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Il volto politico delle Olimpiadi nel primo Novecento

Sport e politica si incontrano spesso e talvolta, come nel caso delle Olimpiadi, le manifestazioni sportive diventano un palcoscenico per propagandare un regime o un'idea politica.
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La storia delle Olimpiadi è costellata di interferenze politiche. Tra le più celebri ricordiamo: le defezioni di molti paesi africani (e non solo) alle Olimpiadi di Montreal del 1976 per protesta contro la presenza della Nuova Zelanda, accusata di intrattenere rapporti sportivi con il razzista Sudafrica; il boicottaggio statunitense alle Olimpiadi di Mosca del 1980, dopo l'invasione dell'Afghanistan da parte dei sovietici; e il boicottaggio sovietico delle Olimpiadi del 1984 a Los Angels, come ritorsione per quanto avvenuto 4 anni prima. Fin dal loro inizio però, le Olimpiadi sono state un palcoscenico di spettacoli molto politici e poco sportivi. I primi spettri del nazionalismo e del boicottaggio Nelle intenzioni del loro promotore, il barone Pierre de Coubertin (1863-1937), le Olimpiadi moderne nascono allo scopo di rilanciare lo sport. Considerate un'iniziativa utopica e inizialmente snobbate da molti governi e associazioni sportive, nel corso dei decenni le Olimpiadi assumono un carattere più preciso, un'organizzazione più definita e diventano un immancabile evento di prestigio. Già al suo esordio, stentato e approssimativo, le Olimpiadi incrociano le armi con la politica. Nel primo comitato olimpico, presieduto da de Coubertin, siedono un rappresentate della Boemia e uno dell'Ungheria che non sono Stati, ma regioni dell'Impero austro-ungarico; non c'è invece nessun rappresentante della Germania, che infatti cerca di boicottare i primi giochi olimpici (Atene, 1896) senza però riuscirvi (gli atleti tedeschi arrivano comunque in Grecia). Man mano che nel corso del Novecento le Olimpiadi crescono di importanza, anche il rapporto con la politica diventa più intenso. Così, al momento di organizzare le Olimpiadi di Anversa del 1920, all'indomani della Prima guerra mondiale, gli organizzatori non vogliono invitare le nazioni sconfitte, considerate colpevoli della guerra. Perciò la Germania, la Turchia, l'Austria, l'Ungheria e la Bulgaria e non vengono invitate (nemmeno la Russia, che ormai sta diventando l'Unione sovietica, sarà presente). L'esclusione delle nazioni colpevoli della guerra, osteggiata da de Coubertin, viene mascherata come incidente tecnico dovuto, a seconda delle versioni, a un errore nell'invio degli inviti o all'assenza di rappresentati di quegli Stati nel Cio (il comitato olimpico che organizza l'evento). Questa scelta costituisce un precedente che segna, come se fosse un peccato originale, la storia delle Olimpiadi, dando avvio a un intreccio pericoloso tra sport e politica, che da allora continua a riproporsi ciclicamente nella storia della olimpiadi. Le Olimpiadi della propaganda: Berlino 1936 Poco più di quindici anni dopo, a Berlino nel 1936, le Olimpiadi dispiegano il loro potenziale politico. Pare che Adolf Hitler, da pochi anni a capo della Germania, non ne volesse sapere di questa manifestazione sportiva. La scelta di Berlino come sede olimpica, risaliva ad anni prima, quando i nazisti non erano ancora saliti al potere. Josph Goebbels, lo stratega nazista della comunicazione, convince Hitler dell'importanza delle Olimpiadi come evento in grado di conferire prestigio al neonato regime. La Germania si lancia allora nell'organizzazione dell'XI Olimpiade. I nazisti inscenano un'Olimpiade maestosa e coreografica, con grande sfoggio di energie e di mezzi, dando al mondo un saggio delle proprie risorse e delle proprie capacità organizzative. Per imprimere ancora di più la propria immagine all'evento, Hitler affidata alla regista Leni Riefenstahl mezzi straordinari: camere stagne per riprese subacquee, dirigibili, e chilometri e chilometri di pellicola. Il risultato sarà il film Olympia di 294 minuti.
Per saperne di più a proposito Leni Riefenstahl puoi leggere questa voce enciclopedica su Treccani.it cliccando qui oppure consultare il sito dedicato alla sua attività cliccando su questo sito tedesco
Apertamente razzista e antisemita, la Germania nazista deve accettare alcuni compromessi: occulta le manifestazioni di antisemitismo, accoglie gli atleti afroamericani, accetta una visita di controllo di un emissario degli Stati Uniti (un conservatore, Avery Brundage, che apprezza molto l'organizzazione tedesca). Sotto una superficie di tolleranza e volontà di pace, però, i nazisti mantengono saldi i loro principi e Hitler evita con cura di premiare le vittorie dell'atleta afroamericano Jesse Owens, che costituiscono uno smacco per i puri ariani.
Alle Olimpiadi del 1936 è dedicato questo sito
I nodi del problema La storia del Novecento insegna che politica e sport spesso incrociano le loro strade. Si tratta di un evento inevitabile? Troviamo una risposta a questa domanda in Politica e sport (Il Mulino, Bologna 1988) di John Hoberman, un testo scritto nel 1984, quando ancora Stati Uniti e Unione sovietica si dividevano il controllo del mondo (o l'aspirazione a tale controllo). Secondo Hoberman, in quanto attività che coinvolge i corpi, lo sport non può sfuggire alle ideologie: lo sport drammatizza il corpo e lo trasforma in un palcoscenico su cui un'ideologia può rappresentare il suo modo di intendere l'essere umano e le relazioni tra le persone (come nel caso della preferenza per le masse di atleti che si muovono in modo ritmico da parte del totalitarismo nazista). Perciò, i fascismi guardano con grande interesse allo sport, come espressione di una rigenerazione dell'uomo. Anche il nazismo avrebbe potuto muoversi sulla stessa strada, ma fu frenato, nota Hoberman, dalla scarsa simpatia di Hitler per lo sport. A loro volta, i marxisti sovietici spesso hanno condannato lo sport, quando comportava un uso improprio del tempo o il culto della personalità dell'atleta, considerati ostacoli alla costruzione della società comunista. A queste considerazioni se ne possono aggiungere altre. A partire da de Coubertin, che vedeva nello sport un metodo di selezione obiettivo e neutrale dei migliori (oltre che un mezzo per placare le tensioni sociali), siamo abituati ad associare allo sport i valori dell'impegno, del merito, della sfida cavalleresca, che prescindono da discriminazioni di razza e di religione. In quanto tale, lo sport si fa portatore di valori etici e il contrasto con chi li osteggia, nella pratica o nella teoria, può palesarsi a ogni manifestazione, come le Olimpiadi, in modo autentico o politicamente calcolato.
Sulla storia delle Olimpiadi è utile la lettura dell'ormai storico S. Jacomuzzi, Storia delle Olimpiadi, Einaudi Torino 1976 e del più recente G. Carbonetto, Da Olimpia a Pechino, Forum, Udine 2008.
Immagine di apertura: l'Oympiastadion di Berlino durante l'inaugurazione delle Olimpiadi del 1936 (via Wikipedia) Immagine per il box: Jesse Owens alle Olimpiadi del 1936 (via Wikipedia)
Berlin, Olympische Spiele im Olympiastadion
Jesse_Owens

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