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9 novembre 1989. Cade il muro di Berlino

Il muro di Berlino fu costruito nell’estate del 1961, al termine di una delle crisi più acute della storia della Guerra fredda. Lungo più di 100 chilometri, esso sigillò ermeticamente per quasi trent’anni ogni possibile via di passaggio tra Berlino est, la capitale della Repubblica democratica tedesca (RDT), e Berlino ovest, che faceva invece parte, come una vera e propria enclave dell’Occidente nella Germania orientale, della Repubblica federale tedesca (RFT).  

Perché fu costruito il muro?

La costruzione del muro fu decisa dalle autorità tedesco-orientali e dal leader sovietico Nikita Chruščëv per arrestare la continua emorragia di profughi (quasi 3 milioni tra il 1949 e il 1961) che dalla Repubblica Democratica Tedesca (RDT), attraverso Berlino ovest, fuggivano in Occidente. Essa, tuttavia, fu anche il risultato di una più ampia e complessa partita politica e diplomatica tra Usa e Urss, la cui posta in gioco era il progetto, caldeggiato dal presidente americano Dwight D. Eisenhower, di un riarmo nucleare della Repubblica Federale Tedesca (RFT). È di fronte a questa prospettiva che i sovietici, a partire dal 1958, iniziarono a porre con forza la questione della presenza delle truppe americane e alleate a Berlino ovest, chiedendo il loro ritiro e minacciando il «blocco» della città, com’era già avvenuto nel 1948-49. Prima con Eisenhower e poi con John Fitzgerald Kennedy, gli Usa rifiutarono tuttavia ogni concessione. Fino a che, in un crescendo di tensioni che si protrasse per tre lunghissimi anni, Berlino venne tagliata in due dal muro, eretto in forma rudimentale il 13 agosto 1961 e poi rafforzato con barriere di cemento e torrette di guardia nelle settimane successive.
Graffito sul muro di Berlino che raffigura un bacio fra Brežnev e Honecker (Wikipedia)
Il muro separò improvvisamente famiglie e amici, interruppe affetti e frequentazioni. Sicché negli anni successivi, nonostante il continuo rafforzamento delle barriere e delle fortificazioni, ancora in molti tentarono di superarlo, rischiando e talora perdendo la vita. Dal 1961, tuttavia, proprio grazie al muro, Berlino «cessò di essere il punto caldo delle crisi mondiali e degli affari europei» (T. Judt, Dopoguerra, Mondadori, Milano 2007). Di fatto, il Berliner Mauer suggellò definitivamente la rigida divisione in due di Berlino, della Germania e dell’in­tera Europa. E divenne in tal modo uno dei simboli più cupi della Guerra fredda e dell’età bipolare.  

La caduta del muro

È soprattutto per questa sua valenza simbolica che la «caduta del muro di Berlino», il 9 novembre 1989, è stata immediatamente considerata in modo pressoché universale come un evento «epocale». Forse ancor più della stessa dissoluzione dell’Unione Sovietica, che si sciolse definitivamente il 26 dicembre 1991. Quell’evento, in realtà, fu preceduto e poi seguito da altri e altrettanto significativi terremoti politici, tutti in vario modo riconducibili agli effetti – non voluti – del nuovo corso riformatore avviato nel 1985 da Michail Gorbačëv in Unione Sovietica e nei paesi del blocco comunista. Fu parte, cioè, di un’ampia serie di «rivoluzioni» – in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Romania, paesi baltici, Albania, Jugoslavia e da ultimo nella stessa Unione Sovietica – che nel giro di un biennio, tra il 1989 e il 1991, stravolsero l’ordine politico internazionale che aveva preso forma alla fine della seconda guerra mondiale. Sul piano più propriamente fattuale, furono in particolare gli eventi ungheresi dell’estate 1989 ad accelerare il processo che doveva portare alla caduta del muro. Quando infatti l’Ungheria, nell’agosto del 1989, aprì le proprie frontiere, ebbe inizio un vero e proprio esodo di massa di tedeschi orientali verso la RFT attraverso il confine tra Ungheria e Austria. Contemporaneamente la RDT fu percorsa da imponenti manifestazioni di piazza che – complice anche la diplomazia della RFT – portarono in ottobre alla deposizione del leader comunista tedesco Erich Honecker e, poco dopo, il 9 novembre 1989, all’«apertura» del muro di Berlino, che fu integralmente demolito nelle settimane e nei mesi successivi.  

Una promessa non mantenuta

La caduta del muro di Berlino fu l’immediato presupposto dell’unificazione delle due Germanie, che divenne realtà nell’ottobre del 1990, e un’importante premessa dell’ulteriore sviluppo del processo di integrazione europea, che ricevette un decisivo impulso con il trattato di Maastricht del 1992. Al tempo stesso, essa divenne non soltanto uno dei simboli più efficaci della caduta dei comunismi e della fine della Guerra fredda, ma anche la rappresentazione e la promessa dell’inizio di una nuova luminosissima epoca di pace e di democrazia per il mondo intero. In quest’ultima veste, lo spettacolo surreale e gioioso della caduta del muro si è andato quasi subito appannando. Nel Golfo Persico. A Sarajevo. Nel Kosovo. A New York e a Washington. In Afghanistan e in Iraq. In Ucraina. Nello Stato islamico. Nei molteplici muri che si stanno oggi erigendo in Europa e nel resto del mondo. Altre e forse più potenti immagini – in primo luogo quelle davvero hollywoodiane degli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle di New York – hanno preso il suo posto nella percezione che i contemporanei hanno del tempo presente. Per approfondire:
  • Bruno Bongiovanni, La caduta dei comunismi, Garzanti, Milano 1995
  • Michael Mayer, L’anno che cambiò il mondo. La storia non detta della caduta del muro di Berlino, Il Saggiatore 2009
  • Frederick Taylor, Il muro di Berlino. 13 agosto 1961 – 9 novembre 1989, Mondadori 2009
  • Gianluca Falanga, Non si può dividere il cielo. Storie dal muro di Berlino, Carocci 2009
Crediti immagini: Apertura: "Berlin Wall", di Rob, su flickr Link Box: Caduta del muro di Berlino, Wikipedia. Link
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