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Dalla ribellione alla guerra civile

La città di Hama è diventata uno dei simboli della durezza del regime siriano per i bombardamenti del settembre 2011, ma lo era già fin dal 1984, quando il presidente siriano Hafiz al-Assad represse nel sangue una rivolta organizzata dai Fratelli musulmani, sunniti, contro gli alawiti (una setta sciita) al potere.

Alla morte di Hafez, nel 2000, gli successe il figlio Bashar al-Assad, che venne rieletto presidente nel 2007. Nonostante l’apparenza moderata, Bahar ha mantenuto un ferreo controllo sul paese: ha combattuto la corruzione e consentito un limitato accesso a internet, ma ha represso duramente il dissenso e perseguitato gli attivisti dei diritti umani. La sua polizia segreta ha fatto anche uso della tortura.

Il presidente appartiene al partito Baath, che dal 1963 ha il controllo del paese.

Nel marzo 2011, sull’onda delle rivolte della “primavera araba” i siriani hanno iniziato a manifestare per richiedere riforme politiche. Assad ha risposto promettendo limitate concessioni e una nuova Costituzione, ma intanto le sue forze di sicurezza imprigionavano e uccidevano centinaia di manifestanti e oppositori. Già nell’estate 2011 gruppi di oppositori e di disertori organizzarono, dalle loro basi all’estero, la rivolta armata. Questa assume ben presto i connotati della guerra civile.

A differenza di quanto deciso nel caso della Libia, appare chiaro che non verrà organizzata una missione Onu e che non sarà possibile imporre una no-fly zone, per l’opposizione della Russia e della Cina nel Consiglio di Sicurezza e per la cautela degli Stati Uniti riguardo a un intervento militare. Il livello degli scontri cresce nel tempo, ma nell’estate 2012 il regime appare abbastanza saldo e gli insorti in difficoltà. Migliaia di profughi si rifugiano oltre confine, soprattutto in Turchia e in Giordania

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