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5. DALLE ELEZIONI DEL 2013 AL GOVERNO DELLA «LARGHE INTESE»

Quattro competitor. Furono dunque quattro i principali competitor che si affrontarono nelle elezioni del 2013. Il primo era il Pdl, che riuscì ancora una volta a ottenere il sostegno della Lega e di alcuni frammenti della destra che aveva preso le distanze da Fini, Fratelli d’Italia e la Destra. Il secondo era il Pd, alleato con Sel e il Centro democratico, una piccola formazione derivata in parte da una costola dell’Idv e in parte dall’Udc. Il terzo era il M5S, rigorosamente senza alleati. Il quarto, infine, era Scelta civica di Monti, che si coalizzò con l’Udc di Casini e Fli di Fini. Accanto a queste forze, tentarono una corsa senza prospettive altre liste, delle quali quasi nessuna riuscì a ottenere l’1% dei voti. Unica eccezione fu Rivoluzione civile di Antonio Ingroia, che raccoglieva l’eredità dell’Idv e di alcuni pezzi della sinistra radicale. Con un modesto 2,25% essa non riuscì tuttavia a entrare in Parlamento.
 
I risultati elettorali. Il verdetto delle urne andò oltre ogni previsione. Risultò vincente il centrosinistra, che ottenne – se facciamo riferimento per semplicità ai risultati della Camera senza considerare la circoscrizione «estero» e la Valle d’Aosta – il 29,55% dei voti (e i 340 seggi previsti dal Porcellum come premio di maggioranza). Il centrodestra ottenne il 29,18% dei voti – circa 125.000 voti in meno del centrosinistra – e 124 seggi. Il M5S conquistò uno strepitoso 25,56%, e 108 seggi. Deludente rispetto alle aspettative, ma comunque significativo, fu il risultato della coalizione guidata da Monti, che ottenne il 10,56% e 45 seggi. Se guardiamo agli stessi risultati con riferimento ai singoli partiti emergeva un quadro di estremo interesse. Fermo restando il 25,56% del M5S, il Pd ottenne il 25,43%, il Pdl il 21,56%, Scelta civica l’8,30%. La Lega Nord precipitò al 4,09%. I due alleati di Monti, Udc e Fli, si attestarono rispettivamente all’1,79% e allo 0,47%. Il Movimento 5 Stelle era dunque diventato il primo partito italiano (il secondo dopo il Pd per poche decine di migliaia di voti se contiamo anche i risultati della circoscrizione estero). E i due poli di centrodestra e di centrosinistra, che nel 2008 rappresentavano insieme circa l’84% dei votanti, rappresentavano adesso poco meno del 59%. L’Italia politica, insomma, da «bipolare» era diventata «tripolare». Poiché però uno di questi tre poli si dichiarava del tutto indisponibile a qualsiasi accordo con uno degli altri due, doveva derivarne un vero e proprio «blocco» del sistema politico.
 
Un sistema bloccato. Alle elezioni seguì una fase convulsa. Lo si vide in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica, che riportò per la seconda volta al Quirinale Napolitano, fatto inedito nella storia repubblicana. Fallì poi l’ipotesi di un governo Bersani, per la decisione del M5S di non fornire alcun sostegno alla sua candidatura. Si venne così a creare una situazione di stallo, osservata con crescente apprensione dai mercati, dalle agenzie di rating e dai vertici dell’Ue.
 
La formazione del governo Letta. È in questo quadro che prese vita il 28 aprile il governo delle «larghe intese» guidato da Enrico Letta. Si trattava di un governo a guida Pd, ma sostenuto da una maggioranza che comprendeva, in un’alleanza che suonava del tutto innaturale, i due antagonisti storici della seconda Repubblica, il Pd e il Pdl, e Scelta civica. Restavano fuori dall’alleanza, oltre ai «grillini», Sel, Fratelli d’Italia e la Lega Nord. Ancora una volta, come nel caso del governo Monti, l’im­pulso alla formazione del governo provenne dal presidente della Repubblica. E ancora una volta il governo ebbe una natura emergenziale. Due dati fondamentali, tuttavia, rendevano profondamente diversa l’esperienza del «governo dei professori» da quella del «governo delle larghe intese». Il primo è che, questa volta, l’esecuti­vo aveva una natura e una composizione «politica» e non più «tecnica». Il secondo è che esso non rispondeva più, almeno non direttamente, a un’e­mergenza economica, ma a un’emer­genza squisitamente politica.
 
L’ulteriore evoluzione del quadro politico. In un quadro del genere, il nuovo governo doveva avere una vita estremamente difficile. Esso iniziò a mettere in campo importanti misure in materia di tasse, di sviluppo economico e di riforme politiche e istituzionali, avviando anche – sotto il pungolo del M5S e dell’antipo­litica dilagante – una prima significativa riforma sul terreno dei «costi della politica». È tuttavia ancora troppo presto per valutare gli effetti di questi primi provvedimenti, che giungevano in una fase di relativa fuoriuscita dagli anni più bui della crisi. Di certo, però, dal momento dell’insediamento del nuovo esecutivo, il quadro della politica italiana si è ulteriormente complicato. Per due sviluppi che hanno reso, se possibile, ancora più fragile l’esperienza delle larghe intese e più incerto il profilo dell’Italia politica.
 
La fine del Pdl e la «decadenza» di Berlusconi. Il primo sviluppo fu la fine dell’espe­rienza del Pdl e la nascita, sulle sue ceneri, nel novembre 2013, di una nuova «Forza Italia», fortemente voluta da Berlusconi, e del «Nuovo Centrodestra» di Angelino Alfano, ex delfino del Cavaliere e vicepresidente del Consiglio nel governo Letta. Si trattava, in pratica, di una scissione del vecchio Pdl, aggravata nei suoi effetti, sempre nel novembre, dalla decadenza di Berlusconi da senatore della Repubblica in seguito alla sua condanna definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset. La conseguenza di questi terremoti fu che a fine novembre, in concomitanza con l’appro­vazione della Legge di stabilità e il voto del Senato sulla «decadenza» di Berlusconi, Forza Italia tolse il proprio sostegno al governo delle «larghe intese», che divennero così assai più «strette», nonostante il sostegno del Nuovo Centrodestra.
 

L’ascesa alla segreteria del Pd di Matteo Renzi. Anche nel Pd si produssero grandi sommovimenti. Dopo le elezioni del 2013 e la crisi che ne era seguita, Bersani aveva rassegnato le dimissioni (20 aprile). Gli subentrò alla guida del partito Guglielmo Epifani, con un incarico di transizione in vista delle primarie per l’elezione del nuovo segretario, che si tennero infine l’8 dicembre 2013. In esse prevalse con un’ampia maggioranza Matteo Renzi. Si trattava, anche in questo caso, di un vero e proprio terremoto politico, che doveva ridisegnare la mappa del potere e delle correnti all’interno del Pd e mettere sotto pressione lo stesso governo delle larghe intese. Un governo ormai espressione di un Pdl che non esisteva più e di un Pd in via di radicale rinnovamento. Un governo, inoltre, assediato da tre leader dalle forti capacità demagogiche: l’osti­lissimo Beppe Grillo, l’ostile Silvio Berlusconi e il relativamente ostile Matteo Renzi. Un governo, infine, messo alla prova da un aspro dibattito sulla futura legge elettorale da dare al Paese dopo la sentenza della Consulta che, nel dicembre 2013, aveva decretato l’incostituzionalità del Porcellum. 

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