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La premessa: rivolta e guerra civile

La fine del regime di Gheddafi avviene sull'onda delle rivolte dette della "primavera araba", ma mostra caratteristiche del tutto proprie.

Lemanifestazioni, iniziate il 17 febbraio 2011, assumono ben presto il carattere di una ribellione armata. Più che una contrapposizione fra la popolazione esasperata e il potere risulta chiaro che si tratta di una rivolta di tribù e territori che non sono mai stati amalgamati in una nazione. È la Cirenaica, con il capoluogo Bengasi, a porsi al centro dell’insurrezione; dai tempi della presa del potere la regione (patria del re Idris e base dei senussi) è ostile al clan Gheddafi e alle tribù che lo appoggiano. La risposta di Gheddafi è durissima sul piano militare, dopo che nei primi giorni gli insorti hanno preso altre importanti città (come Misurata) e alcuni centri petroliferi. L’uso di mercenari e di mezzi corazzati da parte dei lealisti trasforma il conflitto in una sanguinosa guerra civile.

Sulle prime la reazione della comunità internazionale è incerta e priva di una direzione univoca. Pesano gli interessi in gioco. L’Italia è particolarmente esposta in questo senso e negli anni recenti il suo appoggio a Gheddafi si è consolidato con la firma di un trattato di amicizia nel 2009 fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi e dal governo di centrodestra. Vi sono molti investimenti libici in aziende importanti in Italia; l’Italia dipende dal petrolio e dal gas libico per una parte consistente del proprio fabbisogno energetico; importanti aziende italiane hanno in corso contratti per la realizzazione di grandi infrastrutture in Libia. La Libia ha avuto anche, con alti e bassi e con scarsa attenzione ai diritti umani, un ruolo di blocco e controllo dell’immigrazione dall’Africa sub-sahariana verso le coste italiane.

Fin da febbraio si forma un Consiglio Nazionale Transitorio, che viene considerato il legittimo rappresentante della nuova Libia. Di esso fanno parte alcuni rappresentanti politici e militari del regime gheddafiano che si sono uniti all'insurrezione fin dall'inizio: il presidente è Mustafa Abdel Jalil, il capo del governo è Mahmoud Jibril.

La Francia e la Gran Bretagna sembrano mirare fin da subito a un cambio di regime appoggiando esplicitamente gli insorti. Più cauti gli Stati Uniti, che all’inizio sono poco propensi all’intervento a meno che non sia appoggiato anche dal mondo arabo. Peraltro la Lega Araba invita a un intervento (senza precisarne la forma) per la protezione dei civili.

Dal punto di vista militare le truppe di Gheddafi, saldamente basate a Tripoli, recuperano rapidamente posizioni, mettono l’assedio a Misurata e avanzano verso Bengasi. È in questa fase, davanti all’aumento delle vittime civili, che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu (su proposta di Usa, Francia e Gran Bretagna) il 17 marzo 2011 vota la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento per la protezione dei civili con qualsiasi mezzo, salvo l’occupazione del territorio. La risoluzione passa con l’astensione di Cina e Russia, Brasile, India e Germania.

Nei giorni successivi c’è un’accelerazione dell’intervento per iniziativa francese e britannica, che porta a una serie di bombardamenti per l’imposizione di una no-fly zone e per liberare Bengasi dall’assedio. L’intervento della coalizione (della quale, dopo alcune incertezze, fa parte anche l’Italia) non ha obiettivi del tutto chiari e definiti: alcuni (come l’Italia) intendono limitare l’azione militare alla sola protezione dei civili, altri (in primo luogo la Francia) mirano esplicitamente al rovesciamento del regime. Dopo un paio di settimane, la guida dell’operazione viene accentrata sotto il comando della Nato e si fanno più pressanti i tentativi di una soluzione diplomatica del conflitto.

La situazione resta estremamente delicata nei mesi successivi, anche per la scarsa preparazione militare degli insorti. D'altra parte c'è incertezza anche sulle loro reali intenzioni politiche; a differenza dei movimenti in Tunisia, in Egitto e in Siria, spinti dalle rivendicazioni giovanili e dalla ricerca di democrazia, in questo caso sembrano predominanti i conflitti fra tribù e gruppi di potere. Fra maggio e luglio l'appoggio aereo della Nato non sembra dare un vantaggio decisivo agli insorti, mentre sul terreno si susseguono avanzate e ritirate. Infine l'avanzata dei ribelli viene aiutata da gruppi di consiglieri militari, finché a metà agosto inizia una decisiva avanzata verso Tripoli, che è rimasta sempre sotto il controllo dei lealisti e che più volte è stata obiettivo di bombardamenti. Il 21 agosto le truppe dei ribelli entrano nella capitale e prendono possesso dei punti chiave: entrano anche nel complesso nel quale ha sede il comando di Gheddafi, ma il dittatore si sottrae alla cattura. L'assalto delle truppe ribelli si concentra sulla città di Sirte, dove il dittatore si è asserragliato.. La città cade il 20 ottobre: mentre tenta di fuggire, Gheddafi viene catturato e linciato. Si aprono i giochi (soprattutto fra gli stati che hanno preso parte alla missione militare, per contribuire alla ricostruzione e avere un ruolo chiave nei rapporti economici con la Libia nuova che si va profilando. Una Libia che al momento è piena di armi e di giovani disoccupati. In una delle sue prime dichiarazioni dopo la fine della guerra, il presidente del CNT, Jalil, dichiara che la legge islamica (la shari'a) sarà la fonte della Costituzione della nuova Libia.

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GHEDDAFI A ROMA: BERLUSCONI A CIAMPINO

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