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L’internazionalizzazione della crisi

Insieme ai contorni della guerra civile, il conflitto in Siria ha assunto nel tempo inquietanti risvolti internazionali, inevitabili in una regione strategica come il Medio Oriente.

L’Iran è alleato del regime di Assad, che vede al potere la minoranza sciita degli alawiti, e lo aiuta con armi e consiglieri militari. Entrambi i paesi appoggiano gli sciiti libanesi di Hezbollah. La guerra in Siria può avere pericolosi effetti sui fragili equilibri politici del Libano. Sembra appurato che milizie di Hezbollah combattono al fianco dell’esercito regolare siriano.

Viceversa, l’ArabiaSaudita e il Qatar sunniti appoggiano apertamente gli insorti (con l’approvazione tacita degli Stati Uniti).

Gruppi irregolari affluiscono in appoggio ai sunniti dall’Iraq, dalla Libia, dall’Egitto e da paesi in guerra come l’Afghanista, la Cecenia. C’è il timore fondato di infiltrazione di jihadisti e terroristi.

Anche la Turchia è apertamente ostile al regime di Assad (vi sono stati anche limitati scontri di confine), soprattutto per l’appoggio non tanto velato che esso garantisce all’indipendentismo dei Curdi. Ankara intende anche rafforzare la propria influenza nella regione.

Il regime siriano gode del deciso appoggio di due grandi potenze che detengono il potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: la Cina e la Russia. Quest’ultima, in particolare, ha in Siria (a Tartus) l’unica base navale militare nel Mediterraneo.

Gli Stati Uniti si mostrano favorevoli alla fine del regime di Assad, ma temono per la rottura degli equilibri nella regione e in particolare l'aumento dell'influenza iraniana.

Israele, infine, è direttamente implicato sia per gli effetti che un diverso quadro internazionale potrebbe avere sulla sua sicurezza, sia perché mantiene il controllo di una regione siriana, le alture del Golan.

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