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Cinema e uguaglianza

Il tema dell’uguaglianza nel cinema è stato declinato in molti modi. Dai film sulla condizione della schiavitù come Spartacus (1960) o I dannati e gli eroi (1960); passando per la religione (Belfast 2021) e le discriminazioni sul lavoro (Made in Dagenham, 2010), Luigi Paini offre una serie di spunti per l’analisi di lungometraggi che si occupano di uguaglianza in epoche e stili diversi.

Uno dei film più importanti della storia del cinema è Nascita di una nazione, diretto nel 1915 dall’americano David W. Griffith. Guardata ora, la pellicola ci lascia allo stesso tempo ammirati e inorriditi: ammirati dalla tecnica di ripresa e di montaggio, che proiettano l’ancor giovane cinematografo nel suo futuro; inorriditi dalla storia raccontata, con al centro la “giusta lotta” dei bianchi contro la gente di colore, rappresentata come una marmaglia incapace di vivere civilmente, dedita all’alcol e alla violenza più sfrenata. Inaccettabile, vero? Eppure il cinema ha fatto, e continua a fare molta fatica a liberarsi dagli stereotipi. Nato come divertimento per le masse, delle masse ha molto spesso seguito, quando non incoraggiato, le idee peggiori, inesorabilmente attratto dal suo idolo maggiore: il botteghino. Ma non mancano certo film diversi, che si sono invece posti il problema e proposti il compito di combattere i pregiudizi. Lo stesso Griffith, già nel 1916, gira Intolerance che ribalta completamente l’ideologia del film precedente, alzando un inno alla tolleranza e all’uguaglianza. Il nostro excursus nella storia del cinema comincia con un capolavoro di Stanley Kubrick, un kolossal dedicato alla lotta per la dignità degli schiavi romani; e arriva fino ai giorni nostri, passando per l’imprescindibile snodo della Rivoluzione francese. Senza dimenticare i pericoli nascosti dietro le parole e gli atti di chi “pretende” di cambiare il mondo, non tenendo in debito conto la vera natura degli esseri umani.

Spartacus, di Stanley Kubrick, Usa 1960

Schiavi, dunque NON esseri umani. Oggetti viventi, utensili da lavoro, mere proprietà di cui i padroni potevano disporre a piacimento, compreso il “diritto” di vita e di morte. La vergogna della schiavitù, incredibilmente continuata fino alla nostra epoca, era nell’antichità pratica assolutamente comune. E dunque possiamo capire come una rivolta degli schiavi fosse vissuta dalle autorità alla stregua di un sovvertimento assoluto dell’ordine sociale. È quanto accadde con Spartacus, il gladiatore diventato capo di una massa di diseredati, protagonista di una delle maggiori ribellioni dell’età antica. La vicenda si svolge nel I secolo avanti Cristo: il trace Spartacus, fatto prigioniero dai Romani e costretto a sfiancarsi in una miniera, viene condannato dai suoi crudeli carcerieri alla morte per fame. Ma all’ultimo momento viene salvato dal proprietario di una scuola di gladiatori, che pensa di ricavarne molti soldi facendolo esibire nell’arena. Il film, diretto da un maestro del livello di Stanley Kubrick, è un “kolossal”, un genere molto popolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Ma il regista esce dai cliché, e crea un fortissimo atto d’accusa contro lo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano. Spartacus sa imporre la sua personalità, diventa capo di un’immensa schiera di reietti, desiderosi solo di essere considerati persone e non bestie. La sua ribellione, come testimoniano i libri di storia, arriva a mettere in serio pericolo la stabilità di Roma, e solo un possente esercito riuscirà a sconfiggerlo. Il suo esempio, però, il suo impegno fino alla morte per l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani non saranno mai dimenticati.

Per approfondire:
www.spietati.it/spartacus/

1789, di Ariane Mnouchkine, Francia 1974

L’eco della rivolta di Spartaco non si spegne: secolo dopo secolo, la sua storia assume un alone mitico, il suo nome simboleggia la speranza degli ultimi. E arriva fino al 1789, alla Rivoluzione francese, svolta epocale della storia. C’è infatti un mondo “prima” e un mondo “dopo” gli avvenimenti che, a partire da quell’anno, travolsero l’Ancien Régime, l’architettura sociale con al vertice il Sovrano Assoluto. I primi due anni di quel terremoto politico e sociale, fino al 1791, vengono ricostruiti a teatro, in una rappresentazione diventata celebre, dalla regista francese Ariane Mnouchkine: il film è la registrazione di quello spettacolo, una travolgente kermesse che ripercorre la convocazione degli Stati Generali, la presa della Bastiglia, i tentennamenti e poi il tentativo di fuga del re Luigi XVI, fino alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, seguita dalla proclamazione della legge marziale. Due anni in cui ogni sogno appariva a portata a di mano, mentre e i cupi momenti del Terrore rivoluzionario, che sarebbero giunti di lì a poco, sembravano assolutamente impossibili. Liberté, Egalité, Fraternité: il motto dei rivoluzionari uscì dai confini della Francia e sconvolse il mondo. La libertà, la fraternità e l’uguaglianza, già inseguite da Spartaco e dai suoi impavidi compagni di battaglia, ritornano prepotenti sul palcoscenico della Storia.

I dannati e gli eroi, di John Ford, Usa 1960

Neri e schiavi: difficile trovare una condizione peggiore di quella cui sono stati condannati per molto tempo  gli afroamericani negli Stati Uniti. Strappati dalle loro terre d’origine, trasportati a forza e in condizioni disumane sulle navi negriere, costretti a lavorare come bestie da soma nelle piantagioni di cotone. La libertà e i diritti civili arrivano solo con la Guerra di Secessione, negli anni Sessanta dell’Ottocento. Ma arrivano spesso solo sulla carta, perché nella realtà le discriminazioni proseguono per decenni. Quando John Ford gira questo capolavoro, nel 1960, negli Stati del Sud degli Usa la condizione dei neri era ancora terribile. Ed è anche per questo che Ford sente il bisogno di girare un film in cui l’eroe è un soldato di colore, ingiustamente accusato di un crimine terribile. Non è stato lui, in realtà, a violentare e poi uccidere una giovane bianca, ma il suo destino appare segnato fin dall’inizio: chi avrà il coraggio di difenderlo? E chi, soprattutto, avrà il coraggio di assolverlo, visto che la folla ha già deciso sulla sua colpevolezza e non aspetta altro che di impiccarlo? Il film appartiene al genere western (genere del quale Ford è stato maestro indiscusso) ed è anche per questo che il messaggio del regista arriva ancora più chiaro. Nel West non si va mai tanto per il sottile, le pistole “cantano”, ci si fa spesso giustizia da soli. Ma qui le cose vanno diversamente: c’è chi trova la forza di opporsi, di fare prevalere la ragione, di andare a guardare i fatti come realmente si sono svolti. La lotta dei neri per una vera uguaglianza con i bianchi è lunga, piena di insidie, mai davvero vinta fino in fondo: ma con I dannati e gli eroi Ford dimostra che vale la pena combatterla, sempre, con ogni mezzo. Anche con la forza, che a volte può essere dirompente, del grande cinema.

We Want Sex, di Nigel Cole, Gran Bretagna 2010

Attenzione, non fatevi fuorviare dal (simpaticissimo) titolo scelto, curiosamente, dal distributore italiano: in realtà le indomite protagoniste non stanno manifestando per la libertà sessuale, ma per avere pari dignità sul posto di lavoro (il titolo originale è infatti Made in Dagenham dal nome della fabbrica in cui è ambientata la vicenda). We Want Sex Equality, questo sta scritto, se letto per intero, sullo striscione che sventolano durante una manifestazione: vogliono uguaglianza con i colleghi maschi, sono stanche di essere considerate di serie B sulla base di una mera discriminazione di genere. Sono tutte operaie in un grandissimo stabilimento di automobili, nella Gran Bretagna degli anni Sessanta. Poco più di un centinaio, in mezzo a decine di migliaia di operai uomini, relegate in una sezione fatiscente, che non viene riparata da troppo tempo. Un ambiente di lavoro alsano, dove quando c’è brutto tempo piove dentro e d’estate fa un caldo infernale. Eppure, dalla direzione decidono addirittura di abbassare la loro qualifica: insomma, sfruttate e beffate. Non c’è che una soluzione, lo sciopero, non solo contro i proprietari ma anche sfidando i compagni di lavoro, che le guardano come se fossero delle marziane. Cosa mai si sono messe in testa queste donne? Pensano davvero di cambiare il mondo con un semplice sciopero? Il regista sceglie la strada della commedia, e “condisce” la vicenda, ispirata a un fatto realmente accaduto, con ripetute situazioni comiche. È una scelta felice perché, in questo modo, il messaggio di fondo raggiunge lo spettatore senza mai annoiarlo, anzi divertendolo. Far ridere non significa per forza scegliere il disimpegno: le pimpanti operaie inglesi vogliono vincere la loro lotta, ma non vogliono certo rinunciare alle gioie della vita.

Belfast, di Kenneth Branagh, Gran Bretagna 2021

Ancora Regno Unito, ancora anni Sessanta del secolo scorso, ma questa volta la vicenda si svolge nella sempre turbolenta Irlanda del Nord. Qui l’uguaglianza che manca, fra le molte altre, è quella tra protestanti e cattolici. Privilegiati i primi, discriminati i secondi. Se nasci in una famiglia cattolica, tutto diventa più difficile: la scuola, il lavoro, la possibilità di salire nella scala sociale. Il film racconta un momento particolarmente grave della divisione tra i due gruppi, quando nel 1968 a Belfast il dissidio sempre latente sfocia in violenti scontri di strada. Il regista, che di Belfast è originario, mostra il tutto attraverso gli occhi di un bambino, e quel bambino è proprio lui. Non solo, si tratta di un bambino di religione protestante che vive con i suoi famigliari in un quartiere a maggioranza cattolica. Dunque anche noi, insieme a quel bambino, assistiamo all’assurdo della vita di una comunità che, improvvisamente, va in pezzi dall’oggi al domani. Girato per la maggior parte in un bianco e nero che ricorda quello dei cinegiornali d’epoca, il film mostra dapprima lo stupore angosciato di fronte all’esplodere della violenza incontrollata, poi il desiderio di fuggire e, insieme, la difficoltà a farlo perché dai luoghi in cui si è nati e cresciuti non ci si vorrebbe mai allontanare. Non mancano i momenti comici, sempre inseriti dal regista per controbilanciare una tensione che altrimenti si farebbe troppo acuta. Attorno al bambino ruota un mondo ricco di contatti umani significativi: i giovani genitori, il fratello, i saggi nonni, un’amichetta di scuola. Ma la violenza non si placa, i desideri di pace e serenità del bambino non bastano a piegare la durezza della realtà. L’uguaglianza tra cattolici e protestanti, quando il film finisce, resta ancora una chimera.

La fattoria degli animali, di John Halas e Joy Batchelor, Gran Bretagna 1954

«Tutti gli animali sono eguali, ma alcuni animali sono più eguali degli altri»: finisce male la rivoluzione nella fattoria di Mr. Jones. Capeggiati dai maiali, tutti gli animali si sono uniti per lottare contro lo sfruttamento del padrone. Niente più ingiustizie, niente lavoro estenuante e razioni di cibo appena sufficienti per restare in vita. Tutto sembra andare per il meglio nei primi tempi della rivoluzione, ma poi… Tratto dal capolavoro omonimo di George Orwell, il film usa i disegni animati per illustrare una parabola rivolta soprattutto agli adulti. Perché dietro il comportamento dei maiali, che dopo aver capeggiato la rivolta diventano i nuovi sfruttatori, si intravede chiaramente la storia della rivoluzione sovietica, iniziata accendendo grandi speranze e poi tragicamente finita nelle grinfie di Stalin e dei suoi accoliti. La lotta di potere tra i suini è brutale: Palla di Neve, il primo leader, viene ferocemente tolto di mezzo dal suo ex compagno Napoleone, che si serve di altri animali, cani appositamente addestrati alla violenza, per eliminarlo. E chiunque osi criticare viene immediatamente fatto fuori, né più né meno come quando comandava il cattivo Mr. Jones. La visione del mondo di Orwell, e degli autori del film, è sconsolata: partendo dalle migliori intenzioni si può purtroppo arrivare fino ai crimini di Stalin: siamo infatti nel 1954, quando la verità sul terrore in Unione Sovietica sta finalmente cominciando a emergere.

(Crediti immagine: Pixabay)

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