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La potenza del suono. Musica ed ethos musicale

Musica e canto svolgono nella cultura greca almeno due funzioni fondamentali: facilitano i processi di memorizzazione e stimolano emozioni potenti che possono incidere sull’azione e sulla capacità di azione. Di questa potenza della musica i Greci erano consapevoli, come dimostra la riflessione filosofica sull’ethos musicale, che si sviluppò nell’Atene del V sec. a.C.
La musica è una delle forme artistiche espressive presente da sempre nella cultura greca, fin da quando siamo in grado di seguirne la storia, cioè a partire dall’epoca micenea (II millennio a.C.), come ampiamente indica la documentazione iconografica. La musica e il canto, un binomio inscindibile, non sono affatto elementi marginali nella vita dell’individuo: in ogni società greca arcaica le occasioni più rilevanti della vita individuale e di quella comunitaria sono pressoché sistematicamente accompagnate da esecuzioni musicali e di canto. Già nell’orizzonte storico rispecchiato dai poemi omerici forme di canto e di musica scandiscono momenti significativi della vita privata e pubblica e risultano abbinate anche ad attività lavorative. Si pensi alle scene istoriate da Efesto sullo scudo di Achille nel canto XVIII dell’Iliade: nozze (v. 493 “ovunque risuonava l’imeneo”, che si dice, subito dopo, al v. 495, era accompagnato da auloi e cetre), lavori collettivi (in occasione della vendemmia, “In mezzo a loro [scil. ragazzi e ragazze con canestri pieni d’uva] un fanciullo suonava dolcemente / con la cetra melodiosa”, vv. 569-570, trad. G. Cerri), celebrazioni festive (la danza corale descritta ai vv. 590 ss.). La musica faceva parte della paideia individuale, e in particolare del bagaglio educativo aristocratico: quando Fenice, Odisseo e Aiace si recano da Achille per provare a convincerlo a tornare a combattere (la scena della cosiddetta “ambasceria”, nel canto VI dell’Iliade), “lo trovarono intento a godere la cetra armoniosa, bella, ben lavorata, e la traversa era d’argento, predata da lui nel saccheggio, quando abbatté le mura d’Eetione: rallegrava con questa il suo cuore e cantava gesta d’eroi” (vv. 186-189; trad. G. Cerri).   Musica e canto, tuttavia, non sono elementi sovrastrutturali, per usare categorie marxiste: non sono qualcosa di ‘culturalmente alto’ o semplicemente altro rispetto all’esperienza dell’individuo comune, ma fanno parte, come anticipato, del bagaglio esperienziale di ciascuno. Per più di una ragione pratica. La musica e il canto sono due fattori psicagogici particolarmente efficaci, che assolvono, nei fatti, ad almeno due funzioni fondamentali, specialmente in una società a oralità dominante come quella greca fino alla fine del V sec. a.C. Da un lato facilitano i processi di memorizzazione: e non è un caso che proprio alla parola poetica, cantata o cantilenata, siano state affidate le prime forme di registrazione storica (si pensi a titolo d’esempio alla Smirneide di Mimnermo); dall’altro stimolano emozioni potenti che possono incidere, e pesantemente, sull’azione e sulla capacità di azione (si pensi, ad esempio, ai canti di marcia spartani, gli embateria mele di cui abbiamo qualche sparsa notizia, oppure all’aneddoto su Tirteo, l’ateniese zoppo inviato a Sparta come generale, su richiesta degli Spartani, che cambia le sorti della guerra con i suoi canti). Di questa potenza della musica e della parola musicale i Greci erano consapevoli. Piuttosto emblematico e significativo, a questo riguardo, il mito di Orfeo, il cantore che con la sua musica era in grado di incantare gli animali, oltre che di affascinare gli uomini. Altrettanto significativo il fatto che la musica fosse una delle sfere di competenza del dio Apollo. Ma più che le proiezioni mitiche, davvero emblematica risulta la riflessione filosofica, rigidamente razionale, che si sviluppò nell’Atene di V sec. a.C. sull’ethos musicale, ossia sull’incidenza dei vari tipi di musica sull’azione e sul comportamento umano. Platone, che di ethos musicale tratta nella Repubblica, riferisce un adagio attribuito a Damone, musico, maestro e consigliere di Pericle nella prima metà del V sec. a.C.: “non si hanno cambiamenti nella prassi musicale senza cambiamenti politici” (Resp. 424c; trad. L. E. Rossi). La frase può sembrare una formulazione ad effetto, ma tradisce una concezione di fondo sostanzialmente corretta: la consapevolezza, frutto di un dato esperienziale, della capacità della musica di condizionare determinati aspetti del comportamento umano, inibendoli o disinibendoli, più spesso esaltandoli e potenziandoli. Il che, come linea generale, è confermato dagli studi di neuroscienze e di psicologia cognitiva. Basti ricordare che la reazione a stimoli musicali può cominciare addirittura prima della nascita, già a partire dal terzo mese del feto, ben prima, dunque, degli stimoli legati al linguaggio articolato.  
Per una prima informazione sulla psicologia musicale, con buon quadro di sintesi, si può consultare: http://musicologia.unipv.it/dipartimento/pdf/vecchi.pdf
  Non sarà un caso che tutte le rivoluzioni sono state accompagnate anche da un repertorio di musiche e canti ad hoc. E non era certo un caso che Platone, nella Repubblica, voleva porre la musica sotto il rigido controllo delle istituzioni politiche.   (Crediti immagini: Wikimedia Commons, Wikimedia Commons)
Suonatore_lira
Palazzo_Tirinto
Orpheus_Thracians_Met_24.97.30
Music_lesson_Staatliche_Antikensammlungen_2421

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