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2. Le origini dell'Isis: la "seconda Guerra del golfo"

Come si è già accennato, le radici della parabola dell’Isis vanno rintracciate nella complessa situazione in cui l’Iraq precipitò tra il 2003 e il 2004, all’indomani della cosiddetta “seconda guerra del Golfo”.
Combattuta a dodici anni di distanza dalla «prima guerra del Golfo» (1991), questo breve ma assai destabilizzante conflitto fu fortemente voluto dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush jr. e dal suo entourage all’indomani degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, messi a punto da Al Qaeda contro il World Trade Center di New York e il Pentagono a Washington. Oltre che per ristabilire il controllo degli USA su un paese di fondamentale interesse strategico per gli equilibri geopolitici in Medio Oriente e per l’approvvigio­namento energetico mondiale, per Bush erano due gli scopi essenziali del conflitto. Il primo era quello di estendere la “war on terror” dall’Afgha­nistan dei talebani (con cui gli USA erano in guerra già dall’ottobre del 2001) allo “Stato canaglia” iracheno, il quale, in connessione con gruppi estremistici di ogni tipo tra cui la stessa Al Qaeda – questa almeno la tesi dell’amministrazione Bush – stava attrezzandosi per produrre pericolosissime armi di distruzioni di massa chimiche e biologiche in grado di porre sotto ricatto il mondo intero. Il secondo scopo, di natura più propriamente ideologica e di matrice tipicamente “neoconservatrice” era quello di “esportare la democrazia” nell’universo tumultuoso dei regimi autoritari e dispotici, e soprattutto nel mondo islamico.
La «seconda guerra del Golfo» sollevò aspre opposizioni nella comunità internazionale. Almeno dal punto di vista delle operazioni militari, essa ebbe però uno sviluppo assai rapido. Iniziò infatti il 20 marzo 2003 e terminò meno di un mese dopo con la caduta del regime di Saddam Hussein, il quale fu successivamente arrestato (14 dicembre 2003) e poi processato e condannato a morte da un tribunale iracheno (30 dicembre 2006). Fu lo stesso Bush a dichiarare la fine ufficiale del conflitto il 1° maggio del 2003.
Più che la guerra in sé, tuttavia, fu soprattutto il lungo «dopoguerra» che seguì a costituire il terreno di coltura dell’estremismo islamico e quindi dell’Isis. Esso fu reso particolarmente fertile da due elementi. In primo luogo, dalla presenza del consistente contingente d’occupazione statunitense, che dopo aver trasferito progressivamente tutti i poteri al governo di Baghdad, rimase nel paese sino all’estate del 2010. E in secondo luogo, dagli aspri contrasti politici ed etno-religiosi che opponevano la minoranza sunnita della popolazione (fino al 2003 almeno relativamente garantita dal regime di Saddam Hussein) alla maggioranza sciita (ora in posizione preminente nel governo) e ai curdi, altra consistentissima minoranza stanziata in territorio iracheno. Come si può ben comprendere in un contesto del genere doveva risultare estremamente arduo realizzare un efficace e duraturo controllo del territorio, stabilire il dominio della legge e qualsivoglia forma di “democrazia”, e tenere a bada la violenza dilagante dei clan tribali, dei diversi gruppi etnici e religiosi e poi, appunto, del terrorismo di matrice islamista.

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