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Cinema e libertà

Luigi Paini ci racconta di come il concetto di libertà è raccontato nel cinema: dalle storie di prigionieri che cercano di scappare come Un condannato a morte è fuggito, del 1956, alla libertà intesa come indipendenza, come ne La battaglia di Algeri (1966), fino ai più recenti lungometraggi come Persepolis (2007) e One second (2019) che raccontano di contesti in cui la libertà è qualcosa da ottenere con coraggio.

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Paradosso: se c’è un posto al mondo in cui non si è liberi questo è… la sala cinematografica! Quando un film è davvero appassionante, coinvolgente, emozionante, divertente o commovente, non c’è desiderio di libertà che tenga. Sprofondati nelle poltrone, al buio, gli occhi ipnotizzati dal grande schermo, siamo letteralmente “incatenati”. È stata questa la forza, terribile e meravigliosa, del cinematografo, fin dai primi spettacoli organizzati dai fratelli Lumière: qualcosa di sovra-razionale, spesso irrazionale, sfruttato proprio per tale motivo dai regimi dispotici, fascismo comunismo nazismo, per soggiogare le masse. Ma anche da Hollywood, che ha “rapito” il sogno contenuto nella pellicola, ingigantendolo, promuovendolo a impareggiabile strumento globale per irradiare nel mondo l’”american way of life”. E dunque, ha un senso parlare di cinema e libertà? La risposta, nonostante tutto, non può essere che sì. Perché, dopo la visione, viene la riflessione. Dopo il sogno, arriva il risveglio e i film, soprattutto i film migliori, continuano ad agire nel profondo della nostra psiche, agitano i nostri pensieri, possono dare impulso a nuove idee.. E se le pellicole dei dittatori hanno fatto di tutto per soggiogare le masse, non per questo sono mancati geniali autori che ci hanno mostrato, e continuano a mostrarci, il cammino (sempre arduo, sempre fragile, sempre minacciato) della libertà. Libertà politica, libertà economica, libertà di pensiero, libertà creativa.

One second, di Zhang Yimou, Cina 2019

Un fuggitivo tra le sabbie del deserto. L’incipit del film di Zhang Yimou non potrebbe essere più esplicito: quell’uomo è in pericolo, quell’uomo è solo, quell’uomo è disperato. Da dove fugge? E dove è diretto? Poi, a poco a poco, le cose si chiariscono. Siamo in Cina, negli anni Sessanta del secolo scorso, durante la terribile “rivoluzione culturale” voluta dal partito comunista di Mao Tse Tung. Un sommovimento radicale, condotto con estrema violenza dalle “guardie rosse” sguinzagliate in tutto il Paese. Chi si oppone va incontro alla reclusione nei “campi di rieducazione” o, nei casi peggiori, alla morte. L’uomo che abbiamo visto vagare all’inizio è appunto appena fuggito da un campo di prigionia: lacero e affamato, arriva finalmente in un piccolo villaggio, e qui scopriamo qual è la vera ragione che lo ha spinto a rischiare così tanto. Cerca un pezzo di pellicola, qualche fotogramma di un cinegiornale (della durata appunto di “one second”, solo un secondo) in cui sa di poter scorgere l’immagine della giovanissima figlia, dalla quale è stato allontanato per sempre. Ma proprio quella parte di pellicola in cui compare la ragazza è stata rubata da una giovane del luogo, che la vuole usare per costruire un paralume al suo fratellino e potergli così permettere di studiare la sera. Nel frattempo, mentre la scatola sottratta del film continua a passare di mano in mano, il gestore dell’unica sala prepara la proiezione della serata, attesa come un evento quasi religioso da tutti gli abitanti. Verrà infatti proiettato un film di propaganda del regime, le cui immagini glorificano i meriti del partito comunista. Cinema come propaganda contrapposto a cinema come libertà. Pochi film come questo capolavoro di Zhang Yimou sono stati così chiari nell’illustrare la dialettica interna che ha caratterizzato, fin dall’inizio, l’invenzione dei Fratelli Lumière.

Un condannato a morte è fuggito, di Robert Bresson, Francia 1956

Il carcere, ovvero la negazione assoluta, emblematica, della libertà. Le sbarre alla finestra che dividono dal cielo, le porte blindate, il tintinnare delle chiavi, i passi pesanti delle guardie. E se poi aggiungiamo la brutale polizia nazista, il quadro diventa davvero di una cupezza insopportabile. Il condannato a morte del titolo è un giovane partigiano della Resistenza francese, durante la Seconda guerra mondiale. Da un giorno all’altro possono arrivare i soldati, prelevarlo e fucilarlo. Ma in lui la Speranza (sì, con la “S” maiuscola, perché si tratta di una luce quasi divina) non viene mai meno. Munito solo di un cucchiaio e un filo di ferro comincia a scavare, riesce a comunicare con il prigioniero della cella a fianco, decide di fidarsi del nuovo prigioniero (ma sarà una spia?) che gli è stato messo accanto. Due oppressioni, la prigione e il nazismo, contro la libertà di un uomo solo. Quella interiore, nessuno potrà mai rubargliela: ma bisogna anche vincere la costrizione esteriore, terribile, con la minaccia della morte imminente. Molti primi piani, tanti rumori angoscianti esaltati da una colonna sonora curatissima, una sola “incursione” della musica, la Messa in do minore di Mozart. Cinema essenziale, nello stile del grandissimo Robert Bresson, cinema che ci apre la mente e lo sguardo a un uso delle immagini puro, stilizzato, lontanissimo dal caos programmato e rintronante della maggior parte della produzione contemporanea.

Il cinema ha spesso raccontato storie di tentate evasioni, un soggetto che permette di far vivere allo spettatore una tensione spasmodica. Fra i titoli migliori Il buco, di Jacques Becker (Francia 1960), e Fuga da Alcatraz (Usa 1979). Due straordinarie pellicole, inseguendo la libertà.

Persepolis, di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud, Francia 2007 (95’)

Bambina, adolescente, donna. Bambina a Teheran, adolescente a Vienna, donna a Parigi (dopo un nuovo passaggio in Iran). La storia autobiografica della protagonista Marjane è raccontata attraverso disegni animati in bianco e nero, dal tratto tanto semplice quanto accattivante. Una scelta davvero originale e controcorrente: la giovane regista ha preferito così, portando sul grande schermo una sua graphic novel di grande successo, tenendosi alla larga dalle “sirene” di Hollywood (Jennifer Lopez e Brad Pitt si erano fatti avanti). Si parte da Marjane giovanissima, ai tempi della rivoluzione islamica contro lo scià (siamo alla fine degli anni Settanta del secolo scorso). Intorno a lei tutto sta cambiando, sembra proprio che l’Iran stia per entrare in una straordinaria fase di progresso, facendo saltare il regime corrotto che opprime il Paese. E invece, gli integralisti islamici guidati dall’ayatollah Khomeini si dimostrano altrettanto nemici della libertà. Anzi, peggio! Le donne soprattutto si ritrovano scaraventate indietro di secoli, in una società che toglie loro ogni possibilità di emancipazione. I genitori di Marjane decidono di mandarla all’estero, per permetterle di sperare in una vita migliore. La prima tappa è Vienna, dove ogni cosa sembra più bella, più ricca, più viva. Ma anche in Occidente in problemi non tardano a comparire. Forse è a Parigi, dove il film si conclude, che la libertà tanto cercata potrà finalmente sbocciare in pieno. A condizione, ovviamente, di non smettere mai di lottare.

La battaglia di Algeri, di Gillo Pontecorvo, Italia , Algeria 1966

Questo è un film durissimo, alla cui visione bisogna arrivare davvero preparati. Ha un ritmo incalzante, provoca forti emozioni, anche se si presenta sotto forma di un quasi-cinegiornale: le immagini in bianco e nero raccontano la sanguinosa guerra d’indipendenza algerina contro la Francia. Senza pietà, da entrambe le parti: feroci attentati dei rivoltosi in cui vengono coinvolti molti civili, crudele repressione dei militari francesi, con ampio impiego della violenza, fino alla tortura nei confronti dei sospetti indipendentisti. Una guerra per la libertà, come se ne sono susseguite tante nel corso dei secoli. Il desiderio di un popolo intero di decidere del proprio destino, e una domanda che continua a porsi incessante: ma era proprio necessaria tanta violenza? Non si poteva seguire una via diversa, come per esempio quella praticata da Gandhi e dai suoi seguaci in India? O quella di Mandela in Sudafrica? Il film di Pontecorvo è estremamente interessante anche perché ci restituisce il clima di un’epoca: gli anni Sessanta del Novecento sono stati caratterizzati dalla guerra del Vietnam, dai movimenti giovanili del ’68, dal generale desiderio di cambiamento dei costumi nel mondo intero. Questa pellicola è stata vista e studiata sia dai movimenti insurrezionali degli altri Paesi, sia dalle forze militari impegnate nelle attività antisovversive. E in Francia ne è stata vietata la proiezione, in seguito alle polemiche suscitate, fino al 1971.

Il fantasma della libertà, di Luis Buñuel, Francia 1974

La libertà è forse un fantasma? Quando pensi di averla raggiunta, ecco che subito sfugge. Dopo mille crisi e battaglie ti senti finalmente libero, e invece nuove costrizioni iniziano immediatamente a incatenarti e imbavagliarti. Sì, la libertà può essere davvero un fantasma sfuggente e inafferrabile, proprio come la descrive la fantasia sfrenata di Luis Buñuel, un autore che mai ha posto limiti alla sua fervidissima immaginazione. Inutile cercare una trama in questo film “folle”: tutto va avanti per  pure associazioni di idee, personaggi, suggestioni. Ci sono fraticelli intenti a giocare a poker con i santini, ricchi borghesi che stazionano e fanno comunella alla toilette, struzzi e altri animali che vagano liberi nelle stanze di ricche dimore. Di tutto di più, in omaggio alla poetica surrealista alla quale il regista è sempre stato fedele. Un viaggio nei recessi della mente, uno sberleffo alle convenzioni sociali e del racconto, un gesto estremo ed estremistico di fede nella libertà, al confine tra genio e follia.

Alla stessa istanza di libertà estrema si è spesso ispirato anche il migliore cinema comico. Tre esempi fra i molti possibili. La guerra lampo dei fratelli Marx, del 1933, dove le situazioni assurde raggiungono l’apice, insieme ai calembour linguistici (anche se ovviamente la traduzione italiana può renderli solo in minima parte). Ma papà ti manda sola?, carambola pirotecnica di situazioni completamente “fuori di zucca” diretto nel 1972 da Peter Bogdanovich, regista innamorato del cinema classico scomparso nei primi giorni di quest’anno. Last but not least, il nostro sommo, inarrivabile Totò. Perché la libertà, al cinema, è anche libertà di ridere. A crepapelle.

(Crediti immagine: Pixabay)

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