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La strage degli alimenti

Lo spreco di cibo è un grave problema che affligge la nostra società e il nostro sistema economico. Recentemente sono nate iniziative che puntano a combattere lo spreco: una di questa è Last Minute Market, dell'Università di Bologna
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Dalla sacralità del cibo allo spreco

"Finire tutto quello che c’è nel piatto". Fino a non molto tempo fa, questo semplice comandamento costituiva una regola imprescindibile per tutti i bambini, in tutte le famiglie di ogni paese. Il rispetto per il cibo veniva insegnato loro fin da piccoli da parte di una fitta schiera di padri, madri, nonni e zii, che avevano ben presente il valore rappresentato da un litro d’olio, un etto di burro o un chilo di zucchero e che avevano toccato con mano la miseria e la fatica delle lunghe file imposte dal razionamento alimentare in tempo di guerra. Intere generazioni di nonni e zii che a loro volta erano stati educati da genitori per i quali spesso il consumo di carne o il pane bianco coincideva con i giorni di festa, e solo con quelli. Anche chi poteva permettersi il lusso di un vitto abbondante respirava e condivideva il principio fondamentale della sacralità del cibo, espressione di una cultura alimentare che non prevedeva lo spreco.

La diffusione del benessere e dell’abbondanza che da oltre mezzo secolo si sono propagate nel mondo occidentale ha via via eroso il significato di quel comandamento, consegnando alla storia la fondamentale branca della scienza culinaria rappresentata dall’arte del riciclo degli avanzi e assuefacendo allo spreco tanto le famiglie quanto il mercato nel suo complesso.

I riflessi estetici legati alla crescita di una società di “saziati” e l’appannamento della funzione primaria svolta dal cibo sono particolarmente evidenti nel campo della ristorazione, divenuto negli ultimi decenni teatro di un profondo processo di trasformazione. Sulle tavole dei ristoranti il piacere legato alla consumazione di portate abbondanti è stato infatti progressivamente sostituito da quello derivato dalla ricerca di gradevoli accostamenti di colori e di combinazioni di sapori sempre più ardite, nel quadro in un capovolgimento sostanziale della scala delle priorità, che ha finito per attribuire alla dimensione delle porzioni e all’originaria finalità del pasto (quella di sfamare) un’importanza del tutto relativa.

Un popolo di sazi

Il ruolo sempre più centrale acquisito dall’estetica nella scala delle priorità alimentari si riflette quotidianamente anche nelle scelte operate dalla clientela che affolla i supermercati. Nei grandi ipermercati come nei piccoli supermarket spesso basta un nulla perché un alimento ancora perfettamente commestibile venga declassato dai commessi al rango di "scarto". L’occhio del cliente vuole la sua parte e quindi è sufficiente un’ammaccatura sul cartone che contiene mezzo chilo di pasta; un piccolo strappo sull’etichetta di un vasetto di marmellata, un sacchetto con dentro un certo numero di grissini rotti, una macchia che disturbi la trasparenza della confezione in cui è avvolta una spirale di salsiccia per destinare quei prodotti alla discarica.

Lo spreco alimentare, così diffuso nelle società post industriali, rimane la forma di spreco più odiosa e provocatoria di fronte alla condizione di denutrizione in cui versano centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Ciò che stupisce è che la soluzione parrebbe non risiedere nell’aumento della produzione mondiale. Secondo le stime effettuate dalla FAO, allo stato attuale la quantità di cibo prodotta a livello globale è infatti sufficiente a nutrire 12 miliardi di persone, ossia il doppio degli attuali abitanti del pianeta. Osservate da questa angolatura le immagini di grandi piramidi di arance appena raccolte e interrate in fosse comuni, di lunghe distese di pomodori schiacciati sotto i cingolati dei bulldozer, di montagne di patate raccolte e lasciate marcire sul campo assumono apparentemente l’aspetto di un gigantesco e criminale atto vandalico, di un crudele e del tutto gratuito insulto alla miseria. La logica che sta alla base di un tale scempio è invece assai lucida e si fonda sulla riduzione dell’offerta sul mercato quando questa è in eccesso, al fine di evitare il crollo dei prezzi e di tutelare gli equilibri del sistema economico. Una premeditata politica dello spreco su scala macroeconomica che può essere così riassunta: i tuoi bisogni potranno essere soddisfatti solo ed esclusivamente in funzione della mia convenienza economica. Pare non vi sia spazio per altre considerazioni.

Le iniziative contro lo spreco

A fronte di un quadro globalmente così desolante, uno spiraglio di ottimismo è stato aperto negli ultimi decenni da una serie di iniziative fiorite su scala locale e finalizzate a invertire il circuito vizioso dello spreco alimentare in un processo virtuoso, che ha nello stesso spreco del cibo il suo punto di forza e di partenza.

È questo il caso della newyorkese City Harvest, attiva dal 1982, specializzata nella raccolta di alimenti cotti dalla ristorazione pubblica e privata e capace di rastrellare giornalmente 150.000 kg di cibo, che ogni settimana vengono distribuiti tra 400 agenzie e da queste trasformati in 120.000 pasti per i bisognosi che affollano la Grande Mela.

Facendo un passo più indietro, è possibile rintracciare l’origine di questa lotta allo spreco nella nascita delle Food Banks che, diffusesi rapidamente in tutti gli Stati Uniti (partire dalla storica Saint Mary Food Bank, nata nel lontano 1967 a Phoenix, in Arizona) così come in Canada e in Messico, dall’inizio degli anni Ottanta hanno cominciato a radicarsi anche in Europa – in Italia con il nome di Banco Alimentare - per poi raggiungere Israele e l’Australia. Grazie anche al sostegno finanziario offerto alle Food Banks europee da fondi nazionali e comunitari appositamente istituiti, l’ispirazione localistica (aiutare chi è più prossimo cooperando con imprese del territorio e distribuendo la merce raccolta a enti assistenziali locali) che anima l’attività di tali organizzazioni ha favorito lo sviluppo sul continente europeo di una fitta rete di solidarietà volta al recupero e alla ridistribuzione delle eccedenze alimentari.

Last Minute Market: lotta allo spreco, made in Bologna

In tale contesto, una forma originale di lotta allo spreco ha iniziato ad essere condotta, a partire dal 2000, dall’associazione Last Minute Market, fondata dal professor Andrea Segré e trasformatasi nel 2008 in impresa di ricerca all’Università di Bologna. Rispetto alle altre organizzazioni assistenziali presenti a livello locale, nazionale o internazionale che, nel recuperare gli alimenti scartati prediligono prodotti non facilmente deperibili o secchi, la peculiarità di Last Minute Market risiede nella scelta di intervenire su tutta la gamma delle merci invendute: dal vasetto di yogurt al pacchetto di ceci, dalla mozzarella di bufala alla fettina di pollo, al barattolo di pelati, al cespo di insalata. Una lotta contro lo spreco da condurre fino all’”ultimo minuto”. Una lotta dove il fattore tempo gioca un ruolo fondamentale.

Clicca qui per visitare il sito ufficiale di Last Minute Market

La riuscita dell’intera operazione è affidata a una struttura organizzativa snella e leggera, che permette di saltare i tradizionali passaggi che portano i prodotti invenduti sulle mense delle associazioni assistenziali. A differenza delle altre organizzazioni intermediarie, Last Minute Market non possiede infatti né addetti al recupero delle merci, né camion per trasportarle, né magazzini atti allo stoccaggio. La sede dell’associazione si trova all’interno delle Facoltà di Scienze Agrarie di Bologna. È da lì che vengono instaurati i contatti con i soggetti disposti a collaborare al progetto.

Andrea Segrè a EXPO Milano 2015 parla alla presentazione della "Carta di Milano" sul diritto al cibo

Dopo avere operato un’attenta selezione e una serie di controlli di affidabilità, i responsabili di Last Minute Market si adoperano per fare incontrare direttamente donatori e beneficiari nel backstage degli ipermercati o nel retrobottega dei negozi alimentari coinvolti. Viene in tal modo saltato il passaggio intermedio del recupero, dell’accumulo e della successiva redistribuzione, con notevoli benefici per la celerità delle operazioni. Anche lo yogurt dalla scadenza imminente può allora essere “salvato” poiché, invece di conoscere una sosta forzata in qualche magazzino di stoccaggio, il giorno stesso viene ridistribuito nelle varie mense per i poveri, nelle comunità di recupero o nei ricoveri per anziani presenti sul territorio limitrofo. Il carattere strettamente locale dell’operazione costituisce un aspetto fondamentale del progetto, poiché consente di ridurre al minimo gli spostamenti e di vincere così la corsa contro il tempo. Ogni ipermercato, ogni fruttivendolo, ogni pasticceria, ogni panettiere possono in tal modo diventare il punto di riferimento di una rete di solidarietà locale, l’espressione di un microcosmo solidale riproducibile dappertutto, ovunque esistano centri di sostegno alle persone bisognose e esercizi commerciali disposti a collaborare.

Oggi Last Minute Market non limita il proprio raggio di azione al comparto alimentare. La stessa modalità operativa adottata in quel settore è stata infatti applicata, per citare due esempi, nel campo farmaceutico e in quello editoriale, dove lo scarto di medicinali ancora perfettamente utilizzabili o il macero di tonnellate di libri più che leggibili costituiscono, oltre che uno spreco, un’offesa a diritti fondamentali come quello alla salute e all’istruzione.

Per approfondire: Clicca qui per vedere un Ted Talk di Tristram Stuart sullo spreco alimentare (in inglese, sottotitoli in italiano) Clicca qui per leggere un articolo tratto da Repubblica.it sullo spreco di cibo Clicca qui per leggere un articolo sul film "Just Eat It", documentario canadese contro lo spreco
Crediti immagini: Apertura: "Imballaggi a go-go" di Letizia Palmisano (flickr) Link Chiusura: "Bananes - 2013-052" di Frédérique Voisin-Demery (flickr) Link    
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