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Felicità è fertilità dell’animo: le vie degli antichi

Roberta Ioli descrive le varie accezioni del termine “felicità” del mondo antico presentando le visioni di Socrate, Pindaro e Aristotele.

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Chi è felice è fertile. Questo ci dicono le parole.
Il latino felice(m), derivato da felix, ha la stessa radice di fecundus, e indica la fertilità. Felicitas è il raccolto abbondante, il buon esito della navigazione, il successo di un’impresa. Chi è felice non solo ha seminato e ora raccoglie frutti, ma è fertile per sé e per il mondo: la sua felicità è una promessa e un dono anche per gli altri.

«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio»: Lev Tolstoj, nell’incipit folgorante di Anna Karenina, suggerisce che esista una sola maniera di essere felici, valida per tutti. Gli antichi non sarebbero stati d’accordo. Per loro esistono infatti diverse forme di felicità, una effimera e di breve durata, distinta da quella che si conquista nel tempo, nel faticoso processo di conoscenza di sé e del mondo: più leggera e volatile la laetitia, più prospera la felicitas, più profonda e durevole la beatitudo. I greci distinguono la felicità generata dal retto agire (εὐπραξία, eupraxia) e quella derivata da buona sorte (εὐτυχία, eutuchia), che rappresenta una fortuna più volubile. Esiste infine una felicità destinata ai mortali e una propria degli dèi. Alla prima corrisponde il greco εὐδαιμονία (eudaimonia), la condizione di chi, letteralmente, è «ispirato da un buon demone»: felice è chi vive sotto gli auspici di una buona guida. Come rivela Socrate nell’Apologia che Platone gli dedica, il demone «è una voce che, quando si manifesta, mi dissuade sempre dal fare quello che sono sul punto di fare e, d’altra parte, non mi incita mai a fare qualcosa». Siamo felici nella piena fedeltà a noi stessi, alla nostra voce di verità, alla nostra libertà interiore, sembra suggerirci Socrate: felici nella pratica del bene, in quella virtù che è tutt’uno con la conoscenza e la giustizia.

La felicità degli dèi è invece μακαριότης (makariotes), termine riferibile anche ai mortali, ma che, più spesso, indica la beatitudine immobile, senza tempo né turbamenti propria dei numi: è la condizione perfetta di chi non soffre e non sogna, di chi non invecchia e non muore. Tuttavia, è una beatitudine a cui l’eroe Odisseo preferisce rinunciare: lo vediamo infatti, nel quinto libro dell’Odissea, struggersi per il desiderio del ritorno mentre piange su uno scoglio di Ogigia, l’isola edenica dove avrebbe potuto vivere per l’eternità, amato dalla ninfa Calipso e dimentico di ogni affanno. Sceglie invece la condizione di mortale, cioè la felicità imperfetta e instabile di un’umanità in cammino.

«Siete felici per la stupida ragione che presto morirete», ci ricorda lapidaria Elina Makropulos, protagonista dell’opera di Karel Čapek L’affare Makropulos. Conquistare l’immortalità ci condannerebbe alla solitudine, all’assenza del desiderio, alla perdita degli affetti.

La nostra natura manchevole, e dunque desiderante, si esprime in una tensione instancabile verso la conoscenza di sé e del mondo, nel tentativo di superare il limite, di colmare il vuoto che ci è connaturato. D’altra parte, la felicità è subito pronta a rovesciarsi nel suo contrario perché ancorata a un sostegno fragile, la volubilità della sorte. Così saggiamente ricorda il greco Solone ammonendo chi, come Creso, ritiene di essere felice solo in virtù delle sue ricchezze e dei suoi effimeri beni terreni: «Tutto per l’uomo è provvisorio […]. Non c’è essere umano che sia sufficiente a sé stesso: possiede qualcosa ma altro gli manca […]. Di ogni cosa bisogna indagare la fine. A molti il dio ha fatto intravedere la felicità e poi ne ha capovolto i destini, radicalmente» (Erodoto, Storie I 32).

Felicità è condizione che pertiene all’essere umano soltanto nella sua forma imperfetta: «è impossibile che un solo mortale giunga ad appropriarsi della felicità tutta (εὐδαιμονίαν ἅπασαν)», scrive Pindaro (Nemea 7.55-56). Rinunciare alla presunzione di una felicità assoluta non esclude però il tentativo di renderla una conquista durevole, sebbene mai definitiva. Dunque, qual è la via praticabile per raggiungere una felicità possibile? Ci sono le risposte dei grandi filosofi del passato, che della felicità hanno fatto il cuore della loro riflessione, primo fra tutti Aristotele. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele introduce un vero trattato sulla felicità, proponendo tre diversi modelli di vita miranti alla εὐδαιμονία (EN I 1095b14-20): una è la vita dedita al godimento, in cui la felicità viene identificata con il piacere che, per quanto allettante, rende l’uomo schiavo di gioie transeunti; il secondo tipo di felicità è assicurato dalla vita politica e dall’impegno nell’azione a vantaggio della città. Scelta, questa, certamente meno egoistica rispetto all’adesione ai puri piaceri, ma ancora «troppo imperfetta» (ἀτελεστέρα, EN I 1095b32) e ispirata dal desiderio di onore. Il terzo tipo di vita è quello contemplativo, l’unico che nobilita l’uomo avvicinandolo alla felicità durevole. Per Aristotele εὐδαιμονία non è una «disposizione» (ἕξις), è piuttosto una «attività» (ἐνέργεια) che non dipende da beni estrinseci e transitori, ma dall’esercizio consapevole della ragione. Felicità, dunque, è condizione di piena autosufficienza in quanto «attività conforme a virtù» (κατ' ἀρετὴν ἐνέργεια, EN X 1177a12), e la virtù più alta è espressione del nostro νοῦς. L’intelletto che guida le nostre azioni migliori da un lato rappresenta la scintilla del divino che è in noi, dall’altro esprime la nostra funzione propria (τὸ ἔργον τοῦ ἀνθρώπου, EN I 1097b25), ovvero quella proprietà specificamente umana che ci fa essere ciò che siamo, creature fragili ma dotate di ragione.

Non troppo lontano da questo orizzonte di pensiero, nonostante la distanza cronologica, si iscrive la terza parte del Discorso sul metodo, che René Descartes dedica alla morale provvisoria. La sua terza regola, di ispirazione stoica, riguarda il nostro rapporto con la fortuna: per essere felici è necessario tentare di cambiare noi stessi piuttosto che il mondo, poiché non abbiamo potere se non sui nostri pensieri. Contenere il desiderio entro i limiti della ragione, allontanando chimere il cui fallimento sarebbe doppiamente doloroso, comporta una felicità intesa come béatitude. La bonheur è volubile, dipende dagli eventi esterni e dalla buona sorte, mentre la beatitude è la soddisfazione interiore propria del saggio, frutto di una pratica meditante e di un esercizio prolungato, poiché la ragione non è docile all’obbedienza. Seneca, ispiratore di Descartes, ci ricorda nel De vita beata che la felicità è cosa vera, è saggezza e virtù in armonia con la natura. Il felix non fugge nella nostalgia del passato o nell’ansia del futuro, ma sceglie, come spirito libero e fiero, di vivere fino in fondo il presente.


(Crediti immagine: Ulisse e Calipso nell’isola di Ogigia, Jan Brueghel il Vecchio, 1616, Johnny van Haeften Gallery, Londra Wikimedia Commons)

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