retorica che si fonda per esempio il linguaggio di molta televisione o dei social network. Facebook è pieno di articoli e link “che cambieranno il tuo modo di vedere le cose”, di win e fail che non sono semplicemente vittorie o fallimenti, ma lo sono in modo epic e… di insulti, che sembrano essere diventati il modo più diretto per esprimere la propria opinione. Soprattutto, ciò che è cambiato sembra essere il rapporto tra questa figura retorica e la buona fede: la facilità con cui su Facebook si augura il peggio a qualcuno che non si conosce è figlia del fatto che ci si può nascondere dietro un nickname o che si è pressoché sicuri che non si incontrerà mai di persona colui con cui ce la prendiamo. È figlia di leggerezza e malafede, mentre il linguaggio di Majakovskij era fondato sui loro opposti. L’iperbole è allora una figura retorica in pericolo: se ne fa un uso sconsiderato che rischia di normalizzarla e dunque annientarla. Se tutti usano, e male, le iperboli, esse diventano deboli e muoiono.
 Guarda il “Portale dell’italiano televisivo” legato all’Accademia della Crusca.
Immagine nel box in Homepage: "Hyperbole" di Sean Frese (via Flickr) Immagine in apertura: "Hyperbole" di atomicity (via Flickr)
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