Aula di Lettere

Aula di Lettere

Percorsi nel mondo umanistico

Sezioni
Accad(d)e che
Come te lo spiego
Interventi d'autore
Il passato ci parla
Sentieri di parole
Nuovo Cinema Paini
Storia di oggi
Le figure retoriche
Gli antichi e noi
Idee didattiche digitali
Le parole dei media
Come si parla
Dall'archivio
Tutti i temi del mese
Materie
Italiano
Lettere classiche
Storia e Geografia
Filosofia
Storia dell'arte
Scienze umane
Chi siamo
Cerca

L’idea di libertà tra valore umano e nozione giuridica

Nell’indagine sulla libertà nell’antichità di Andrea Ercolani, emerge come le società antiche risultassero strutturalmente divise tra liberi e non-liberi, tra schiavi e non schiavi. Tuttavia, tra questi due estremi esistevano parecchie sfumature e gradazioni.

La libertà nell’Atene del V secolo

​Il tema della “libertà” è di un complessità disarmante: a seconda dei punti di vista da cui lo si guarda è lecito avere visioni anche diametralmente opposte. Le considerazioni che seguono valgono come spunti di riflessione e possibili linee di approfondimento. Nulla più e nulla meno.

Quanto interessa è considerare la nozione o l’idea di “libertà” in un’ottica sociale e politica, provando a coglierne il rilievo ideologico all'interno di una società storicamente data, quella dell’Atene del V secolo a. C. Nel panorama delle culture antiche, infatti, la riflessione più completa che conosciamo sull’idea di libertà è proprio quella elaborata dall'Atene democratica. Probabilmente non fu l'unica, ma è l'unica di cui siamo sufficientemente informati con un certo livello di dettaglio.

La democrazia ateniese conosce e idealizza tre diverse nozioni di libertà che definisce con termini differenti: ἐλευθερία (eleutheria), αὐτονομία (autonomia), παρρησία (parresìa).

Eleutheria parrebbe indicare la libertà a livello individuale, ovvero la possibilità di ciascun individuo di operare motu proprio in seno alla comunità; autonomia è la libertà a livello collettivo, ovvero la possibilità di stabilire (ed eventualmente cambiare) il proprio ordinamento politico e giuridico (autogoverno e autodeterminazione sono forse i concetti moderni che più vi si avvicinano); parresìa è la libertà di parola (noi diremmo libertà di opinione e di espressione).

Per approfondire:
Per la definizione e l’approfondimento di queste nozioni è fondamentale il libro di D. Musti, Demokratía. Origini di un'idea, Roma – Bari 1997; più volte ristampato

“Libera è la città”

Queste libertà sono il fondamento dell'ideologia democratica ateniese, come gli oratori e gli storici (Tucidide in primis) ci fanno ben intendere, e si trovano evocate in modo significativo in quello che potremmo definire il “manifesto poetico” dell’Atene democratica, un passo delle Supplici di Euripide, e precisamente l’intenso scambio dialogico tra l’araldo egiziano e Teseo ai vv. 399-462. Si tratta di una contesa dalla forte valenza ideologica che Teseo stesso definisce (v. 428) “competizione di discorsi” (ἅμιλλαν... λόγων), un vero e proprio scontro dialettico in cui l’araldo rappresenta gli argomenti di un ordinamento monarchico, Teseo quelli di un governo democratico.

Per ribattere alla domanda d’apertura dell’araldo (v. 399) «Chi è il signore di questa terra?» (τίς γῆς τύραννος;), Teseo afferma con orgoglio (vv. 404-405): «libera è la città, non governata da un sol uomo» (... οὐ γὰρ ἄρχεται / ἑνὸς πρὸς ἀνδρὸς ἀλλ’ ἐλευθέρα πόλις).

E la libertà di cui Teseo si vanta sta nel diritto di ciascuno a poter partecipare all’assamblea ed esprimere liberamente il proprio pensiero, come dichiara ai vv. 437-438:

«Questa è la libertà (τοὐλεύθερον): Chi vuole offrire consiglio utile alla città condividendolo (ἐς μέσον φέρειν)?» La domanda, preme sottolinearlo, corrisponde alla formula di rito al momento della consultazione assembleare.

Se si leggono in sequenza gli interventi di Teseo, per farla breve, emerge con sufficiente chiarezza in che cosa consista la libertà della polis affermata in apertura: tutti possono partecipare attivamente alla vita politica (eleutheria), le leggi sono uguali per tutti (isonomia), le leggi non sono fatte da un solo individuo (e qui l’allusione è all’autonomia), tutti possono esprimersi in assemblea (parresìa).

Libertà, ma non per tutti

Nell’ottica e nelle parole di Teseo la polis è libera. Ma questa libertà, a ben guardare, non è per tutti e non si applica a tutti, come ci si aspetterebbe nel caso di un valore umano universale. Forse proprio perché tale non è.

La nozione di libertà, in Atene come in tante altre società antiche (direi tutte; certamente in tutte quelle che conosco), non costituisce un valore in sé, né tantomeno un valore umano assoluto. La libertà è unicamente una nozione giuridica che ha a che fare con i diritti del singolo all’interno della sua comunità di appartenenza (e per certi versi, questo vale anche per noi oggi). Le libertà di cui Teseo è paladino sono prerogative esclusive di un gruppo ristretto, ristrettissimo di individui: i politai.

Non dimentichiamoci che le società antiche nel loro complesso vivono (e bellamente) all'insegna della diseguaglianza sociale e della restrizione, se non della negazione, delle “libertà” senza restarne sconvolte.

Come linea generale può valere l’affermazione che nelle società antiche la libertà non è per tutti, anzi, è per pochi. La questione è ovviamente ben più complessa, nella misura in cui le società antiche risultano sì strutturalemente divise tra liberi e non-liberi, ma tra questi due estremi (che nella realtà si configurano quasi solo come astrazione logica), esistevano parecchie sfumature e gradazioni per noi non sempre di immediata comprensione: la condizione servile, per esempio, è diversa dalla schiavitù; i perieci a Sparta o i meteci ad Atene sono di fatto liberi, ma appartengono a comunità differenti da quella del corpo civico in senso proprio e hanno un grado di libertà “ristretto”. Gli iloti spartani non sono come gli schiavi-merce che si vendono e si comprano al mercato. Le donne, in linea generale, hanno sempre una condizione di libertà limitata, dato che non godono degli stessi diritti e delle stesse prerogative degli uomini. Nel trattare della libertà in seno a un gruppo sociale, come risulta chiaro da questi pochi esempi, occorre introdurre continui distinguo di sostanza e di forma, di appartenenza etnica, di genere.

Per approfondire:
Qualche rapida puntualizzazione sulle varie forme di servitù e schiavitù si può trovare qui:
https://www.classicult.it/categorie-di-schiavitu-fra-servitu-comunitaria-ilotica-e-schiavitu-merce/
https://www.classicult.it/le-schiavitu-nel-mondo-greco-unintroduzione/ 

Schiavi “secondo natura”

Che la diseguaglianza sociale fosse strutturale, cioè fosse un fatto normale, un dato scontato, emerge implicitamente dalla teorizzazione aristotelica della divisione degli uomini in liberi e schiavi “secondo natura” (noi diremmo forse “per indole”; cfr. Politica 1, 4-5; qualche passaggio emblematico: «... lo schiavo è un oggetto dotato di anima [κτῆμά τι ἔμψυχον]; ... l’uomo che per natura non è padrone di sé ma è di un altro, costui è schiavo per natura; ... è schiavo per natura chi può appartenere a un altro»): una teoria che oggi desterebbe scandalo, ma che allora non ha sollevato obiezioni di sorta (se mai, ha aiutato a capire meglio l'impalcatura strutturale delle società del tempo, a torto o a ragione).

In qualunque città antica un essere umano incontrava quotidianamente schiavi, individui proprietà di altri individui. E il rischio della schiavitù era in agguato per tutti: soldati, mercanti, contadini, individui comuni, donne e bambini. I soldati potevano esser fatti prigionieri e venir venduti come schiavi, i mercanti potevano essere presi da briganti o pirati e venduti come schiavi; i contadini potevano indebitarsi e divenire schiavi (il soloniano scuotimento dei debiti docet); l’intera popolazione, in caso di sconfitta in guerra, poteva esser ridotta in schiavitù e deportata.

Insomma, e in breve: le società antiche nel loro complesso, compresa la democratica Atene, sono organizzate all'insegna della diseguaglianza che prevede quasi naturaliter un'opposizione tra liberi e non-liberi. Il che ribadisce che quella di libertà è unicamente una nozione giuridica, che si applica (o non si applica) ai vari settori della popolazione.

«Vivere liberi o morire»

L’ideale di libertà sintetizzato dal dantesco «libertà va cercando ch’è sì’ cara / come sa chi per lei vita rifiuta» (Pur. 1, 71-72) è per noi oggi un diritto individuale inalienabile acquisito al momento della nascita. «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti» recita, all’articolo 1, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

Ma questa idea di libertà ha radici più profonde. La libertà come diritto individuale inalienabile è teorizzata compiutamente per la prima volta nell’ambiente illuminista e giacobino della Rivoluzione francese. Ed è fatta dipendere dall’uguaglianza (per quanto si tratti, qui specificamente, di uguaglianza di diritti: ancora una volta una questione giuridica). È in questo esuberante clima di rivoluzione intellettuale, prima che politica, che l’idea di libertà diventa valore fondamentale e transita rapidamente dal piano formale giuridico a quello sostanziale etico-individuale: liberté, égalité, fraternité. E si tratta di una libertà incondizionata, limitata solo dalla libertà altrui: «La libertà consiste nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui» (Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, 1789).

Senza libertà non c’è vita, o quanto meno non c’è vita degna di essere vissuta. In uno degli stemmi del Club dei Giacobini campeggiava l’adagio «Vivere liberi o morire».

Fosse anche solo per questo, sarebbe bene dire grazie.

Crediti immagine: (Wikimedia Commons)

Vignetta giacobini.jpg

Devi completare il CAPTCHA per poter pubblicare il tuo commento