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Un «pianeta stretto»

Francesco Tuccari analizza l’andamento globale della popolazione dagli anni ‘50 a oggi: aspettativa di vita, numero di figli per donna, immigrazione ed emigrazione sono tutti elementi cruciali per comprendere un fenomeno complesso come la demografia.

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Uno sguardo d’insieme

Nell’arco di settant’anni la popolazione mondiale è più che triplicata. Nel 1950 gli abitanti del pianeta erano poco più di 2 miliardi e mezzo. Oggi sono quasi 8 miliardi. Nel 2050, secondo le stime delle Nazioni Unite, saranno poco meno di 10 miliardi, quattro volte la popolazione di cent’anni prima, e nel 2100 circa 10 miliardi e mezzo, con un significativo rallentamento della crescita complessiva a partire dalla seconda metà del secolo.

Almeno in prima battuta, questi dati grossolani ci dicono che viviamo ormai in un «pianeta stretto», come recita il titolo di un bellissimo libro pubblicato qualche anno or sono da uno dei più autorevoli demografi italiani, Massimo Livi Bacci (Il Mulino, Bologna 2015). Ci dicono, cioè, che viviamo in un mondo in cui gli spazi e le risorse a disposizione del genere umano si stanno significativamente riducendo.

Le implicazioni di questo crudo dato di fatto sono allarmanti. Se infatti è più che probabile che tra qualche decennio la crescita della popolazione mondiale inizierà a rallentare, proiettandoci forse in un mondo a crescita zero o in aperta decrescita, è altrettanto vero – come ha scritto Livi Bacci – che saremo presto costretti a «preoccuparci dei tre o quattro miliardi di persone in più che dovremo accogliere sul pianeta, nutrire, vestire, alloggiare, istruire e avviare al lavoro prima della fine del secolo. E che avranno un notevole impatto sull’ambiente». Si tratta di una sfida colossale, per molti aspetti paragonabile a quella altrettanto poderosa e difficilmente gestibile del cambiamento climatico. Strettamente intrecciate tra loro, entrambe mettono infatti a rischio il principio e le pratiche della “sostenibilità” e il suo governo su scala planetaria.

Dietro l’immagine del «pianeta stretto», tuttavia, si nascondono differenze e squilibri profondi tra le diverse aree del mondo. Alcune di esse, di regola le meno sviluppate, sono infatti ancora segnate da una crescita demografica impetuosa, che rende sempre più problematica la distribuzione di risorse decisamente scarse. Altre invece, di regola le più sviluppate, stanno sperimentando una decrescita significativa che, insieme a un generale un invecchiamento della popolazione, le rende sempre più fragili. È da questi squilibri che traggono alimento i grandi flussi migratori del nostro tempo, il cui governo su scala globale incontra ostacoli crescenti e talora insormontabili, quasi sempre al prezzo profonde tensioni.

È dunque da questi squilibri che occorre partire. Avendo ben chiaro che la demografia, ben più della cronaca giorno per giorno, gioca un ruolo silenzioso ma cruciale per il futuro stesso della vita sul pianeta.

«Stretto» ma «diseguale»

I dati della 2022 Revision of World Population Prospects (WPP) delle Nazioni Unite – una delle fonti più autorevoli in materia – parlano molto chiaro. Tra il 1950 e il 2020 la popolazione delle regioni maggiormente sviluppate del pianeta è passata da 815 milioni di abitanti a 1 miliardo e 270 milioni. Secondo le stime, dovrebbe attestarsi a 1 miliardo e 300 milioni nel 2050. Nelle stesse date, la popolazione delle regioni meno sviluppate è passata da 1 miliardo e 720 milioni a 6 miliardi e mezzo e si prevede che possa raggiungere gli 8 miliardi e mezzo nel 2050. Vale a dire, mezzo miliardo in più dell’attuale popolazione mondiale, che il 15 novembre 2022 – sempre secondo le Nazioni Unite – dovrebbe appunto raggiungere quota 8 miliardi.

Per capire meglio i trend demografici del tempo presente, tuttavia, è opportuno disaggregare questi dati. E le sorprese non mancano. La Cina ad esempio – il colosso demografico per eccellenza – dopo decenni di incrementi spettacolari e senza sosta, parrebbe destinata a un significativo rallentamento e poi a una decisa decrescita: aveva poco più di mezzo miliardo di abitanti nel 1950, 1 miliardo e 300 milioni nel 2000, 1 miliardo e 400 milioni nel 2020; sembra però destinata a scendere a 1 miliardo e 350 milioni nel 2050 e addirittura a poco meno di 800 milioni nel 2100. L’India, invece, pare avere un passo almeno relativamente più lungo: dai 370 milioni di abitanti del 1950 è passata a 1 miliardo nel 2000, a 1 miliardo e 400 milioni nel 2020 e supererà 1 miliardo e 600 milioni nel 2050, diventando così il paese più popoloso del mondo, destinato peraltro a decrescere dopo il 2060.

Sono otto, secondo le Nazioni Unite, i paesi nei quali si concentrerà più della metà dell’incremento della popolazione mondiale nei prossimi decenni. Si tratta della Repubblica democratica del Congo, dell’Egitto, dell’Etiopia, della Nigeria e della Tanzania in Africa e della già citata India, del Pakistan e delle Filippine in Asia. È particolarmente rilevante il dato dell’Africa Subsahariana: essa contava 180 milioni di abitanti nel 1950 e, dopo aver superato il miliardo e 100 milioni di abitanti nel 2020, raggiungerà i verosimilmente 2 miliardi e 170 milioni nel 2050.

È ben diversa la situazione di altre regioni del mondo. L’Europa nel suo complesso aveva circa 550 milioni di abitanti nel 1950; è salita a 730 milioni nel 2000 e a 743 nel 2020; sembra però destinata a scendere a 715 milioni nel 2050. Al suo interno, facendo riferimento alle suddivisioni della 2022 Revision e alle stime per il periodo 2020-2050, l’Europa del Nord e l’Europa occidentale saranno ancora in lievissima crescita; l’Europa del Sud e l’Europa orientale entreranno invece in una fase di decrescita. Più in generale, in quell’intervallo temporale quasi tutti i grandi paesi europei – compresa la Federazione Russa, che la 2022 Revision colloca nell’Europa dell’Est – vedranno calare significativamente la propria popolazione. Uniche relative eccezioni sono la Francia (da 65 a 70 milioni) e il Regno Unito (da 67 a 75 milioni). L’Italia – su cui torneremo più avanti – passerà dai 60 milioni di abitanti del 2020 a 52 milioni nel 2050. È almeno parzialmente diversa la situazione sull’altra sponda dell’Atlantico. Gli Stati Uniti, che avevano 280 milioni di abitanti nel 2000 e 331 nel 2020, raggiungeranno probabilmente i 390 milioni nel 2050. Nello stesso periodo, il Canada passerà dai 37 milioni del 2020 a 45 milioni nel 2050. L’America Latina e i Caraibi, a loro volta, saliranno dai 665 milioni del 2020 a 780 milioni nel 2050.

Natalità, mortalità, invecchiamento, migrazioni

Sono naturalmente molteplici le variabili che incidono su questi numeri così diversi e articolati. Le più importanti sono quelle relative alla natalità e alla mortalità, che dipendono a loro volta da una grande varietà di fattori quali fertilità, nutrizione, pratiche contraccettive, situazione sociale e medico-sanitaria, clima, e via dicendo. Di regola, i paesi meno sviluppati hanno tassi di natalità più alti di quelli più sviluppati, ma una durata media della vita più bassa. Questo significa che i primi hanno una popolazione mediamente più giovane e crescono assai più dei secondi, i quali invece tendono a crescere poco o a decrescere e al tempo stesso a “invecchiare”.

Facciamo qualche esempio, a partire dal cosiddetto tasso di fecondità totale (TFT), vale a dire dal numero di figli che una singola donna partorisce in età fertile (15-49 anni), rilevato in un determinato intervallo di tempo. Se proviamo a mettere in movimento le mappe e le tabelle interattive della 2022 Revision si ricava immediatamente che quel tasso è andato riducendosi significativamente nel corso del tempo a livello planetario: nel 1950, il valore medio era di 4,86 figli per donna, nel 2000 2,73, nel 2020 2,35. Questi valori dovrebbero attestarsi a 2,15 nel 2050 e a 1,84 nel 2100.

Ancora una volta, però, almeno su questa scala, i valori medi ci dicono poco. Se proviamo a scomporre il dato medio almeno per grandi regioni, emerge infatti un quadro assai più diversificato, che si può ricavare dalla seguente tabella costruita sulla base della 2022 Revision:

Africa

America Latina e Caraibi

Asia

Nord America

Europa

Oceania

1950

6,59

5,80

5,71

2,97

2,70

3,67

2000

5,18

2,61

2,57

1,99

1,42

2,45

2020

4,36

1,89

1,98

1,63

1,47

2,16

2050

2,87

1,72

1,85

1,68

1,63

1,96

2100

1,99

1,68

1,71

1,69

1,67

1,77

Tasso di fecondità totale: numero dei figli per donna (Fonte: 2022 Revision WWP)


Permangono ovviamente significative oscillazioni all’interno delle singole regioni. Se ad esempio prendiamo come punto di riferimento il 2020 e proviamo a guardare il TFT nel continente africano, troviamo ben 5 paesi che, assai al di sopra della media regionale (4,36) e soprattutto di quella mondiale (2,35), superano la quota di 6 figli per donna: si tratta di Niger (6,89), Somalia (6,42), Ciad (6,35), Repubblica democratica del Congo (6,21) e Mali (6,03). Sul lato opposto della scala, troviamo per contro paesi che si collocano al di sotto della media regionale e mondiale. Tra questi, per citarne solo alcuni, la Spagna e l’Italia, con un TFT pari a 1,24 e 1,26. La tendenza generale da qui alla fine del secolo, tuttavia, è verso una sostanziale omologazione al ribasso dei tassi di fecondità totale: al di sotto dei due figli per donna. Un livello che è considerato ancora fisiologico per la tenuta del saldo demografico (senza considerare la variabile delle migrazioni).

A questi dati, tuttavia, bisogna intrecciare quelli relativi alla mortalità, che possono dipendere da fatti contingenti, come guerre e pandemie (che purtroppo non mancano), oppure strutturali, come alimentazione, igiene, clima, servizi medico-sanitari più o meno adeguati, ecc.

Si può partire dal dato del tasso di mortalità, che ci restituisce il numero dei morti in un dato paese o in una data area geografica calcolato per ogni mille persone in un determinato anno. Nel 1950 quel tasso – dal più alto al più basso – era pari a 26,6 in Africa, a 22,9 in Asia, a 17,4 per l’America Latina e i Caraibi, a 11,9 per l’Oceania, a 11,8 per l’Europa e a 9,6 per il Nord America. Nel 2000 – sempre dal più alto al più basso – esso vedeva sempre in testa l’Africa (13,0), seguita da Europa (11,6), Nord America (8,4), Asia (7,2), Oceania (6,8), America Latina e Caraibi (6,1). Ancora diversa la serie nel 2020: Europa (12,2), Nord America (9,5), Africa (8,4), America Latina e Caraibi (7,8), Asia (7,2) e Oceania (6,3). Questa, infine, la “classifica” prevista per il 2050: Europa (13,3), Nord America (10,9), Asia (9,9), America Latina e Caraibi (9,2), Oceania (8,8) e Africa (7,2).

Decisivi, e ovviamente non senza relazione con i tassi di mortalità, sono poi l’età media di una popolazione e la cosiddetta aspettativa di vita alla nascita. Uno sguardo anche solo sommario alle mappe della 2022 Revision mostra che nel 2020 i paesi con l’età media più elevata (tra i 40,4 e i 54,5 anni) – e dunque più “vecchi” – sono pressoché tutti concentrati in Europa, con l’eccezione del Giappone (48,0) e della Corea del Sud (42,8). Tra i principali, in ordine crescente, la Francia ha un’età media di 41,4 anni, la Spagna di 43,5, la Germania di 44,9, l’Italia di 46,4. Il Regno Unito si colloca nella fascia inferiore (da 34,3 a 40,4 anni), con un’età media di 39,5 anni. E così pure gli Stati Uniti (37,5), il Canada (39,9) e l’Australia (36,7), ma anche la Federazione Russa (38,6) e la Cina (37,4). Parte consistente dell’America Latina si colloca nella fascia tra i 28,4 e i 34,3 anni. L’India (27,3) e diversi paesi nordafricani sono nella fascia ancora più bassa: tra i 21,9 e i 28,4 anni. Gran parte dell’Africa subsahariana, ma anche l’Iraq, l’Afghanistan e il Pakistan hanno un’età media che oscilla tra i 14,4 e i 21,9 anni.

Se ci spostiamo – senza dare ulteriori dettagli – sulle mappe del 2050 e poi del 2100, si osserva una decisa crescita dell’età media in tutto il pianeta. Alla fine del secolo, infatti, l’intero continente americano, l’Europa, l’Australia, il Nordafrica, il Medio Oriente, la Federazione Russa e l’India si collocheranno nella fascia alta, tra i 40,4 e i 54,5 anni. La Cina raggiungerà la quota astronomica di 56,8 anni. Solo una parte consistente dell’Africa subsahariana continuerà avere un’età media compresa tra i 28,4 e i 34,3 anni.

È utile soffermarsi ancora sull’indicatore dell’aspettativa di vita alla nascita. A livello globale, esso si attestava in media a 46,5 anni nel 1950, a 66,5 nel 2000 e a 72 nel 2020. Nel 2050 e poi nel 2100 dovrebbe salire a 77,2 e a 82,6 anni. Al solito, però, contano soprattutto le differenze tra le diverse aree del pianeta. Vediamo così che nel 1950 l’aspettativa di vita nel Nord America era di 68,04 anni, in Europa di 62,83, in Oceania di 61,38, in America Latina e Caraibi di 48,56, in Asia di 42,02 e in Africa di 37,62. Nel 2020 la situazione è decisamente cambiata con l’Oceania al primo posto (79,50), seguita da Nord America (77,87), Europa (77,74), Asia (73,74), America Latina e Caraibi (73,09) e Africa (62,23). Nel 2050 il Nord America sarà ancora in testa con un’aspettativa di vita di 84,03, seguito dall’Europa (83,80), dall’Oceania (82,13), dall’America Latina e i Caraibi (80,64), dall’Asia (79,52) e dall’Africa (68,28). Nel 2100, ancora, Europa e Nord America si attesteranno intorno ai 90 anni, seguiti da America Latina e Caraibi (87,23), Oceania (87,21), Asia (85,54) e Africa (74,91).

Il dato in ultima analisi più semplice e intuitivo della situazione demografica dei singoli paesi è quello del cosiddetto “saldo naturale”, vale a dire della differenza tra i nati vivi e i morti in un determinato anno, escludendo gli effetti di eventuali movimenti migratori. Lo si esprime di regola attraverso il cosiddetto tasso di incremento naturale della popolazione, dividendo quella differenza per la consistenza della popolazione nello stesso anno, calcolata poi per 1000 persone. Il risultato è un numero positivo o negativo. Se il valore è superiore o inferiore a 0 significa che un paese è in crescita o in decrescita demografica.

Ora, considerando l’intera popolazione globale, le statistiche e le previsioni delle Nazioni Unite mostrano come quel tasso sia andato scendendo da 17,3 nel 1950, a 13,3 nel 2000 e a 9,2 nel 2020. Nel 2050 il valore sarà ancora positivo, a 4,5. Ma, dopo un’ulteriore discesa negli anni successivi, toccherà quota zero nel 2086 e -1,1 nel 2100. A quel punto, insomma, se il valore dovesse rimanere ancora stabilmente negativo, il numero delle nascite (dei nati vivi) non riuscirà più a compensare quello delle morti. E la popolazione mondiale, raggiunti i 10 miliardi e mezzo, inizierà a decrescere.

Anche in questo caso, però, i dati vanno disaggregati almeno per macroregioni. Da questa prospettiva, si deve anzitutto segnalare che l’Europa ha già raggiunto il livello della crescita zero nel 1993, precipitando ben al di sotto di esso a partire dal 2018. Secondo le previsioni, con l’eccezione dell’Africa, raggiungeranno la crescita zero il Nord America nel 2042, l’Asia nel 2056, l’America Latina e i Caraibi nel 2060, l’Oceania nel 2086.

La tabella che segue – tratta sempre dalle stime della 2022 Revision – offre il quadro complessivo di questo andamento:

Africa

America Latina e Caraibi

Asia

Nord America

Europa

Oceania

1950

21,5

26,3

18,7

13,6

10,4

15,9

2000

25,4

16,1

13,8

5,7

-1,5

11,5

2020

24,6

7,3

7,5

1,3

-2,9

9,4

2050

15,8

1,5

1,4

-1,1

-4,5

3,8

2100

3,8

-5,2

-4,2

-2,3

-4,3

-0,5

Tasso di incremento naturale della popolazione (per 1000 persone). Fonte: 2022 Revision WWP


Il caso dell’Europa (che non coincide con l’Unione Europea e include nel conteggio anche la Federazione Russa e l’Ucraina) merita particolare attenzione e vale la pena di scomporlo ulteriormente. Facendo riferimento al 2020, emerge subito un dato importante, e cioè che solo 17 paesi su 49 mostrano un tasso di incremento naturale positivo, con un’oscillazione tra il 5,7 dell’Islanda e lo 0,1 del Regno Unito. I restanti 32 paesi hanno invece tassi negativi compresi tra il -0,5 dell’Albania e il -10,3 della Bulgaria e il -11,6 del Principato di Monaco. Nel 2050 soltanto le Isole Faroe (3,7), l’Irlanda (0,5) e la Svezia (0,1) saranno sopra la crescita zero. Tutti gli altri paesi entreranno in decrescita, con valori oscillanti tra il -0,5 dell’Islanda al -9,3 della Bulgaria. Guardando soltanto ai sei paesi più popolosi (sopra i 35 milioni di abitanti), emerge che nel 2020 soltanto Francia e Regno Unito sono – assai di poco (0,4 e 0,1) – sopra la crescita zero. Germania, Polonia, Spagna e Italia sono attestati rispettivamente a -2,5, -2,6, -3.0 e -5,2. Nel 2050 i tassi di incremento naturale scenderanno ulteriormente: -1,6 il Regno Unito, -2,1 la Francia, -5,3 la Germania, -5,8 la Polonia, -6,4 la Spagna e -7,9 l’Italia.

Almeno fin qui, questi dati sembrano indicare che alcune regioni del pianeta – quelle maggiormente sviluppate e l’Europa in testa – si stanno progressivamente “svuotando”, stanno diventando cioè decisamente meno “strette”. Le cose, però, non sono così semplici. Povertà, guerre, catastrofi climatiche, regimi dittatoriali, assenza di diritti, ricerca di un certo livello di benessere e di sicurezza spingono infatti milioni e milioni di uomini e donne a spostarsi là dove le prospettive di vita sono, o almeno sembrano, decisamente migliori. Da qui, dunque, i grandi flussi migratori che caratterizzano con particolare intensità il tempo presente.

Per coglierne la portata, si deve osservare un altro dato cruciale, il cosiddetto saldo migratorio, che si ricava dalla differenza tra il numero di immigrati ed emigrati calcolato per un determinato paese in un dato anno. Le statistiche e le previsioni della 2022 Revision ci mostrano in proposito quanto possiamo facilmente intuire, e cioè che le regioni più sviluppate del pianeta – Europa e Stati Uniti – sono ormai da tempo investite da forti flussi migratori provenienti soprattutto da Asia, Africa e America Latina, oltre che dall’interno della parte meno fortunata dell’Europa stessa. I dati, ovviamente, oscillano di anno in anno e sono poi diversi da paese a paese in relazione alle politiche migratorie messe in atto da ognuno di essi. Possiamo però farcene un’idea sia pure impressionistica prendendo come punti di riferimento i casi di Regno Unito, Germania e Francia. Nell’anno 1950 (e solo in quell’anno) i primi due paesi hanno accolto rispettivamente 15.000 e 47.000 migranti, mentre dalla Germania sono emigrate circa 630.000 persone. Nell’anno 2000 il Regno Unito ha accolto 161.000 immigrati, la Francia 103.000 e la Germania 61.000. Nell’anno 2020 è stata la Germania il paese con il maggior numero di immigrati (334.000), seguita da Regno Unito (211.000) e Francia (18.000). Nell’anno 2050 si prevede che sarà il Regno Unito il paese con una maggiore immigrazione (166.000), seguito da Germania (156.000) e Francia (68.000). Se guardiamo invece all’Africa subsahariana prendendo come riferimento il decennio 2012-2022, vediamo subito che il saldo migratorio è costantemente e fortemente negativo: con un’unica eccezione nel 2015 (-17.000), esso oscilla tra le -300.000 e le -600.000 unità all’anno, con una punta massima di 1 milione e 100.000 emigrati nel 2016. Ancora più clamorose le cifre del saldo migratorio dell’Asia nello stesso decennio. In questo caso, si oscilla dalla media 1 milione e mezzo di emigrati all’anno a punte di oltre di 2 milioni (in particolare tra il 2015 e il 2020). Su livelli sempre assai significativi si attesta l’emigrazione dall’America Latina e i Caraibi. In questo caso, il saldo migratorio – sempre nel decennio 2012-2022 – si aggira ogni anno, con segno meno, intorno alle 200.000-500.000 unità.

È molto difficile, naturalmente, ottenere e costruire questi valori e poi soprattutto metterli in connessione. Un breve sguardo al caso italiano può aiutarci, in conclusione, a comprendere alcune linee di tendenza generali relative ai paesi più sviluppati. Mi limiterò a fornire soltanto alcune cifre, che parlano da sole.

Il caso italiano: i numeri

Nel 1950 l’Italia aveva una popolazione di 46 milioni di abitanti. Salita a 57 milioni nel 2000, a 60 nel 2020 e poi scesa a 59 nel 2022, essa si attesterà intorno a 52 milioni nel 2050 e a 37 nel 2100 (sempre secondo i dati e le previsioni della 2022 Revision). Il suo tasso di fecondità totale era di 2,53 figli per donna nel 1950, di 1,25 nel 2000, di 1,26 nel 2020; salirà a 1,44 nel 2050 e poi a 1,52 nel 2100, rimanendo sempre sotto la media fisiologica dei 2 figli per donna.

Il tasso di mortalità era pari a 9,7 persone per mille abitanti nel 1950, a 9,8 nel 2000, a 12 nel 2020 e a 10,7 nel 2022 e salirà al 14,6 nel 2050 riscendendo a 14,3 nel 2100. L’età media degli italiani era di 27,5 anni nel 1950, 39,2 nel 2000, 46,4 nel 2020 e salirà a 53,4 nel 2050 e a 54,2 nel 2100. L’aspettativa di vita alla nascita, in media per entrambi i sessi, era di 65,72 anni nel 1950, 79,61 nel 2000, 82,40 nel 2020 e salirà a 87,68 nel 2050 e a 93,54 nel 2100.

Il tasso di incremento naturale era di 10 su 1000 persone nell’anno 1950, di -0,3 nel 2000, di -5,2 nel 2020 e scenderà ulteriormente a -7,9 nel 2050 risalendo a -7,2 nel 2100. Per essere più chiari questo significa che nell’anno 2020 (e solo in quell’anno) la popolazione italiana è scesa di circa 150.000 abitanti e che nell’anno 2050 (e solo in quell’anno) essa scenderà di circa 480.000 unità: questa appunto, per quei singoli anni, la misura del saldo naturale, vale a dire della differenza tra i nati vivi e i morti,

Quanto al saldo migratorio, l’Italia è passata da -28.000 dell’anno 1950 a 49.000 del 2000, a 28.000 del 2020, che salirà ai 58.000 del 2050 e del 2100. Questi punti di riferimento, tuttavia, sono poco significativi. Per avere la misura dell’impatto delle migrazioni nel nostro paese occorre mettere in serie i saldi migratori anno per anno. Il risultato, almeno relativamente al trentennio 1990-2020, è che nel decennio 1991-2000 gli immigrati in Italia sono aumentati quasi 400.000 unità; nel decennio 2001-2010 di oltre 3 milioni; e nel decennio 2011-2020 di circa altre 900.000 unità, a cui si sono aggiunti altri 90.000 migranti tra il 2021 e il 2022. Si tratta, ovviamente, di un calcolo molto approssimativo e impreciso, che ci dice tuttavia con chiarezza che poco meno di un decimo della popolazione residente è oggi composta per l’appunto di migranti, i quali sono andati a compensare in gran parte il dato negativo del saldo naturale di un paese in costante decrescita, che ha perso complessivamente circa 5 milioni di abitanti tra 1990 e il 2020.

Il dato del saldo migratorio – che pure è molto inferiore a quello di altri paesi europei di più antica e consolidata immigrazione come Regno Unito, Francia e Germania – può disorientare, e in effetti ha creato disagio, xenofobia, rigurgiti di razzismo. Se si pensa tuttavia a che cosa esso può implicare in termini di sostenibilità dei sistemi fiscali, del welfare e della previdenza sociale – soprattutto là dove l’età media si alza e la popolazione invecchia – si dovrebbe immediatamente comprendere il valore positivo che i flussi migratori, opportunamente controllati e ovviamente regolari, possono avere in paesi come il nostro. In paesi cioè – e cito un ultimo indicatore – in cui l’indice di dipendenza strutturale ci dice che oggi ogni 100 individui in età attiva (tra i 15 e i 65 anni) ve ne sono 56 in età non attiva (meno di 15 anni e oltre 65), al cui sostentamento in termini di previdenza sociale e di pensioni devono necessariamente provvedere i primi.

Tutto questo, naturalmente, non toglie nulla al problema globale del «pianeta stretto», vale a dire – come abbiamo detto all’inizio – al fatto che nel giro di pochi decenni dovremo trovare il modo di accogliervi tre-quattro miliardi di persone in più. La speranza, però, è che non siano guerre, pandemie e catastrofi climatiche a risolvere il problema.


(Crediti immagine: Pixabay)

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Xiamen, Cina (Pixabay)

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Crediti immagine: Pixabay

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Confine Stati Uniti-Messico (Pixabay)

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