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Tutti in fila per il pane. Una giornata a EXPO Milano

Andrea Tarabbia è stato a EXPO e ha scritto per noi un resoconto della sua esperienza. Un "come te lo spiego" sui generis che, fra reportage e spunti letterari, propone alcuni lati critici di EXPO
Le code, quelle vere Da molto tempo, ogni volta che mi trovo in coda per qualcosa, penso a La coda. La coda è uno strano e bellissimo romanzo che lo scrittore russo Vladimir Sorokin ha pubblicato in patria a metà degli Ottanta: non c’è un narratore, non ci sono descrizioni né azioni, non c’è, almeno all’apparenza, una storia. C’è solo un infinito numero di battute di dialogo messe lì così, una sotto l’altra: «Compagno, chi è l’ultimo qui?» «Forse io, ma dietro di me c’è ancora una donna col paltò blu». «Allora io sarei dopo di lei?» «Sì tornerà subito. Mettetevi dietro di me, intanto». E così via, per altre 170 pagine. Apparentemente non ci sono personaggi, ma solo un occhio che sovrasta e osserva delle persone in coda e ne restituisce i dialoghi, le battute, i sospiri. A poco a poco, nella Coda, viene fuori addirittura un protagonista, Vadim, di cui il lettore viene a conoscere la storia. Ma di fatto il centro del romanzo è questo interminabile serpente di persone che sta in coda per qualcosa e chiacchiera, aspetta, a volte litiga, bestemmia, si tiene il posto. Funzionava così, nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta, dove la merce ancora scarseggiava: arrivava la notizia che il tal negozio aveva delle scorte di pane e allora tutti, nel quartiere, molto presto la mattina si mettevano in coda per procurarsene un po’. Succedeva però a volte che, mentre le persone aspettavano il proprio turno (e le code potevano durare giornate intere), arrivava un’altra notizia: in un altro negozio c’erano dei rifornimenti di qualcos’altro – poniamo delle stoffe, o del tè. Così, qualcuno si staccava dalla prima coda per andare nella seconda, ma si metteva d’accordo con i vicini affinché gli tenessero il posto. Vladimir Sorokin ha scritto un romanzo su tutto questo, e io penso a lui ogni volta che mi trovo a condividere lo spazio con migliaia di altre persone. La metafisica della frittata Ho fatto questo pensiero molto di recente, provando a entrare a EXPO: Ho scattato questa foto la mattina di sabato 26 settembre, intorno alle 10.20. Un’ora e venticinque minuti più tardi, quando, superati dei controlli in tutto simili a quelli degli aeroporti, sono riuscito a entrare, ho infilato il decumano e ho scattato la seconda foto della giornata. Questa: Nell’immagine non si vede ma, alla mia sinistra, poco prima che cominci la trafila di padiglioni dei vari Paesi, c’è uno stand dell’OVS, dove si possono comprare dei vestiti; alla mia destra, una riproduzione a grandezza naturale della Madonnina annuncia il padiglione della Veneranda Fabbrica del Duomo. Più o meno davanti alla Fabbrica, colorato di giallo, un piccolo stand griffato Tecnogym – scoprirò poi che ce ne sono molti sparsi per tutta la fiera – espone dei tapis roulant su cui chi vuole può fare un po’ d’esercizio: per ogni caloria smaltita, dice il claim, verrà donato del cibo ai poveri. Penso: a cosa deve aver pensato quello che, in Tecnogym, ha escogitato questo sistema, che è sadico per chi dona e crudele per chi riceve? «Io smaltisco il mio grasso e lo ridistribuisco, ne do un po’ ai bambini dell’Africa». È il primo di molti momenti in cui, mentre cammino, affiora alla mia mente un pensiero che per mesi è rimasto latente: che ci faccio qui? Non ho mai sentito una grande attrazione nei confronti di EXPO, tanto più che è dedicato a una delle cose che meno mi interessano in assoluto: il cibo e la sua cultura. Qualcuno dirà: non è dedicato al cibo, ma al nutrimento. Invece, adesso che ci sono stato e che l’ho visto, posso dire che no, il nutrimento c’entra poco con EXPO, e le risorse del pianeta meno che meno: tutto questo immane carrozzone è dedicato al cibo e al suo racconto pubblicitario. E ve lo dimostrerò. La prendo larga, perché mi sono ricordato, prima di venire qui, che Walter Benjamin, il grande pensatore tedesco, ha dedicato alcune parti del suo monumentale lavoro sui Passages parigini all’esposizione universale di Parigi del 1900. Nel libro, che procede per frammenti, appunti, citazioni, Benjamin, tra l’altro, paragona l’esibizione delle merci all’industria del divertimento, e sostiene che grandi fiere collettive come le esposizioni mondiali, ma anche i passages, «trasfigurano il valore di scambio delle merci; creano un ambito in cui il loro valore d’uso passa in secondo piano; inaugurano una fantasmagoria in cui l’uomo entra per lasciarsi distrarre. L’industria dei divertimenti gli facilita questo compito, sollevando all’altezza della merce». E ancora: «L’industria del divertimento raffina e accresce la varietà dei comportamenti reattivi delle masse. Le prepara così per il successivo trattamento attraverso la pubblicità. È dunque ben fondato il suo legame con le esposizioni universali».
Chi è stato Walter Benjamin: clicca qui per leggere un suo profilo su Filosofico.net 
Ho ben chiare queste considerazioni di Benjamin mentre, cercando di non travolgere nessuno e di non essere travolto, percorro lentamente i primi metri del decumano. EXPO appare subito come una grande messinscena dell’atto umano più spettacolarizzato del nostro tempo: il mangiare. Cucinare e mangiare sono diventati un atto performativo, pubblicitario e, in qualche modo, uno status symbol. Da qui, derivano la vita da rockstar che fanno alcuni cuochi e quella che io, a casa, sono solito chiamare la «metafisica della frittata»: ovvero tutto quel processo di speculazione e ragionamento identitario sul cibo, quell’esaltazione del soffritto, quella retorica del mangiar bene e sano che ci sommergono e ci convincono che cose normali, consuete come fare una frittata siano in realtà processi profondamente radicati, culturali, potenti come una sonata di Beethoven e grandiosi come l’attraversamento del Polo. Per non dire di quella retorica, poi, che ci spinge ad accettare senza sconforto un «trionfo di carciofini» o un «letto di lattuga» al posto del caro, vecchio contorno. L’esibizione dei cibi Così, anche perché è uno dei pochi padiglioni senza code all’ingresso, il primo posto che visitiamo è la Bielorussia – ovvero il Paese che, immagino, sta il più lontano possibile da questa venerazione collettiva per l’inghiottimento identitario e la guarnitura trionfale. E infatti il padiglione bielorusso, concepito come una grande macina di vetro e decorato, sui lati, da un prato che nessuno, evidentemente, dal primo di maggio in qua ha mai falciato, è deprimente: qualche immagine di campi coltivati da mietitrebbie degli anni Settanta, blocchi di potassio posati per terra, qualche costume nazionale. È per così dire molto concreto, non racconta: mostra i prodotti agricoli del Paese nudi e crudi, non vi ricama sopra. Dal piccolo bar ristorante (ogni padiglione ha il suo, che somministra a pagamento cibi e bevande tipici) viene un leggero odore di panna acida e cavoli, e il tempo medio di permanenza nell’area è meno di cinque minuti. All’uscita vediamo due cose, in netto contrasto tra loro: c’è una teca di plastica trasparente dove chiunque può donare dei soldi per il terremotati del Nepal. Nessuno parla più di quella che è stata una delle più grandi catastrofi umane degli ultimi anni, ma a EXPO hanno dovuto pensare in fretta a cosa fare, perché il terremoto è avvenuto pochi giorni prima dell’inaugurazione. Così, chi vuole, dà il suo obolo: Tutto il decumano, poi, è puntellato di strutture di legno che mimano le bancarelle dei mercati ed espongono varietà di cibi a tema: c’è la bancarella dedicata all’uva, quella dedicata alla carne e così via. Ho fotografato quella dedicata al maiale. Solo avvicinandomi per scattare la foto ho capito perché non c’è nessuno posto in custodia a queste strutture: tutto ciò che vi è esposto è pulito, è colorato, è invitante. Ma è di plastica. Ma sono le code a catturare tutta l’attenzione, è inutile girarci intorno. Per entrare a Palazzo Italia, alle due del pomeriggio, ci vogliono quattro ore d’attesa: lo urla una hostess scocciata e accaldata attraverso un megafono, mentre cerca di spingere qualcuno che non ha ben capito dove si deve mettere verso la fine della fila – che però non si vede a occhio nudo. Al padiglione dell’Azerbaijan (si dice che sia uno dei più belli di tutta la fiera) c’è almeno un’ora e mezza di coda, da trascorrere in una via laterale invasa dal sole. «Se c’è poca attesa significa che non vale la pena» dice una signora che mi passa accanto. È una sua forma di esorcismo, forse, oppure è una ridefinizione dei parametri della bellezza: se ci vanno tutti è bello per forza. Emirati Arabi, Kazakistan e Giappone sono irraggiungibili. Ci buttiamo nel padiglione del Camerun: l’EXPO è dedicato al nutrimento, ci diciamo, dovrà per forza esserci qualcosa di interessante nei padiglioni africani – qualche progetto, qualche idea per il futuro. Invece EXPO è dedicato all’esibizione del cibo, e il padiglione del Camerun, come quello del Ghana, della Sierra Leone (che è in guerra permanente, ma si definisce «una terra di pace e prosperità», ed è superato in spudoratezza solo dal «Paradise» che accoglie chi si affaccia al padiglione della Corea del Nord) e in generale dei Paesi poveri del mondo, non è un padiglione, ma un cluster, ovvero un gruppo di edifici uguali e piccoli che accoglie chi non si è potuto permettere un architetto. Dentro ci sono due tavoli di legno di cui uno circolare, qualche foto, la mappa del Paese, un video sulle coltivazioni che gira in loop e due camerunensi che vendono maschere di legno, collanine e bibite. Assomiglia molto ai banchetti che ci sono d’estate ai margini dei concerti all’aperto. Visitiamo la Turchia, il Turkmenistan: quest’ultimo mostra immagini e video della capitale Asgabat, che è piena di luci, grattacieli e grandi vie di comunicazione che però sono vuote. Non ci sono macchine. In alcune teche, grandi come gli espositori di taccuini in libreria, sono messi in mostra i prodotti locali, ma da nessuna parte trovo una spiegazione dell’economia del Paese, di cosa si coltiva, di quali sono i bisogni alimentari e i modi di soddisfarli. Anche il presidio Slow Food, in fondo al decumano, non fa vedere quale sarà l’agricoltura del futuro, ma espone un piccolo orto e parla di chilometri zero e cose simili. Nessuno ha fame All’improvviso, mentre osservo la coda al padiglione di McDonald’s (non credo si potesse non invitare un Fast food, ma mi chiedo che cosa pensino del cibo quelli che sono venuti fin qui per sedersi a mangiare un hamburger), capisco che cosa manca all’interno di questa enorme farsa che è soltanto un’autoesibizione, un autoincensamento e una grande bugia: la fame. In nessun posto al mondo, secondo EXPO, c’è la fame. Tutto è volto al positivo. Ci sono padiglioni dedicati alla coltivazione del riso, del cioccolato, del caffè: sono tutti griffati (Perugina, Illy, per il gelato c’è Grom, anche se la maggior parte degli stand sono appaltati all’Algida), ma raccontano gli alimenti che esibiscono soltanto dal punto di vista del gusto, dell’utilizzo trendy (al padiglione del cioccolato si fanno sculture con il cacao e la speaker invita il pubblico a visitare la mostra di una pittrice che dipinge col cioccolato), della bontà e la salubrità. Ogni Paese, ogni cluster, ogni padiglione tematico dice: «I miei prodotti tipici sono questi, il modo più gustoso di cucinarli è quest’altro, il cibo è arte, è cultura, è identità. Vieni ad assaggiare!». Solo Israele, tra i padiglioni che ho visto, cerca di fare un salto intellettuale: Il suo cibo, dice, è il cibo della terra promessa, e il fianco dell’edificio che lo ospita è un campo dove vengono messe in mostra le varie coltivazioni. Anche il Vaticano declina il cibo come nutrimento – ma non soltanto per l’anima: su un tavolo vuoto (ma questa cosa non l’ho vista, l’ho letta in un articolo dello scrittore Vincenzo Latronico su Internazionale che mi accorgo essere in molte cose simile al mio) proiettano immagini di cibi su un tavolo vuoto.
Clicca qui per leggere l'articolo di Vincenzo Latronico su Internazionale
Immagino che, quando il proiettore è spento, il tavolo rimanga lì, spoglio, come un monito. Ma non so se, durante il giorno, è previsto che il proiettore resti spento. E tuttavia anche qui, mi pare, non si va oltre il piano simbolico, mentre nella mia ingenuità pensavo di trovare a EXPO, anziché un’esibizione della propria forza, la volontà di riflettere sull’alimentazione. Le code, quelle false Così, mentre evito l’ultima coda, penso che al mondo esistano code vere e code false. Esistono cioè code che si fanno per bisogno, e il bisogno è quasi sempre di cibo, e code che si fanno per divertimento e leggerezza e finta cultura: si esce da EXPO come da un’enorme giostra, dove tutto è una festa, è colore, è rumore di risa; tutto è souvenirizzato, edulcorato, tutto funziona a meraviglia. Lo spettatore vi arriva e non riflette, anzi, si spegne: vede Paesi che si autorappresentano come aziende (ancora Latronico ha notato l’agghiacciante slogan dei Paesi Bassi, che ordina di essere felici), vede enormi e lucidi trattori della New Holland, prova prodotti tipici serviti da splendide hostess, cammina dentro architetture avveniristiche e obiettivamente affascinanti, e si illude di aver fatto un’incursione nel tema della nutrizione. Invece ha visto soltanto del cibo. Crediti immagini: Apertura e box: foto di Andrea Tarabbia
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