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Delle armi e della guerra: una storia lineare

Dagli specchi ustori di Archimede ai bombardamenti aerei: la cosiddetta "arte della guerra" ha subito una lunga evoluzione nel corso dei secoli. Eppure si può trovare un filo di continuità che dall'antichità classica arriva fino alla concezione moderna di guerra, armamenti e tecnologia bellica.
Nihil novi sub sole: ricerca scientifica, tecnologia, armamenti Con la nascita delle società statali complesse (III millennio a.C.) la guerra si configura, nella sua struttura profonda, secondo termini e modi sostanzialmente immutati fino ad oggi, ovvero come strumento di espansione e controllo che solo una compagine statale (oligarchia, democrazia, regno o impero che sia) è in grado di promuovere, organizzare, dirigere, perché solo una compagine statale è in grado di destinare alla guerra ampi settori della popolazione (in forma volontaria, salariata, coscritta) e di allocare nella guerra una congrua quantità di risorse economiche. Stante questo ruolo della guerra nello sviluppo delle società, torna logico che alla guerra siano stati applicati ab antiquo i risultati della ricerca scientifica e tecnologica: armi migliori hanno spesso (se non sempre) determinato gli esiti di un conflitto, spingendo, nei fatti, ad applicare in modo pressoché sistematico anche agli armamenti le nuove scoperte della scienza e della tecnica. Illustrano bene la sostanza del fenomeno A. Toynbee, Il mondo e l'Occidente, Palermo 1992 (ed. or. 1953) e J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, Torino 2014 (ed. or. 1997). Dall’antichità a oggi senza soluzione di continuità Nell'antichità classica uno dei casi più famosi di scienza applicata all' 'arte militare' è probabilmente quello degli specchi ustori di Archimede, utilizzati per incendiare la flotta romana durante l’assedio di Siracusa nel 212 a.C.: applicazione tecnologica in campo militare di studi teorici sugli specchi e sulla riflessione della luce. L'elenco di simili applicazioni sarebbe lungo (troppo lungo). Un solo, ulteriore dato: dal 1920 in poi il maggior numero di brevetti di enti governativi statunitensi è legato all'industria bellica.
Qui puoi trovare un resoconto sintetico delle invenzioni militari di Archimede in Cassio Dione, nel libro XV. Qui un esempio di tecnologia applicata agli armamenti: il caso della balista, oggetto di costante perfezionamento tecnico. Infine, qui puoi trovare dati recenti sui brevetti negli USA.
Corollari (ovvi, ma forse no) Tecnologia e guerra sono dunque un connubio di vecchia data. Cosa ne è seguito? Considerando in prospettiva storica il rapporto tra tecnologia e conduzione di una guerra, si arriva a stabilire un rapporto di tipo inversamente proporzionale, con la paradossale (ma neanche poi troppo) conclusione per cui più sono buone le armi, peggiori possono essere i soldati. La guerra, storicamente fatta dagli uomini, dal loro coraggio, dalla loro prestanza fisica, dal loro addestramento, dal loro numero, risulta condizionata, altrettanto storicamente, sempre meno da loro e in misura crescente dalle loro armi e dall'efficienza dei loro sistemi produttivi. Prendiamo come punto di partenza, scelto del tutto arbitrariamente, uno scenario guerresco noto a tutti e ormai parte integrante dell’immaginario collettivo delle culture occidentali: l’Iliade. Ebbene, l'ideale eroico che pervade il poema, pur sotto il segno di una condanna della guerra in sé, poggia sul valore individuale. Lo scontro per eccellenza è il duello (con lancia, spada, pietra: Menelao e Paride, Ettore e Patroclo, Achille ed Ettore e via elencando). Uno scontro in cui ci si parla, ci si insulta, ci si supplica: uno scontro all'insegna del contatto fisico, visivo, uditivo, in cui ci si uccide toccandosi. L'arco, che uccide da lontano, non è arma eroica: con l'arco si può dimostrare abilità (Odisseo docet), ma il valore, l'areté, si prova e si dimostra nel corpo a corpo. L'etica eroica, in buona sostanza, non approva chi uccide da lontano. Da questa distanza zero, che richiede diverse capacità e che comporta diverse responsabilità (morali e psicologiche: ma qui il discorso diventa altro) si arriva, col tempo, all'estremo opposto, a una distanza che tende ad infinito, passando dall'arco alla macchina che lancia proiettili (balista, catapulta etc.), dal fucile al cannone, dal bombardamento aereo e missilistico al combattimento senza uomini, quello con i droni (e in questa direzione si segnala il libro di W. Langewiesche, Esecuzioni a distanza, Milano 2011). Tutte risultanze dell'applicazione agli armamenti di nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Tutte armi dal duplice scopo: potenziare la capacità distruttiva e aumentare il più possibile la distanza dal nemico da colpire. Uccidere più che si può senza rischiare di essere uccisi. Ma la distanza cambia la percezione: la percezione delle conseguenze dell'uso delle armi. E anche qui con un rapporto inversamente proporzionale: tanto maggiore è la distanza fisica tra uccisore e ucciso, tanto minore il senso di responsabilità (specialmente individuale) che ne deriva. Ed è ancora la distanza spaziale che funziona da filtro (di coscienza?) e che rende possibile l'uso di alcune armi dal potenziale distruttivo enorme. Con una conseguenza: muoiono sempre più civili e sempre meno soldati. La distanza fisica che separa chi spara dal suo bersaglio diviene una distanza morale, psicologica,  emotiva: spingere un bottone non è percepito come uccidere. Almeno non subito. La percezione, quando avviene, è tardiva. "Mio Dio ... che abbiamo fatto!": l'aneddoto sul pilota di Enola Gay, vero o no che sia, valga a dimostrazione.  
Tibbets a bordo dell'Enola Gay (immagine: Wikipedia)
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