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I Romani e il paradosso del denaro

Il denaro nell'antica Roma è considerato un bene effimero, necessario ma disprezzabile, ben poco affidabile se non legato a una solida proprietà terriera. Tuttavia la letteratura latina mostra l'ambiguità della società romana, che di denaro è in realtà assetata, anche nell'epoca segnata dagli ideali virgiliani di pace campestre e otium

Ricchezza e proprietà terriera

In origine i Romani erano un popolo di contadini e la loro ricchezza era la terra. In latino «ricco» si dice pecuniosus o locuples, perché, come spiega Cicerone, nell'età arcaica il patrimonio consisteva nel bestiame e nella proprietà terriera (tunc res erat in pecore et locorum possessionibus, ex quo pecuniosi et locupletes vocabantur, De republica 2, 15; cfr. Plinio, Naturalis historia 18, 11); mentre il «denaro» si chiama pecunia: sulle prime monete di bronzo, infatti, era impressa l'immagine di un bovino (pecus) perché prima dell'introduzione della moneta gli scambi commerciali si basavano appunto sul baratto di capi di bestiame. E anche quando, con l'età delle conquiste, a Roma cominceranno a muoversi enormi capitali, l'ideologia del mos maiorum continuerà a celebrare la proprietà terriera come l'unica fonte di ricchezza onorevole e sicura.  

Catone e il primato (non solo) economico dell'agricoltura

Per Catone, l'austero censore, solo l'agricoltura è una «fonte di reddito assolutamente onesto (maxime pius quaestus), solidissimo e per nulla esposto all'invidia (stabilissimusque … minimeque invidiosus)». Nella prefazione al suo De agricultura, la proprietà terriera esce vincente dal confronto con altre forme di guadagno, come il commercio e l'usura: quest'ultima riceve una condanna morale senza appello, sancita fin dalle Leggi delle XII tavole, che riservano al faenerator pene ben più severe che al fur, il ladro, denunciandone la pericolosità sociale; ma neanche il commercio è privo di ombre perché il mercator, benché definito strenuus studiosusque rei quaerendae, e dunque dotato di intraprendenza e determinazione, è continuamente esposto a rischi e disastri (periculosus et calamitosus). L'agricoltura, al contrario, è celebrata per la sua solidità economica. E non solo: essa rappresenta il fondamento della potenza romana (è dal ceto degli agricoltori che nascono et viri fortissimi et milites strenuissimi); è l'unica attività in grado di formare il cittadino perfetto e garantire la conservazione del mos maiorum. Infatti, conclude Catone, se i maiores volevano lodare un vir bonus, un cittadino per bene, lo definivano prima di tutto bonus agricola e bonus colonus.
Per avere un'idea di come fosse organizzata una fattoria romana, puoi vedere il reportage di A. Angela su Villa Regina, rimasta sepolta con i suoi strumenti agricoli e i prodotti coltivati nell'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. I CIBI ROMANI E LE FATTORIE DELL'EPOCA - Alberto Angela (da YouTube)
 

Il denaro serve alla vita pubblica

Sta di fatto che la società romana ha sete di denaro. I ricchi devono disporre di ingenti capitali per finanziare le campagne elettorali, mantenere la clientela, offrire spettacoli e lauti banchetti per garantirsi il favore politico, edificare ville suburbane da arredare splendidamente come simbolo di prestigio sociale. Conquistata la supremazia sul Mediterraneo, con l'afflusso massiccio di beni di lusso a Roma è cambiato lo stile di vita dell'aristocrazia, ormai irrimediabilmente lontana dagli ideali di sobrietà dell'età arcaica. Ma anche il lusso, più che soddisfare il piacere individuale, è un apparato da esibire di fronte alla comunità dei cittadini. La ricchezza è in funzione della vita pubblica e il denaro è fatto per essere speso. Non a caso la satira romana bersaglia l'avaro, lo paragona a Tantalo assetato che cerca di abbeverarsi ma l'acqua si ritira al contatto con le sue labbra anelanti, ne stigmatizza il vitium in ritratti caricaturali (congestis undique saccis / indormis inhians, «sui sacchi ammucchiati da ogni parte ci passi anche la notte a bocca spalancata», Orazio, satire 1, 70-71). L'avarizia non è un difetto del carattere, è una colpa nei confronti della società: il denaro serve ad avvicinare gli uomini, a consolidare le alleanze politiche e ad aiutare gli amici in difficoltà. Tesaurizzare il capitale significa privare se stessi e gli altri dei lussi che il denaro può offrire. L'avarizia, al pari del suo contrario, la prodigalità, è una malattia sociale che emargina l'individuo e lo costringe a una vita miserabile.  

Che cosa significa essere ricchi?

Ricchezza e povertà già nella Roma di Catone sono categorie dai contorni sfumati, non hanno lo stesso significato per tutti. Per la plebe inurbata, accresciuta vertiginosamente dalle lunghe campagne militari che hanno favorito la crisi della piccola proprietà agraria, la ricchezza è un miraggio ed è già benessere riuscire a sbarcare il lunario vendendo il voto, unico bene in possesso dei capite censi (coloro che sono censiti soltanto per la loro persona fisica), al potente di turno. Per i magnati dell'aristocrazia senatoria, abituati a muovere immensi capitali, il denaro non è mai abbastanza perché le spese necessarie alla vita pubblica e all'affermazione del proprio ruolo sociale sono in crescita vertiginosa. Chi può contare sulla rendita di più modeste proprietà terriere, invece, è automaticamente escluso dalla carriera politica: i patrimoni dei grandi ricchi sono ineguagliabili. Chi è pauper, cioè «chi ha poco» (e non chi è «indigente», come intendiamo generalmente il termine «povero»), non ha speranza di mobilità sociale: è sciocco persino che risparmi nell'illusione di mettere da parte abbastanza per consentire magari al proprio figlio la carriera politica. Coltivare con profitto il podere avito non basta certo a diventare ricchi.  

Non solo agricoltura: denaro e traffici commerciali

Lo sa bene Catone, che è nato pauper e che, sperimentata la scarsa redditività dell'agricoltura, anche nelle forme di sfruttamento razionale da lui stesso teorizzate, si cimenta in traffici avventurosi e persino nella deprecata pratica dell'usura, concedendo prestiti agli armatori mercantili. Per accumulare capitali c'è infatti un'unica via: il commercio, e non certo il commercio su piccola scala, ritenuto degradante (mercatura … si tenuis est, sordida putanda est, Cicerone, De officiis 1, 151), ma i traffici su larga scala, le attività, diremmo noi, di import-export (sin magna et copiosa, multa undique apportans multisque sine vanitate impertiens, non est admodum vituperanda, «ma se è su larga scala, se importa molte merci da ogni luogo e le distribuisce a molti senza frode, non è poi tanto da biasimare», prosegue Cicerone nel medesimo passo del De officiis). Sull'atteggiamento dei Romani verso il lucrum, la possibilità di far denaro, è illuminante il prologo dell'Amphitruo di Plauto. Mercurio in persona reclama l'attenzione del pubblico in nome del guadagno (lucrum) che il cittadino romano cerca di ricavare dai suoi commerci (mercimonia), e che lui, messaggero degli dei, dio protettore della mercatura nonché dei ladri, può garantire a pieno titolo: «Voi volete che io vi faccia guadagnare bene quando comprate e vendete le vostre merci … volete che tutti i vostri affari, tutte le vostre operazioni riescano bene, sia in patria che all'estero, e che buoni e ampi profitti vengano continuamente ad accrescere (bonoque atque amplo auctare perpetuo lucro) i vostri traffici … volete … che io mi adoperi perché possiate accumulare continui guadagni (lucrum ut perenne vobis semper subpetat) …» (vv. 1-14; trad. M. Scàndola).  

L'ambiguità del denaro

Nelle commedie plautine, però, il denaro non è il vero oggetto del desiderio: il bene da conquistare è in genere una donna, e il denaro, di solito gelosamente custodito da un vecchio genitore (il senex che cadrà vittima delle trame ordite dal servo astuto, alleato del giovane padrone), è solo un mezzo per conquistare la ragazza, spesso riscattandola dal possesso di un lenone. Così anche la commedia dimostra che il denaro deve circolare: tesaurizzare coartando le spese è immorale, e il comportamento di chi è troppo attaccato al patrimonio è oggetto di beffa e derisione. Fin dalle origini della letteratura latina, quindi, ci troviamo di fronte a un paradosso: il denaro è ricercato come un bene di assoluta necessità, da procacciarsi anche trascurando la tradizionale pratica dell'agricoltura per intraprendere rischiosi commerci, ma al tempo stesso è guardato con sospetto, pubblicamente disprezzato nel comportamento di chi ad esso attribuisce un valore assoluto accumulando senza spendere (l'avaro) o sperperando senza utilità sociale (il prodigo).  

Contro il commercio e contro il denaro

Il pregiudizio sul denaro, necessario ma disprezzabile, va di pari passo con il pregiudizio sul commercio. Anche l'apertura verso la mercatura magna et copiosa, che abbiamo registrato in Cicerone (De officiis 1, 151), si conclude con un apprezzamento assai restrittivo: «anzi, se la mercatura, sazia o piuttosto contenta del suo guadagno (si satiata quaestu vel contenta potius), come spesso dall'alto mare si rifugia nel porto, così dal porto si ritira nei suoi possedimenti in campagna, è evidentemente degna di particolare lode». Del resto, ribadisce Cicerone, tra tutte le occupazioni che producono un reddito, nihil est agri cultura melius, nihil uberius, nihil dulcius, nihil homine libero dignius. Cicerone come Catone: l'ideologia del mos maiorum che lega il cittadino romano alla proprietà agraria è intramontabile. E presto alla tradizione della Roma repubblicana si sovrappone l'influsso della poesia e delle filosofie ellenistiche, il topos del poeta povero (ricordate il sacculus plenus aranearum, il «borsellino pieno di ragnatele» di Catullo, carme 13?) e soprattutto la negazione che il sommo bene possa risiedere nella ricchezza, che la felicità e la piena realizzazione dell'uomo possa dipendere da ciò che è sottoposto al dominio capriccioso della sorte.  

Una condanna senza appello e senza effetto

Da Lucrezio a Virgilio, da Orazio a Tibullo, la poesia latina è attraversata dalla condanna dell'auri sacra fames (Virgilio, Eneide 3, 57), mentre i pericoli della navigazione e la brama di guadagno del mercator sono rigettati in nome di un ideale di otium che spesso si sostanzia in uno scenario di pace campestre (come, per esempio, nell'Ode 1, 1 di Orazio). Ma quanto più la letteratura e la filosofia esibiranno il loro disprezzo per il denaro e per le attività che assicurano facili guadagni, tanto più il denaro imporrà la sua legge nella società romana. Credite mihi, assem habeas assem valeas, habes habeberis, «datemi retta: hai un soldo, vali un soldo; hai qualcosa, sarai qualcuno»: è la logica di Trimalchione (Satyricon 77, 6; trad. A. Aragosti), l'arroganza del denaro di fronte alla quale la cultura degradata dei protagonisti del romanzo petroniano non avrà più risposte.
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Crediti immagini: Apertura: mietitrebbia romana (Wikipedia) Box: antica moneta romana, fotografia di Howard Lake (flickr)
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