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“La locomozione definisce la natura stessa della società”: la città secondo la scuola di Chicago

Secondo la scuola sociologica di Chicago, la città è un ambiente "naturale" in quanto prodotto diretto della natura umana. Per studiarla Robert Park e colleghi individuano due punti chiave: i vicinati e la divisione delle professioni
Quando nell'Ottocento la sociologia muoveva i primi passi, le città esistevano ormai da millenni ma stavano rapidamente cambiando volto e assumendo l’aspetto della città industriale e, in alcuni casi, della metropoli. Questo mutamento non sfuggì ai sociologi che trovarono nella città un fecondo campo di studi, come nel caso di Robert Ezra Park e della scuola di Chicago.  

La scuola di Chicago

Nel primo Novecento Chicago, al pari molte altre città statunitensi, andò incontro a una crescita impressionante: il numero di abitanti aumentò del 25 per cento e la città si arricchì di nuovi quartieri, popolati da persone provenienti da altri continenti. Chicago e le altre gradi città degli Stati Uniti erano il contesto di processi di migrazione, ascesi sociale e marginalizzazione. Erano un luogo di disuguaglianza e di rischio, dove non vi era parità di condizioni sociali, ma solo ricchezza di opportunità. Proprio a Chicago nacque l’omonima scuola di sociologia. Il suo fondatore, Robert Park, aveva studiato in Europa, dove già George Simmel e Max Weber avevano riflettuto sulla città. Con Park e gli altri studiosi della scuola la sociologia urbana compì un passo in avanti: divenne una disciplina più specifica, attenta a cogliere le strutture, le dinamiche, i problemi della vita di città.  

La città è la naturale sede della civiltà

L’opera più importante della scuola di Chicago è intitolata La città. Si tratta di una raccolta di saggi pubblicata nel 1925, che con il tempo è diventata un classico della sociologia, anche se il contesto di analisi è solo quello degli Stati Uniti e i fenomeni a cui si riferisce datano ormai a cento anni fa. Ciò che interessa gli autori della scuola di Chicago è comprendere i processi con cui nella città si incontrano gruppi sociali ed etnici eterogenei, che modificano il contesto in cui si trovano ma a loro volta ne vengono modificati. Il disordine che sembra tipico dei processi sociali della città ha una sua razionalità e una sia naturalità che possono essere colte e descritte. Questo concetto è espresso da Park nella definizione di città:

"La città è qualcosa di più di una congerie di singoli uomini e di servizi sociali […] è piuttosto uno stato d’animo,un corpo di costumi e di tradizioni, di atteggiamenti e di sentimenti organizzati entro questi costumi e trasmessi mediante questa tradizione. In altre parole, la città non è semplicemente un meccanismo fisico e una costruzione artificiale: essa è coinvolta nei processi vitali della gente che la compone; essa è un prodotto della natura, e in particolare della natura umana". [R. E. Park, "La città: indicazioni per lo studio del comportamento umano nell’ambiente urbano", in La città (1925), Edizioni di Comunità, Milano 1999]

Park intende fondare la sociologia urbana sulla naturalità della città: una tesi antica, già espressa da Aristotele (autore citato più volte ne La città) e che Park riattualizza per affermare che nella città si manifestano dinamiche naturali. Anche se la città è dominata da oggetti artificiali, come gli edifici e i tram, questi non sono la città: sono solo strumenti, come quelli che una mano potrebbe stringere tra le dita, e che diventano parte della città perché sono coinvolti nelle tradizioni e nei costumi degli abitanti. All'interno della città gli uomini sono gli stessi di sempre: hanno le stesse motivazioni dei primitivi studiati dall’antropologia di Franz Boas, spiega Park, e possono essere studiati con analoghe osservazioni. Cambia però l’oggetto di studio: non più gli indiani delle praterie o dei Grandi laghi, ma gli italiani di Little Italy e i borghesi sofisticati del Greenwich Village.
Cliccando qui trovi una breve biografia di Boas (da Treccani.it) Cliccando qui puoi vedere qualche foto dell'attuale Greenwich Village

 

Trasformazioni, disaggregazioni, riaggregazioni

Che cosa si deve studiare della città? Park punta l’attenzione sui «prodotti caratteristici della vita della città»: per esempio, il vicinato e i tipi professionali. Si tratta di due realtà antitetiche. La prima fondata sulla prossimità spaziale e la conoscenza diretta. Il vicinato però cambia nel tempo o addirittura si dissolve e al suo posto se ne forma uno nuovo. Alcuni vicinati sopravvivono, ma restano isolati dal resto della città. Altri si spengono, nel senso che perdono la loro coesione interna. Studiare un vicinato, secondo Park, significa andare alla scoperta dei fenomeni di mobilità e trasformazione che sono tipici di una città. I tipi professionali nascono invece dalla divisione del lavoro. Baristi, insegnanti, poliziotti, commessi ecc. sono il prodotto della città moderna, un luogo di scambio di beni e di idee. Anch’essi hanno la tendenza a raggrupparsi e costituire classi sociali (cosa che, nota Park, è ancora di là da completarsi) in base all'attività svolta. Ernest Burgess, altro esponente della scuola, cerca di analizzare i cambiamenti topografici della città usando come chiave interpretativa proprio il tipo di lavoro . Egli distingue la città in zone concentriche ciascuna con una attività principale (commerciale, industriale residenziale ecc.) e nota come a Chicago ognuna di esse si sia espansa andando a occupare l’area successiva. La separazione in aree della città provoca una processo di disaggregazione e riaggregazione sociale, perché le persone tendono a spostarsi verso le loro aree in base alla professione. Questa tendenza però si incrocia con altre come l'apparente predisposizione di alcune popolazioni per certe professioni (i gelatai greci, i poliziotti irlandesi, i lavandai cinesi, i portinai belgi).
Oggi la sociologia urbana è una branca della sociologia molto attiva. Cliccando qui trovi un progetto di sociologia urbana della Fondazione Feltrinelli, che può aiutarti a capire gli studi in corso

 

Il presupposto: la città come ambiente naturale

Ad accomunare aspetti così diversi è il fatto che la città è sede di processi di disaggregazione e riaggregazione, simili a quelli che avvengono all'interno di un organismo vivente. Gli autori della scuola di Chicago sviluppano un modo ecologico di pensare, ossia intendono la città come ambiente naturale, dove agiscono “forze selettive, distributive e adattive”, spiega uno degli autori de La città, Robert McKenzie, e dove gli uomini esprimono la loro natura allo stesso tempo sociale e competitiva. In questa chiave si spiegano anche i movimenti delle persone interni alla città e il loro spostamento vero aree “ideologicamente” vicine al loro spirito (con qualche forzatura aristotelica, potremmo dire “verso il loro luogo naturale”). Sulle colline lontano dal centro di Seattle, per esempio, abitano i conservatori dotati di senso civico; nel tumultuoso centro industriale abitano individui mobili e dalle idee radicali. Ma queste considerazioni valgono per tutti gli uomini? È proprio la città con la sua mobilità interna il più autentico contesto di vita per ogni uomo? Senza dubbi,o no: per esempio, non per i vagabondi, cioè coloro che non hanno un luogo di vita stabile. Ma questi, conclude, Park non sono altro che pionieri in ritardo sui tempi. Cliccando qui trovi una breve sintesi delle tesi principali della scuola di Chicago (da sapere.it) Crediti immagini: Apertura: "Cyber City Night II" di Jonathan Leung su flickr Link Box: frontespizio del saggio "The city" di Park e Burgess (da http://press.uchicago.edu/) Link
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