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Cimiteri della Grande Guerra

Nove milioni di uomini: è uno dei tragici numeri della Grande Guerra, stima delle persone morte in azione o per le ferite riportate. La prima guerra mondiale, conflitto industriale e moderno, inaugura così la morte di massa. Un'analisi di questo fenomeno attraverso il suo principale simbolo, il cimitero di guerra.
La morte di massa Nei quattro anni della Grande Guerra morirono in azione o per le ferite riportate almeno nove milioni di uomini, più del 13% dei mobilitati. Un  numero di caduti più che doppio rispetto al totale di tutte le guerre dalla Rivoluzione francese al 1914. Nella sola battaglia della Somme, sul fronte occidentale fra il luglio e il novembre 1916, morirono più di un milione di soldati degli opposti schieramenti. La prima guerra mondiale, una guerra industriale e moderna, inaugurò la morte di massa, “che la seconda portò a uno spietato compimento” (J. Keegan). Ma se la morte era ovunque, il lutto apparteneva a ogni singola famiglia, che aveva bisogno di un luogo in cui piangere il proprio congiunto. Tutti gli stati coinvolti dovettero affrontare il problema di dare rapidamente sepoltura a tanti morti sul campo di battaglia, con tutto ciò che questo comportava: riconoscimento spesso impossibile, ricostituzione dei corpi, recupero di effetti personali da restituire alle famiglie, aggiornamento degli elenchi. Nell’immediato, i morti sui campi di battaglia del fronte occidentale e di quello italo-austriaco furono sepolti nei cimiteri civili della zona, dove possibile, o in cimiteri improvvisati nei pressi; ne furono realizzati migliaia. Spesso le croci erano ricavate dai supporti dei reticolati.
Sepoltura di soldati tedeschi sul fronte occidentale (immagine: Bibliothèque Nationale de France)
La maggior parte dei soldati trovò sepoltura frettolosa in fosse comuni, ma molte migliaia letteralmente sparirono, dilaniati nelle trincee sconvolte o sepolti sotto le valanghe e nei crepacci del fronte alpino. Quelli che morivano negli ospedali delle retrovie trovavano generalmente posto nei cimiteri del villaggio più vicino, talvolta in spazi appositamente recintati. Cimiteri furono allestiti anche in prossimità dei campi di prigionia. Sul fronte orientale, assai più mobile, è incalcolabile il numero di soldati (turchi, russi, austro-tedeschi) che non poterono avere una sepoltura degna di questo nome. Di fronte all’enormità della tragedia s’impose ai governi – ma ebbe soluzione solo nel dopoguerra – anche un compito spirituale: far sì che la sepoltura rimandasse a un valore ideale, al mito del soldato sacrificatosi per il bene superiore della patria o per la gloria del suo impero. I cimiteri divennero così, negli anni fra le due guerre, “templi del culto nazionale” (G. L. Mosse), insieme ai monumenti ai caduti che costellano l’Europa.
 Memoriale britannico di Thiepval, inaugurato nel 1932 per ricordare i più di 70.000 soldati inglesi e sudafricani caduti nella battaglia della Somme. Di fronte al monumento sono poste trecento tombe di soldati britannici e trecento di soldati francesi per ricordare lo sforzo bellico comune. Perlopiù si tratta di soldati non identificati; sulle lapidi di quelli inglesi è incisa una frase di Rudyard Kipling, “Un soldato della grande guerra noto a Dio”; su quelle francesi, semplicemente, “sconosciuto” (foto di Chris Hartford, Wikimedia Commons)
 Il corpo del soldato caduto Durante le guerre del XIX secolo in Europa i caduti – come individui – non ricevevano particolari attenzioni; generalmente venivano seppelliti in tombe comuni presso i campi di battaglia. Solo al tempo della guerra franco-prussiana (luglio 1870 – maggio 1871) fu costruito il primo cimitero di guerra tedesco. Diversa era la situazione negli Stati Uniti, dove in base a una legge del 1862 tutti i soldati che perdevano la vita nella guerra civile dovevano trovare posto in un “cimitero nazionale” a loro dedicato. Nacquero decine di cimiteri militari (il più famoso è quello di Arlington in Virginia): i soldati venivano esumati dalle sepolture provvisorie e sepolti in tombe individuali nel cimitero militare più vicino al loro paese d’origine. In Europa in quel periodo erano comuni invece gli ossari: strutture architettoniche (a piramide o a torre) dove i caduti di una battaglia importante venivano raccolti insieme in una massa gloriosa per l’eroismo dimostrato, ma indistinta. Ne sono un esempio gli ossari realizzati da associazioni private di veterani nei luoghi del Risorgimento italiano: Custoza, Solferino-San Martino, Bezzecca e altri (in tutto una quarantina). I caduti erano espressione di un popolo in armi, prima che individui. Sacrificio per la patria Con la prima guerra mondiale la considerazione del soldato caduto fu trattata con una sensibilità nuova e lo status del soldato come eroe sacrificato per la patria fece sì che il cimitero militare “finì col figurare fra i simboli centrali dell’esperienza della guerra” (G. L. Mosse). La Francia fu il primo paese, con leggi del 1914 e del 1915, a stabilire che ogni singolo soldato caduto in battaglia aveva diritto a una sepoltura perpetua. Ben presto altri stati seguirono l’esempio e in tutti gli eserciti furono organizzate speciali unità per la cura e la registrazione dei caduti. Per la sistemazione definitiva però si dovette attendere la fine della guerra. Il contrasto fra il dolore delle famiglie in cerca dei loro cari, la retorica delle istituzioni e il cinismo di tanti è ben illustrato nel film di Bertrand Tavernier, La vita e nient’altro del 1989.
Sul sentiero “dei Pionieri” che porta alle linee austriache sul Monte Piana, nelle Dolomiti ampezzane, s’incontrano le croci che ricordano la posizione di sepolture improvvisate. I corpi sono stati portati nei cimiteri a valle s'incontra un piccolo cimitero improvvisato (foto di L. Marisaldi)
Il trattato di Versailles (1919) stabilì che era compito di ogni stato prendersi cura anche dei caduti nemici nel proprio territorio; tuttavia la progettazione dei cimiteri era di pertinenza alla nazione d’origine e questo spiega le differenze negli allestimenti e nelle architetture. Con varie motivazioni quasi tutti i paesi belligeranti decisero che i soldati dovevano riposare dove erano caduti; fecero eccezione gli Stati Uniti, che rimpatriarono nel dopoguerra gran parte dei loro morti. Apposite commissioni (pubbliche in Francia, Gran Bretagna e Italia, private in Germania e Austria, che erano organismi statali al collasso) si misero all’opera. Questo spiega la presenza capillare di cimiteri inglesi in Francia e nelle Fiandre, francesi e austriaci in Italia, tedeschi in Francia, Belgio, Italia… Un destino particolare toccò ai soldati caduti in zone di confine che con i trattati furono annesse ad altri stati: per esempio, i soldati austro-ungarici delle valli altoatesine e ladine morti sul fronte dolomitico, che erano stati sepolti sul suolo dell’impero, dopo la guerra si trovarono in territorio italiano. Questo va ricordato, quando si visitano, per esempio, i cimiteri austro-ungarici di Fassa, di Brunico e tanti altri. Il milite ignoto Più di metà dei soldati che avevano lasciato la vita nella terra di nessuno e nelle trincee era destinato a rimanere senza nome. Di molti non fu neppure possibile trovare i resti, ritornarono alla terra nel senso più letterale del termine. Dopo la fine della guerra per primo un pastore anglicano, riprendendo un dibattito avviato già durante il conflitto, propose di esumare il corpo di un soldato sconosciuto e seppellirlo solennemente in un luogo consacrato alla memoria di tutti i caduti: per gli Inglesi fu scelta l’abbazia di Westminster. L’esempio fu seguito da molti altri: nel 1920 il milite ignoto francese, scelto con una solenne cerimonia a Verdun, fu sepolto sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. In Italia la cerimonia ebbe luogo nel 1921: il 28 ottobre nel cimitero militare di Aquileia una donna triestina, madre di un soldato il cui corpo non aveva potuto essere identificato, scelse una bara fra le undici che contenevano soldati ignoti dai diversi campi di battaglia del fronte italiano. Da Aquileia il feretro raggiunse Roma, dove il 4 novembre, terzo anniversario della vittoria, venne tumulato nell’Altare della Patria al Vittoriano. C’era un’esplicita venatura d’irredentismo nella cerimonia: il figlio della donna, suddito dell’impero austro-ungarico, aveva disertato per arruolarsi in Italia. Le tombe del milite ignoto si diffusero rapidamente e l’Altare della Patria divenne per ciascun paese il simbolo di tutti i cimiteri sparsi nelle migliaia di chilometri dei fronti su cui si era combattuto.
A questo link si trova un video sul trasferimento del milite ignoto verso Roma.
Cimiteri e sacrari in Italia Un regio decreto del maggio 1919 istituì una Commissione nazionale per le Onoranze ai caduti in guerra (il Commissariato Onorcaduti, che fa capo al ministero della Difesa, ne è la forma attuale). Un apposito ufficio con sede prima a Udine, poi a Padova inquadrato nel Ministero della guerra ebbe il compito di organizzare l’esplorazione di tutti i campi di battaglia per rintracciare ogni tomba isolata, esumare le salme, ricercare i corpi dispersi, tentare il riconoscimento e raccogliere le ossa. Questa fase del lavoro impegnò più di 3500 soldati e nel 1920 furono raccolte 70.000 salme insepolte e 175.000 da sepolture improvvisate. Era anche un lavoro pericoloso, per le condizioni in cui si trovavano i campi di battaglia. I cimiteri allestiti durante la guerra, che sul fronte italo-austriaco erano più di 2500, furono progressivamente accorpati e ridotti di numero: nel 1934 erano 349 (oggi sono circa la metà); a questi si aggiungevano i numerosi cimiteri civili che contenevano file separate di sepolture militari. Nello stesso periodo si provvide all’allestimento di cimiteri italiani all’estero: in Francia, Belgio, Austria, Macedonia, Albania. Durante il ventennio fascista anche l’allestimento e la cura dei cimiteri di guerra vennero considerati dal regime come un tassello della celebrazione di una guerra vittoriosa e del valore guerriero della nazione. I cimiteri militari, luoghi di riposo e di pace, non furono reputati sufficienti a questo scopo. Si progettò allora di realizzare alcuni Sacrari monumentali nei quali raccogliere in ossari una grande quantità dei caduti sui diversi fronti: sul Carso, negli Altipiani e nel Grappa.
L’Ossario di Cima Grappa, inaugurato nel 1935; sul versante meridionale conserva i resti di 12615 soldati italiani, di cui solo 2283 identificati. Dalla parte opposta, simbolicamente sul versante rivolto a nord, sono i resti di 10295 caduti austriaci (foto di L. Marisaldi)
Il primo carattere dei Sacrari era la monumentalità: erano strutture complesse cariche di simboli prevalentemente laici, che esaltavano l’eroismo e miravano a risvegliare un sentimento di orgoglio nazionale; un messaggio molto diverso da quello dei semplici cimiteri di guerra con la loro dolente atmosfera di pace e i tanti simboli cristiani. Alcuni dei Sacrari furono inaugurati nel 1938, ventennale della vittoria (ma anche anno cruciale nell’inarrestabile marcia verso la seconda guerra mondiale). A quell’anno risale appunto l’inaugurazione del più grande dei Sacrari, quello di Redipuglia, destinato a raccogliere i caduti delle battaglie del Carso, che contiene le spoglie di centomila soldati, di cui solo 40mila identificati.
A questo link si trovano informazioni(storiche e turistiche) sui sacrari italiani.
I campi di battaglia su suolo italiano cominciarono a essere meta di un nuovo turismo della memoria circa dieci anni dopo la fine della guerra; è del 1929 la guida “storico-turistica” del Touring Club Italiano Sui campi di battaglia. L’interesse per questi luoghi non ha fatto che crescere e oggi una rete di “sentieri di pace” copre tutte le regioni dove si è tanto combattuto. Il tratto più spettacolare va dal fronte dolomitico, agli Altipiani e al Grappa: sono stati riattati edifici, trincee, camminamenti di accesso alle linee e sono stati allestiti veri e propri “musei all’aperto”. Concludere le escursioni con la visita al più vicino cimitero di guerra aiuta a dare la giusta dimensione all’esperienza.
A questo link si trovano informazioni (storiche e turistiche) sui cimiteri militari della Grande guerra in Italia.
Nota bibliografica G. L. Mosse, Le guerre mondiali dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Bari 1990 J. Winter, Il lutto e la memoria. La Grande guerra nella storia culturale europea, Il Mulimo, Bologna 1998 J. Keegan, La prima guerra mondiale, Carocci, Roma 2000 Enciclopedia Treccani, Appendice I (1938), voce “Cimiteri di guerra”
 
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