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L’altro Kennedy

Il 5 giugno 1968 tre colpi d’arma da fuoco feriscono Robert “Bobby” Kennedy, candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America
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Robert Kennedy, detto Bobby, è il fratello minore del più famoso John. Due caratteri diversi che si legano profondamente, nella vita e nella politica. Negli anni ’60, dopo la sua elezione a 35º Presidente degli Stati Uniti d'America, John volle accanto a sé il fratello e lo nominò Attorney General, ministro della Giustizia. Il Presidente, più anziano di otto anni, si fidava ciecamente di Robert, che era conosciuto anche dai media e dal popolo come un uomo leale e laborioso. Da alcuni era addirittura definito “spietato”, per il suo dedicarsi anima e corpo alle questioni in cui credeva. Alla morte di John Kennedy, Dallas 1963, Robert disse a moglie e figli che il suo compito a quel punto era quello di continuare il progetto del fratello. Fu eletto al Senato e portò avanti la difesa dei diritti degli afroamericani iniziata da John; quando, nell’aprile 1968, fu informato della morte di Martin Luther King, fece un discorso in cui pregava gli attivisti di mantenere la strada della non-violenza. Nel marzo dello stesso anno, non senza difficoltà, si candidò alle primarie del Partito Democratico. Riuscì in pochi mesi a ottenere molte vittorie; ma quella che definitivamente gli avrebbe aperto la strada verso la presidenza gli fu fatale. La vittoria in California fu schiacciante e Kennedy la celebrò con un discorso e una festa all’hotel Ambassador di Los Angeles, alla quale si era infiltrato Sirhan Bishara Sirhan, un arabo cristiano di famiglia palestinese. Il suo odio verso Robert è testimoniato nel suo diario, in seguito rinvenuto nel suo appartamento. Un rancore dovuto soprattutto all’appoggio pubblico che il giovane Kennedy aveva dato a Israele in quella che poi fu chiamata la Guerra dei Sei Giorni, scoppiata proprio l’anno prima, il 5 giugno 1967. Quella sera i giornalisti facevano pressione per ottenere un’improvvisata conferenza stampa; il cambiamento del programma prevedeva quindi un passaggio dalle cucine per condurre il candidato alla presidenza nella sala della conferenza. Fu proprio in questo momento di transito che Sirhan trovò la sua occasione di avvicinarsi a Robert. Con un revolver calibro 22 sparò otto colpi (di cui solo tre andati a segno), solo pochi secondi prima di essere a sua volta colpito da un agente della scorta. Altre cinque persone rimasero ferite nell'attentato; Robert Kennedy morì in ospedale il giorno dopo. Ancora non sono chiare le dinamiche dell’omicidio. Secondo alcune prove Sirhan sarebbe il solo colpevole, ma ci sono registrazioni in cui si sente che i colpi sparati sono più di quelli che la sua pistola poteva tenere in canna. Altri pensano che Sirhan, attualmente incarcerato con l’ergastolo, abbia agito sotto ipnosi.
Guarda un video Rai con la traduzione in italiano  di un discorso di Robert Kennedy: 
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