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Augusto e la politica per la natalità e la famiglia

Un problema demografico è all'origine della nascita di Roma: quando Romolo la fondò ebbe bisogno di popolarla di donne e le fece rapire al popolo vicino dei Sabini (il famoso "ratto delle Sabine"). Sotto Augusto, una specifica legislazione regolava la politica della natalità e della famiglia. In questo articolo Michela Mariotti racconta quali misure adottò Augusto per risolvere la crisi demografica negli anni del suo principato.

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Il ratto delle Sabine, la politica demografica come atto di forza

A Roma il tema dell’emergenza demografica è iscritto nelle origini della città e si lega al nome del suo fondatore Romolo, al rapimento delle Sabine organizzato dal primo re per assicurare una discendenza alla nazione nascente. Alla città mancavano donne e Romolo in modo alquanto brutale (subagreste consilium definisce Cicerone il suo piano) decise di prendersi quelle dei popoli vicini. Istituì allo scopo la festività dei Consualia e lasciò che per l’occasione accorresse in città molta gente da fuori. Poi, durante la celebrazione dei giochi solenni, diede ordine ai suoi di avventarsi sulle giovani Sabine e rapirle. Quelle unioni avrebbero dato una nuova generazione di cittadini romani. Così, la politica demografica a Roma nasce nel segno del sopruso, con un mito che la dice lunga sulla virilità predatoria che caratterizza il rapporto tra i sessi nella cultura tradizionale romana.

La crisi demografica durante il principato di Augusto

Sette secoli più tardi, anche Augusto, il “secondo fondatore” della città dopo Romolo, dovette affrontare una grave crisi demografica. Ormai Roma non era più non più la Roma quadrata di Romolo (cioè, un fazzoletto di terra intorno al Palatino), ma un impero esteso da un confine all’altro del mondo conosciuto. La diffusione di uno stile di vita più rilassato, nella società affluente di Augusto, aveva determinato la crisi dell’istituto famigliare con un aumento di divorzi e celibato, e un conseguente calo delle nascite. A ciò si sommavano gli effetti dei lunghi anni di sanguinose guerre civili. Nel periodo compreso tra i due censimenti del 28 e dell’8 a.C., documentati anche dalle Res gestae di Augusto, si registra un sostanziale stallo della crescita demografica, tanto più allarmante se consideriamo che nei dati è compresa la quota cospicua relativa all’estensione della cittadinanza. Per contrastare la denatalità e promuovere il matrimonio tradizionale, che aveva espressamente come fine la procreazione e la tutela del patrimonio familiare, a partire dal 19-18 a.C. Augusto, avvalendosi della tribunicia potestas (i poteri dei tribuni della plebe, che gli furono attribuitigli nel 23), fece votare un pacchetto di leggi sulla famiglia, sul matrimonio e sull’adulterio.

Le Leggi Giulie e la lotta contro il calo delle nascite

La Lex Iulia de maritandis ordinibus, approvata probabilmente nel 18 a.C. e in seguito integrata dalla Lex Papia Poppaea (dal nome dei consoli suffeti che la presentarono: M. Papio Mutilo e Q. Poppeo Secondo) del 9 d.C., mirava a promuovere i matrimoni e le nascite con una serie di sanzioni e di privilegi. Infatti, i celibi tra i 25 e i 60 anni e le nubili tra i 20 e i 50, se non avessero contratto matrimonio entro un tempo stabilito, avrebbero perso la capacità di ereditare e ricevere lasciti testamentari. Per gli sposati, invece, erano previste agevolazioni per accedere alle cariche ed esenzioni dai doveri pubblici; mentre le donne che avessero generato almeno tre figli se nate libere, quattro se liberte, erano esentate dalla tutela a cui altrimenti sarebbero state soggette per tutta la vita, ottenendo così piena capacità di disporre dei propri beni. A queste disposizioni si aggiunse la Lex Iulia de adulteriis, approvata nel 17-16 a.C., che puniva qualsiasi rapporto sessuale consumato al di fuori del matrimonio (esclusi quelli con prostitute e altre figure ad esse equiparate), e cioè l’adulterium (commesso con una donna sposata) e lo stuprum (consumato con una donna libera non, o non più, sposata), e trasformava i reati sessuali, fino ad allora lasciati al giudizio di un tribunale domestico, in un crimine pubblico, perseguito da un apposito tribunale, la quaestio de adulteriis. La pena prevista per gli adulteri era la relegatio in insulam, cioè il confino su un’isola (naturalmente non la medesima per i due adulteri), oltre alla confisca della metà dei beni per l’uomo, di un terzo per la donna, che però doveva rinunciare anche a metà della sua dote. Ed era contemplato anche il “delitto d’onore”: il pater familias che avesse sorpreso in flagrante adulterio la figlia in casa propria o del genero, poteva uccidere impunemente sia la figlia che l’adultero; il marito invece poteva uccidere l’adultero sorpreso in casa propria, ma non la moglie, da cui era costretto a divorziare per non incorrere in un’accusa di lenocinio.

Augusto, il campione del mos maiorum

Nel resoconto ufficiale delle Res gestae (5, 8) Augusto dichiara di avere riportato in vigore, con le Leggi Giulie, «molte consuetudini degli antenati ormai cadute in disuso», e collega il suo intervento legislativo con la revisione del senato del 18 a.C. (da lui epurato degli elementi ritenuti indegni e ridotto ai 600 senatori dell’età sillana) e con la proclamazione dei Ludi Saeculares del 17 a.C., che celebravano la rigenerazione morale dello Stato. Certo, l’enfasi del regime sul recupero del mos maiorum serviva prima di tutto ad Augusto per rafforzare il suo legame con l’aristocrazia senatoria, che in quel sistema di valori si identificava. E la famiglia, fondata sul matrimonio, era la struttura sociale in cui la classe dominante era organizzata. Tanto più che nel 18 a.C. Augusto aveva reso ereditario il rango di senatori, svincolandolo dalla partecipazione al senato, e facendone ancor più una questione di appartenenza famigliare. Il senato stesso, al tempo in cui furono varate le Leggi Giulie, e in misura maggiore quando fu promulgata la Papia Poppea, aveva mutato la sua composizione rispetto all’inizio del principato.

Il nuovo senato di Augusto e la politica per la famiglia

Accanto a un nucleo di senatori appartenenti all’antica aristocrazia romana, nella curia sedevano membri cooptati da Augusto, non appartenenti a famiglia senatoria o provenienti dalle élite provinciali più fortemente romanizzate. La valorizzazione del matrimonio e della famiglia, promossa dalle Leggi Giulie, era anche uno strumento per favorire l’integrazione dei membri di nuova cooptazione nella classe senatoria. Infatti, i figli nati da matrimoni “asimmetrici”, tra membri dell’antica aristocrazia e membri dei ceti in ascesa, sarebbero appartenuti a tutti gli effetti all’aristocrazia. Non a caso tra le restrizioni imposte dalla Lex Iulia de maritandis ordinibus era fatto divieto ai senatori e ai loro discendenti fino alla terza generazione, sia maschi che femmine, di unirsi in fidanzamento o in matrimonio con cittadine e cittadini che non fossero di nascita libera, o con chi avesse esercitato professioni considerate ignobili come quella di attore. Si incoraggiavano così i matrimoni tra l’antica aristocrazia, ormai numericamente insufficiente a perpetuare unioni all’interno della propria classe, e il nuovo ceto dirigente, integrato appunto per mezzo di quelle unioni. La generica promozione della natalità e della famiglia mirava quindi a un fine politico preciso: l’accreditamento della nuova classe dirigente legata al principe.

Il fallimento delle leggi di Augusto

In realtà le Leggi Giulie si rivelarono subito di difficile applicazione. Prima di tutto per evidenti ragioni di principio: mal si tollerava l’ingerenza dello Stato nella vita privata dei suoi cittadini. Poi, per gli interessi economico-politici messi in gioco: l’accusa di adulterio poteva trasformarsi in un’arma per eliminare gli avversari, con il rischio di innescare ritorsioni e di alterare l’equilibrio delle forze politiche. Inoltre, le gravi pene pecuniarie potevano escludere le famiglie degli adulteri dalla partecipazione al senato (la cui soglia di accesso era stata innalzata da Augusto a un milione di sesterzi di censo) se non a costo di dipendere dai donativi e dai privilegi concessi a titolo personale dal principe. Ma soprattutto le Leggi Giulie fallirono per motivi socio-culturali: il modello etico arcaico su cui si fondavano le leggi sul matrimonio e sulla famiglia era anacronistico, incompatibile con i nuovi stili di vita che si erano affermati negli strati elevati della società augustea. È significativa la singolare e coraggiosa ribellione di cui furono protagoniste le matrone romane: poiché la legge sull’adulterio non si applicava a prostitute e mezzane, molte donne dell’alta società andarono a registrarsi negli elenchi delle donne che esercitavano tali professioni; un’azione dimostrativa che si protrasse per anni, se è vero che anche Tiberio fu costretto ad occuparsene (cfr. Suet. Tib. 35,1). Certamente Augusto non ignorava tutto questo, ma si trovava stretto tra le opposte tensioni di chi si opponeva alle leggi sulla famiglia e chi invece le giudicava insufficienti.

Condanne celebri (e sospette) per adulterio

A quanto ne sappiamo, il numero di processi per adulterio fu estremamente esiguo. Tra questi, due colpirono membri della famiglia di Augusto e fu Augusto stesso a muovere l’accusa: nel 2 a.C., contro la sua unica figlia, Giulia, nata dalla prima moglie Scribonia; nell’8 d.C., contro la nipote Giulia Minore, figlia di Giulia e Agrippa. Entrambe furono condannate alla relegatio in insulam (la prima a Ventotene, la seconda alle Tremiti) e morirono lontane da Roma. Tuttavia ci sono ragioni fondate per dubitare che la vita “immorale” condotta dall’una e dall’altra Giulia, entrambe colte e raffinate, animatrici di un vivace salotto di intellettuali, fosse la vera ragione della condanna e dell’intransigente comportamento di Augusto. In entrambi i casi, infatti, lo scandalo sessuale fu un pretesto per lasciare nell’ombra una ben più grave congiura politica ordita contro il principe nel cuore del suo palazzo, nei circoli presieduti da membri della sua famiglia: Giulia Maggiore era coinvolta nella congiura di Iullo Antonio, figlio del nemico di Ottaviano; Giulia Minore in quella di L. Emilio Lepido. Le condanne si estesero anche ad altri membri del circolo, tra cui probabilmente Ovidio, che fu risparimaiato la prima volta, spedito in esilio a Tomi la seconda.

Ovidio, cantore della civiltà augustea

Nel secondo libro dei Fasti, Ovidio tesse un elogio di Augusto (2,133-144) celebrandone la superiorità rispetto a Romolo, anche in materia di politica per la famiglia:

Tu rapis, hic castas duce se iubet esse maritas,
tu recipis luco, reppulit ille nefas,
Vis tibi grata fuit, florent sub Caesare leges
tu domini nomen, principis ille tenet.
Te Remus incusat, veniam dedit hostibus ille,
caelestem fecit te pater, ille patrem.

«Tu rapisci le mogli, Augusto ordina che siano caste con lui al potere, tu accogli il crimine nel bosco sacro, lui lo respinge; a te era gradita la violenza, sotto Cesare fioriscono le leggi; tu hai nome di tiranno, lui quello di principe. Te Remo accusa, lui ha perdonato i nemici, il padre Giove ha reso te divino, lui ha reso divino suo padre» (vv. 139-144).

Augusto e l’ambiguità di Romolo

Un paragone, quello dei Fasti, che contiene una contraddizione interna: l’identificazione del principe con Romolo era uno dei Leitmotiv dell’ideologia augustea. A tal fine l’immagine di Romolo era stata neutralizzata censurando gli aspetti potenzialmente corrosivi per la figura del princeps: tra questi appunto il fratricidio e l’esercizio della forza bruta. In altri luoghi del poema Ovidio si attiene alla versione ufficiale augustea: in Fast. 4,837-844 e 5,467-472 non è Romolo a uccidere suo fratello; in Fast. 3,197 è Marte che spinge un Romolo riluttante a rapire le Sabine. Nel paragone con Augusto, invece, riappaiono i tratti censurati dall’ideologia augustea: ecco Romolo fratricida, rapitore di donne, incline alla violenza, detentore di un potere tirannico. La Roma di Augusto, ci dice Ovidio, non è più quel mondo della violenza e dell’arbitrio. Il principe è il garante della pace, dell’ordine e del diritto, di un potere esercitato con clemenza nei confronti dei nemici. Ma intanto il suo testo mette il lettore, antico e moderno, di fronte a una scomoda ambiguità.

Per un primo incontro con la figura di Ovidio e il suo rapporto con il regime augusteo: https://www.youtube.com/watch?v=QgisK2EK3Eo

Giulia, figlia di Augusto, in esilio a Ventotene, Pavel Aleksandrovič Svedomskij (Wikimedia Commons)

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