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1. UNO SGUARDO GENERALE

Lo sviluppo della crisi. Da Kiev alla Crimea. Da oltre tre mesi l’Ucraina è in preda a una crisi gravissima e dagli esiti ancora incerti. Nel suo sviluppo essa ha avuto due principali epicentri. Il primo, a partire dalla fine di novembre 2013, a Kiev, dove imponenti manifestazioni contro il governo autoritario e filorusso hanno provocato violenti scontri di piazza con decine di morti e centinaia di feriti che hanno poi portato alla destituzione del presidente Viktor Yanukovich. Il secondo, a partire dalla fine di febbraio 2014, nelle regioni orientali del paese e in particolar modo in Crimea, dove la maggioranza rus­sa della popolazione, decisamente ostile a questi sviluppi, ha alimentato violenti disordini contro quelli che essa considera i «fascisti» di Kiev, arrivando a minacciare la secessione.
 
L’internazionalizzazione della crisi. Com’era prevedibile, questi due terremoti hanno proiettato i propri effetti al di là dei confini dell’Ucraina. La Rus­sia di Putin, infatti, che ha enormi interessi politici, economici e strategici in un paese collocato da sempre nella sua sfera di influenza, ha dato il proprio sostegno ai ribelli della Crimea e dell’Ucraina orientale e sembra ormai pronta a reagire sul piano militare. Non si capisce ancora se per favorire separazione da Kiev delle regioni orientali e della Crimea – dove è di stanza la flotta militare russa del Mar Nero – oppure per imporre il proprio ordine alla capitale e a tutto il paese. Di fronte a questa prospettiva, ad ogni modo, la crisi ucraina è diventata una crisi internazionale potenzialmente assai pericolosa.
 
Le ragioni della crisi. Le ragioni della crisi in Ucraina sono estremamente complesse e aggrovigliate. Alla loro radice vi è la realtà di un paese economicamente molto fragile. Governato da una classe politica autoritaria, corrotta e sostenuta da potentissime oligarchie del denaro. Ma soprattutto «diviso» e al contempo «conteso». Diviso all’interno – per vicinanza, interessi, storia e cultura – tra le regioni orientali, che vorrebbero gravitare attorno all’orbi­ta russa, e quelle occidentali, che vorrebbero invece avvicinarsi all’Euro­pa e ai suoi standard di democrazia e benessere. E conteso all’esterno, sotto lo sguardo attento degli Stati Uniti, tra Mosca e Bruxelles, tra le politiche espansionistiche e neo­imperiali della Russa di Putin, dettate anche da ragioni di prestigio e di consenso interno, e l’interesse dell’Unione europea (Ue) al consolidamento politico ed economico dei propri avamposti orientali. È su queste oscillazioni tra Est e Ovest che si sono giocate sino ad ora le dinamiche della crisi. Dapprima, a Kiev, con la vittoria, attraverso duri scontri di piaz­za, di un movimento popolare filoeuropeo e comunque antirusso (ma con evidenti infiltrazioni di elementi ultranazionalisti e di estrema destra) sulle politiche autoritarie e filorusse del presidente Viktor Yanukovich. Poi, in Crimea, con la reazione delle popolazioni russe di quella regione, sostenute da Mosca, a questi sviluppi.
 
Gli scenari futuri. È difficile prevedere quali saranno le conseguenze degli eventi cui abbiamo sino ad oggi assistito. Le grandi manifestazioni popolari di Kiev hanno inferto un duro colpo a un regime autoritario e corrotto. Lo spostamento del baricentro della crisi da Kiev alla Crimea e poi l’inter­vento della Russia, tuttavia, hanno posto una grave ipoteca su questo risultato e reso più complessa e precaria la situazione. Il paese, infatti, sembra sul punto di spaccarsi, forse attraverso il ricorso a violenze su larga scala. Da qui, i diversi scenari che si possono immaginare per il futuro, i quali oscillano tra l’ipotesi di una soluzione diplomatica della crisi sino alla prospettiva di una catastrofica guerra civile sostenuta dalle armate russe, che avrebbe pesantissime conseguenze internazionali. Nessuna soluzione è esclusa. Ma certo molto dipenderà dall’atteggia­mento che i grandi attori internazionali – la Russia, l’Ue, gli Stati Uniti e l’Onu – assumeranno di fronte a questa nuova turbolenza dello spazio post-sovietico.

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