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Il punto di inizio della crisi (21 novembre 2013). La crisi che in questi ultimi mesi sta attraversan­do l’Ucraina ha dunque radici profonde. Essa, tuttavia, ha al tempo stesso un punto di inizio ben definito. La data decisiva è il 21 novembre 2013. È in quel giorno, infatti, che il presidente Yanukovich e il primo ministro My­kola Azarov, entrambi di orientamento filorusso, annunciarono di voler  interrompere le trattative per l’«associazio­ne» del paese all’Ue, proclamando nel contempo l’intenzione di rafforzare le relazioni economiche con la Russia di Putin. Sia pure tra mille difficoltà, quelle trattative erano state avviate ormai da diversi anni. Esse a­vrebbero dovuto condurre otto giorni più tardi, il 29 novembre, alla firma del­l’«accordo di associazione» tra Ucraina e Ue, premessa necessaria per una futura «adesione» della prima alla seconda. Fu l’interruzione di queste trattative, con tutto ciò che essa implicava, a suscitare lo sdegno popolare e a provocare l’inizio delle manifestazioni di piazza.
 
La prima ondata di manifestazioni (novembre-dicembre 2013). In risposta alle decisioni del governo, tra il 24 e il 25 novembre ebbero inizio le prime imponenti manifestazioni, soprattutto a Kiev, dove scesero in strada, pacificamente, circa 100.000 persone. Nei giorni successivi la situazione s’inasprì. Il 30 novembre si ebbero i primi scontri tra i manifestanti e le forze di polizia, che portarono all’arresto di 25 persone. Come piazza Tienanmen in Cina e piazza Tahrir in Egitto, piazza dell’Indipendenza – o più semplicemente Maidan, che in ucraino significa appunto «piazza» – divenne il luogo e il simbolo della rivolta, sotto gli occhi delle televisioni di tutto il mondo. «Euromaidan» – come si definì il movimento spontaneo appena costituitosi – iniziò allora a trasformarsi in qualcosa di più di un movimento favorevole a una maggiore integrazione con l’Europa. Esso iniziò ad assumere una più decisa valenza anti-regime, mutò almeno in parte la propria composizione con l’inclusione di elementi ultranazionalisti e di estrema destra, al tempo stesso antirussi e antieuropei, e si attrezzò per resistere al presidente Yanukovich. È in questo quadro che vanno collocate le grandi manifestazioni del 1° e dell’8 dicembre, cui parteciparono rispettivamente 300.000 e 800.000 persone e che portarono, su iniziativa della destra ultranazionalista rappresentata dal partito Svobo­da («Libertà»), all’occupazio­ne del Municipio di Kiev. A questi sviluppi Yanukovich – sostenuto da un numero non irrilevante di seguaci, che il 14 dicembre scesero in piazza a favore del governo – diede una duplice risposta. Da un lato, cercò di rassicurare il paese sul terreno della ripresa economica ottenendo, in due visite di Stato a Pechino (2 dicembre) e a Mosca (17 dicembre), importanti aiuti economici dalla Cina e dalla Russia i quali, tuttavia, non fecero altro che irrigidire ulteriormente gli oppositori. Dall’altro, non esitò a ricorrere al pugno di ferro, facendo arrestare decine e decine di manifestanti. Il brutale pestaggio di una giornalista impegnata nel movimento – Tetyana Chornovol – diede la misura della violenza di regime. La foto che ne ritraeva il volto tumefatto divenne uno dei simboli della protesta.
 
La seconda ondata di manifestazioni (gennaio 2014). Di fronte al perdurare delle proteste, il governo impresse un’ulteriore svolta agli eventi. Il 16 gennaio, infatti, il parlamento ucraino approvò una serie di leggi che imponevano rigidi limiti al diritto di manifestare. Il risultato fu che le proteste crebbero di intensità. Tra il 22 e il 25 gennaio gli scontri provocarono i primi morti: quattro tra i manifestanti e uno tra le forze di polizia. Negli stessi giorni la rivolta si estese nella parte occidentale (e più filo-europea) del paese, dove molti edifici pubblici e governativi furono occupati dai dimostranti. In una situazione ormai quasi del tutto fuori controllo, le leggi contro il diritto di sciopero furono revocate il 28 gennaio. Lo stesso giorno Mykola Azarov, capo del governo, rassegnò le dimissioni. E poche ore dopo – il 29 gennaio – il parlamento propose una sorta di tregua ai manifestanti: l’amnistia per i dimostranti arrestati in cambio della fine delle proteste e delle occupazioni. Le opposizioni, tuttavia, rifiutarono ogni com­promes­so e la situazione generale rimase estremamente tesa.
 
La terza ondata di manifestazioni (febbraio 2014). Intorno alla metà di febbraio sembrarono aprirsi alcuni spiragli di distensione nel braccio di ferro tra il regime e i suoi oppositori. Il 14 febbraio, infatti, il governo rilasciò gli oltre 200 attivisti finiti in carcere a partire dal dicembre 2013. Sicché due giorni più tardi, il 16 febbraio, i dimostranti posero fine all’occupazione del Municipio di Kiev. Il 18 febbraio, tuttavia, gli scontri si riaccesero in modo drammatico per il rifiuto del parlamento di introdurre in costituzione, come richiesto dagli oppositori, una netta riduzione dei poteri del presidente. Maidan e il Municipio furono di nuovo invasi dai manifestanti. La reazione del governo e delle forze del­l’ordine, che giunsero a impiegare i cecchini nell’azione repressiva, fu questa volta estremamente brutale. Almeno 28 manifestanti persero la vita. Centinaia di attivisti ri­masero feriti negli scontri, molti in modo grave. Dopo il fallimento di una nuova tregua solo annunciata, le violenze raggiunsero il culmine il 20 febbraio. Circa un ottantina di attivisti furono uccisi. Svariate centinaia rimasero feriti. Nel frattempo, però, la tenuta del regime cominciò a vacillare. Diversi reparti di polizia cominciarono a solidarizzare con i manifestanti, in particolare nelle regioni occidentali del paese. E anche all’interno del partito del presidente Yanukovich – il Partito delle regioni – iniziarono a emergere forti dissensi. Contemporaneamente la rivolta trovò un nuovo simbolo «globale» nell’immagine della giovane infer­miera volontaria, Olesya Zhukovskaya, colpita alla gola da un proiettile, che pri­ma di accasciarsi a terra riuscì a inviare ai suoi followers un drammatico tweet: «muoio». La foto della Zhukovskaya, che poi sopravvisse alla grave ferita subita, fece immediatamente il giro del mondo, suscitando enorme indignazione nell’opinione pubblica internazionale.
 
La caduta di Yanukovich (fine febbraio 2014). Gli scontri del 20 febbraio segnarono un punto di non ritorno per il regime di Yanukovich. Il 21 febbraio il presidente fu costretto a firmare un accordo con le opposizioni al fine di arrestare le violenze ormai dilaganti a Kiev e in varie parti del paese. Esso prevedeva la formazione immediata di un governo di unità nazionale, elezioni anticipate del nuovo presidente della repubblica e la riforma – troppo a lungo differita – della costituzione. Il giorno successivo la situazione precipitò ulteriormente. Il parlamento, infatti, votò l’impeachment nei confronti di Yanukovich, fissò le elezioni presidenziali al 25 maggio e ordinò la scarcerazione immediata di una delle principali figure dell’opposizione al regime, Yulia Tymoshenko, tra i leader della «Rivoluzione arancione» del 2004, in prigione sin dal 2011 con l’accusa di corruzione e abuso di ufficio. Yanukovich fuggì allora da Kiev, gridando al colpo di stato, mentre i manifestanti assumevano il controllo della capitale e della residenza presidenziale. L’ex-presidente, accusato formalmente di «omicidio di massa» e sottoposto a un ordine di cattura e alla prospettiva di essere processato dalla corte internazionale dell’Aja, è ancora latitante. Secondo alcune fonti, si sarebbe dapprima rifugiato nelle regioni orientali del paese o in Crimea. Oggi è al sicuro in territorio russo, da dove continua a denunciare – senza però un netto appoggio di Putin – l’illegittimità della sua destituzione.
 
Da Kiev alla Crimea. Gli ulteriori sviluppi della crisi (fine febbraio-inizio marzo 2014). La caduta e la fuga di Yanukovich impressero una nuova e assai preoccupante svolta alla crisi ucraina. Mentre infatti a Kiev, in una situazione di perdurante confusione, si insediava un governo provvisorio presieduto da Arseniy Yatsenyuk, con la presidenza ad interim di Oleksandr Turcinov, l’epicentro della crisi si spostò bruscamente nelle regioni orientali del paese, e in particolare in Crimea, dove la popolazione è per due terzi russa ed è di stanza la flotta militare russa del Mar Nero. In questa regione i filorussi diedero inizio, negli ultimi giorni di febbraio, a rumorose manifestazioni contro la nuova dirigenza «fascista» ucraina, paventando lo spettro della secessione da Kiev e invocando l’intervento di Mosca. Si ebbero anche i primi scontri e le prime violenze tra i filorussi e le minoranze favorevoli al nuovo corso post-Yanukovich. Il 27 febbraio, a Simferopoli, capitale della repubblica autonoma di Crimea, la sede del parlamento regionale fu occupata dai manifestanti, forse con il sostegno di militari russi, la cui presenza nella regione andò crescendo. Anche gli aeroporti della regione furono bloccati. Contemporaneamente, dopo alcune iniziali dichiarazioni di tono distensivo, la Russia, anche per ragioni di consenso interno, iniziò ad alzare la voce. Dapprima minacciando di congelare (e poi congelando di fatto) i prestiti appena concessi al paese e di rincarare il prezzo del gas. Poi avviando una massiccia esercitazione militare ai confini orientali dell’Ucraina. Infine minacciando l’invio di un proprio contingente militare in Ucraina, approvato all’unanimità, su richiesta di Putin, dal Consiglio della Federazione russa il 1° marzo. Con questo annuncio, a cui ad oggi (9 marzo) non è stato dato ancora seguito almeno in maniera aperta, la crisi interna ucraina ha assunto definitivamente una pericolosa dimensione internazionale, suscitando grande allarme non soltanto nel paese, ma anche a Bruxelles e a Washington.

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