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Gli apolidi: senza cittadinanza e senza diritti?

Essere apolidi, ovvero non avere cittadinanza, è stato molto comune a cavallo fra le due guerre mondiali. Tuttavia il fenomeno non si è per nulla estinto e prosegue anche oggi
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Secondo le stime di alcune organizzazioni internazionali, oggi vi sono al mondo circa 12 milioni di apolidi. Il termine apolide, che significa “senza cittadinanza”, è di origine greca. Tuttavia la figura dell'apolide e quelle a lui vicine del rifugiato e del profugo sono caratteristiche del Novecento, al punto che questo secolo è stato definito il “secolo dei rifugiati”. La questione dell'apolidia prende forma man mano che, tra Ottocento e Novecento, da un lato si formano o si consolidano gli Stati-nazione dotati di un apparato burocratico e di tecniche di identificazione dei loro cittadini e dall'altro i diversi conflitti ridisegnano la carta politica dell'Europa e migliaia di persone perdono loro cittadinanza senza acquistarne un'altra. Cerchiamo di capire alcuni meccanismi attraverso i quali la loro identità di cittadini è andata perduta. Apolide per errore Le strade che portano alla condizione di apolide sono diverse. Il pittore Giovanni Segantini lo divenne per caso. Nato ad Arco di Trento nel 1858, quando Arco faceva parte dell'impero austro-ungarico, si trasferì a Milano ancora ragazzo, ma non ricevette mai la cittadinanza italiana né quella svizzera (Segantini visse sopratutto in Alta Engadina). Questa forma di apolidia è determinata da una vicenda individuale e non dai grandi rivolgimenti della storia.
Questo sito ti permette di approfondire la conoscenza di Segantini
Il certificato Nansen Segantini morì nel 1899 da apolide. Circa una ventina di anni dopo la apolidia divenne un problema di ben altra portata. Gli sconvolgimenti avvenuti nell'Europa orientale per la contemporanea fine dell'impero asburgico, dell'impero ottomano e dell'impero russo costrinsero molte persone ad abbandonare la loro terra d'origine. A quel punto gli Stati e la Società delle Nazioni iniziarono a riflettere sul da farsi. Alcuni documenti ministeriali degli anni Venti ci permettono di vedere la situazione da vicino. La principessa russa Alessandrina Troubetzkoi nel 1923 si trovava in Italia, quando ormai in Russia si era imposto il regime sovietico. Dato che lo Stato italiano non riconosceva il governo sovietico, la principessa poté usare il suo vecchio passaporto per recarsi in Francia. Due anni dopo, però, la situazione era cambiata. Lo Stato italiano aveva riconosciuto lo Stato sovietico. Perciò il passaporto della principessa perdeva di valore e fu sostituto con un certificato Nansen (dal nome di Fridtjof Nansen, il suo ideatore), ossia un passaporto pensato per gli apolidi e voluto dalla Società delle Nazioni. In modo del tutto coerente, la civiltà della cittadinanza e della nazionalità aveva bisogno di un documento anche per chi era privo di nazionalità.
Qui trovi i documenti che riguardano la pratica della principessa Troubetzkoi Qui trovi qualche informazione a proposito del passaporto Nansen e del problema dei rifugiati
La perdita dell'umanità Nei decenni successivi la questione degli apolidi continuò a riproporsi, alimentata dai regimi autoritari, dall'antisemitismo e, infine, dallo scoppio della Seconda guerra mondiale con i massicci spostamenti di persone che essa comportò (deportazioni, occupazioni, fughe di massa). La filosofa Hannah Arendt, che in quanto profuga ebrea fece parte di questa vasta schiera, analizza lo status in cui si trovano gli apolidi. In un mondo che concepisce l'umanità come un insieme di Stati e parifica l'essere umano al cittadino, scrive nell'Origine del totalitarismo, gli apolidi allontanati dai loro paesi, privi di una patria e della cittadinanza, sono di fatto esclusi dall'umanità stessa. Privi cittadinanza, finiscono con il perdere non solo la loro identità giuridica e sociale, ma anche quella di esseri umani, per i quali dovrebbero valere i diritti universali. Per quanto possa sembrare paradossale, è commettendo un reato che gli apolidi vengono riconosciuti dalla legge e possono far valere qualche diritto. Displaced people Sempre nell'Origine del totalitarismo, la Arendt si lamenta del fatto che, al posto del termine “apolide”, ora (nel 1951) si usi l'espressione displaced people (ancora di uso corrente e di fatto senza equivalenti in italiano). A suo avviso, in questo modo si cercava di “liquidare” l'apolidia. Alla fine della seconda guerra mondiale, quando entra in uso l'espressione, gli apolidi erano numerosissimi, soprattutto in Germania. Le organizzazioni che si incaricarono di gestirne le sorti partirono dal principio di classificarli in base alla nazionalità e rimpatriarli. Ben presto però dovettero fare i conti con una realtà che si rivelava sempre più complicata. Innanzitutto le nazionalità non coincidevano con gli Stati: gli estoni, i lituani e i lettoni venivano da territori che ora facevano parte dell'Unione sovietica, ma che prima della guerra erano Stati autonomi. In secondo luogo, in molti non volevano affatto tornare negli Stati d'origine e cercavano di camuffare le loro provenienze, come spesso accadeva nel caso degli ucraini. Al problema delle nazionalità ne subentrò ben presto un altro: quello della religione ebraica. Inizialmente non si intendeva derogare dal principio delle nazionalità, ma ben presto gli amerciani riconobbero la specificità degli ebrei. In una ricostruzione di questa complessa situazione la storica Silvia Salvatici (in Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra, il Mulino 2008) mostra tutte le difficoltà che le autorità incontrarono nel gestire questa situazione, soprattutto quando si trovarono di fronte persone che nelle tumultuose vicende degli anni Venti-Quaranta erano state cittadini di diversi paesi, alcuni dei quali non esistevano più: come si poteva applicare il criterio della nazionalità quando gli Stati continuavano a cambiare confini? Ricostruire l'identità La condizione di apolide non intacca solo l'identità giuridica di una persona e i suoi diritti di cittadino, ma si insinua anche nel profondo, persino quando ormai l'apolide è approdato alla salvezza. Hannah Arendt, considerando la vicenda degli ebrei accolti negli Stati Uniti, rilevava che, appena salvati, gli ebrei avevano cercato di dimenticare il più in fretta possibile. Ma notava anche che individui marginali, “paria” della storia, potevano evitare l'assimilazione e conservare una loro particolare libertà in quanto sia interni al paese di accoglienza sia stranieri (considerazioni proposte da Ilaria Possenti in L'apolide e il paria. Lo straniero nella filosofia di Hanna Arendt, Carocci, Roma 2002). Più intima è la considerazione di un altro apolide famoso, lo scrittore Stefan Zweig, nato nell'impero asburgico, che ha migrato di paese in paese (fino al suicidio in Brasile nel 1942). Nella prefazione a Il mondo di ieri (Oscar Mondadori, Milano1994 scrive: «mi sorprendo a dire: “la mia casa” e non so a quale delle mie case di un tempo alludo, se a quella di Bath o di Salisburgo, o alla casa paterna viennese. Oppure dico: “da noi” e mi accorgo spaventato che non faccio più parte della gente della mia patria più che degli inglesi o degli americani, che là non sono più organicamente congiunto e che qui non sarò mai del tutto inserito».
Qui trovi un sito dedicato a Stefan Zweig
Le vicende della prima metà del Novecento hanno riguardato gli apolidi e i profughi europei, ma continuano ad alimentare il dibattito sulla cittadinanza, i diritti umani e il diritto di asilo, in un mondo in cui, a dispetto della globalizzazione, la questione dell'apolidia continua riproporsi.
Sulla situazione degli apolidi oggi puoi leggere questo articolo
Immagine di apertura: Border USA-Mexico, di David Ludwig (via flickr) Immagine per il box: Boder Zone, di NH53 (via flickr)  
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