Cinema, donne e parità

Luigi Paini

Sono rari, ma esistono. I film che hanno avuto il coraggio di raccontare storie in cui le donne sono assolute protagoniste, e non solo “ancelle” dell’eroe maschile, vanno ricercati con estrema attenzione all’interno della storia del cinema, e solo negli ultimi anni diventano davvero numerosi. Merito di registe come Kathryn Bigelow o Sofia Coppola, capaci di imporsi con estrema tenacia nell’universo di Hollywood, ponendo il loro nome alla pari di “mostri sacri” come Steven Spielberg, James Cameron o Clint Eastwood. In questo breve viaggio alla scoperta dei film “al femminile” partiremo da alcuni titoli poco conosciuti, che hanno avuto il coraggio in tempi niente affatto facili di narrare storie di grandi donne. E arriveremo fin quasi ai nostri giorni, mostrando come, in modo sempre più massiccio, lo “specchio del grande schermo” stia prendendo atto del mutamento epocale in atto nei costumi sociali.

 

La dominatrice, di George Stevens, Usa 1935

Questo film è una vera e propria cartina tornasole. Visto con gli standard attuali, nei primi minuti può risultare alquanto indigesto: contiene infatti una gag in cui due personaggi di colore storpiano le parole (almeno nel doppiaggio italiano) in un modo oggi inaccettabile. Segno dei tempi: la pellicola è del lontano 1935, il problema razziale (non solo negli Stati Uniti) era ben lontano dall’essere risolto. Superato questo primo ostacolo, però, la pellicola mostra di essere estremamente inusuale: racconta infatti la storia (sicuramente romanzata, ma sostanzialmente vera) di una donna, Annie Oakley, che all’inizio del secolo scorso divenne celebre per la sua straordinaria abilità di tiratrice. Abbiamo così un universo prettamente maschile, quello del cinema, che ci propone la carriera di una donna nel mondo, ancora di più al maschile, dei fucili e del circo. Annie, infatti, viene scritturata nel circo di Buffalo Bill, l’ex cacciatore di bisonti, mito del West, che girava l’America e l’Europa rievocando con il suo favoloso spettacolo la storia della conquista dell’Ovest. E dunque il film mette insieme la vicenda di una donna che sa essere più brava dei maschi in un ambito in cui gli stessi maschi all’inizio nemmeno vorrebbero accettarla, e allo stesso tempo ci mostra l’evoluzione dei rapporti dei bianchi con i pellerossa che prendono parte allo spettacolo circense. A interpretare la protagonista è una delle star assolute di Hollywood, Barbara Stanwick: giocando sul titolo italiano, la possiamo definire una vera e propria “dominaTTrice”.

 

Amore rosso – Marianna Sirca, di Aldo Vergano, Italia 1952

Donne con il fucile. Anche il personaggio di Marianna Sirca, creato dal Premio Nobel per la Letteratura Grazia Deledda, esce completamente dagli  schemi.  Ambientato nella Sardegna immersa in tradizioni ancestrali, ancora una volta all’inizio del ‘900, il film ha una struttura narrativa che ricorda molto da vicino quella del western. Ci sono i fuorilegge a cavallo, i possidenti terrieri, gli uomini della legge, e come in molti western classici il confine tra “buoni” e “cattivi” è assai incerto. Anzi, qui quasi tutti i banditi stanno dalla parte del giusto, mentre i personaggi davvero malvagi sono i rappresentanti della società formalmente più rispettabile. Marianna Sirca ha appena ereditato dallo zio vasti appezzamenti di terreno:  il vecchio padre, che si è sentito defraudato, vorrebbe che la figlia si sposasse con il cugino, suo alleato, in modo da poter amministrare insieme a lui i beni di famiglia. Ma la ragazza ama, ricambiata, un bellissimo bandito, Simone Sole, un ex servo che si è dato alla macchia per puro amore della libertà. Inseguimenti fra le aspre montagne sarde, sparatorie, atti nobili, viltà e tradimenti. Nonostante tutto, e contro il parere di tutti, Marianna non cessa di amare Simone, e per lui sarà pronta anche a prendere in mano il fucile. Una donna forte, capace di ribellarsi a modelli di vita sorpassati dal tempo. Una donna che non si piega.

 

The Iron Lady, di Phyllida Lloyd, Regno Unito, Francia 2011

A proposito di donne che non si sono mai piegate. Amatissima o odiatissima, la “Donna di Ferro“ Margaret Thatcher ha governato la Gran Bretagna ininterrottamente dal 1979 al 1990, portando avanti con estrema fermezza e coerenza le sue idee politiche, totalmente critiche verso le sinistre e i sindacati. Amatissima, dunque, dagli elettori conservatori; odiatissima dagli avversari, che videro in lei la personificazione di tutti i mali possibili imputabili alla Destra. Ma da lei mai un ripensamento: in prima linea nella guerra contro i terroristi dell’Ira, l’Esercito repubblicano irlandese che tentò più di una volta di assassinarla; contro i minatori, che lottavano contro la chiusura delle miniere di carbone, giudicate dal Governo ormai insostenibili dal punto di vista economico; e contro l’Argentina dei generali golpisti, che avevano occupato militarmente le Isole Malvine-Falkland. In quest’ultimo caso il conflitto fu in mare aperto, con una flotta da guerra mandata a combattere (e a vincere) a oltre 10mila chilometri di distanza dalla madrepatria. Il film è scritto prodotto diretto e interpretato da tre donne: la sceneggiatrice Abi Morgan, la produttrice e regista Phyllida Lloyd (la stessa del divertentissimo Mamma mia!) e Meryl Streep, premiata con l’Oscar come migliore attrice protagonista. Tre donne che si sforzano, per tutta la durata della pellicola, di sottolineare soprattutto l’aspetto umano della protagonista: una persona di modeste origini, costretta fin dall’inizio della sua carriera studentesca a battersi contro i pregiudizi. Al college prima, e poi nell’attività politica, proprio nel Partito Conservatore, che sulla carta poteva apparire il più ostile alla conquista del potere da parte di una donna. No problem, per la Iron Lady: volontà di ferro, carattere di ferro. Sempre.

 

Zero Dark Thirty, di Kathryn Bigelow, Usa 2012

Mezz’ora dopo la mezzanotte: questo significa in gergo il titolo originale. A quell’ora della notte è pianificato l’attacco contro la residenza fortificata in cui con ogni probabilità si nasconde il nemico numero uno dell’America, quell’Osama bin Laden che ha diretto il devastante attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Sembrerebbe inevitabile per un film che racconta una storia di questo tipo uno svolgimento interamente al maschile. Invece no. Protagonista assoluta è una donna, l’analista della CIA Maya, che da anni si è messa tenacemente sulle tracce del ricercatissimo capo terrorista. La sua diventa in pratica un’ossessione: anche quando i superiori sembrano non dare credito alle sue intuizioni, lei trova la forza di tirare avanti. Assiste a interrogatori di sospetti durante i quali i suoi colleghi usano la tortura (il famigerato “waterboarding”, ovvero l’annegamento simulato), si reca nei posti più pericolosi, analizza con scrupolo ogni indizio. Fino al raggiungimento dello scopo: quella casa così stranamente protetta, in un angolo anonimo del Pakistan, potrebbe davvero essere il covo di bin Laden. E Maya vince così la sua  battaglia, assumendo fino in fondo i rischi di una professione sempre al limite, dove in ogni momento il confine tra il bene e il male sembra poter sfuggire di mano.

 

Nikita, di Luc Besson, Francia 1990 / Gravity, di Alfonso Cuarón, Usa, Gran Bretagna 2013

Due film opposti, da vedere in parallelo. Due film diretti da uomini, e dunque portatori di un punto di vista inevitabilmente maschile sul ruolo della donna nella società contemporanea e futura. Due film che all’apparenza sembrano non avere nulla in comune. Nikita è un thriller tutto azione, Gravity una storia di fantascienza, quasi sospesa nello spazio cosmico in cui si svolge la vicenda. Ma appunto dal confronto tra le loro diversità scaturisce il motivo d’interesse. La giovane donna di Luc Besson è addestrata per dare la morte: finita in prigione dopo una rapina finita nel sangue, accetta di diventare una killer spietata al servizio dei servizi segreti. La donna di Cuarón è portatrice di nuova vita, un essere chiamato a diventare centrale in un futuro che potrà ri-partire solo da lei. Nikita ci parla del nostro mondo estremamente caotico, in cui nulla è più come appare, in cui tutto si mischia, comprese la vita e la morte. Una declinazione del femminile che arriva a spaventarci, esplorando nuovi, angoscianti territori (a ben guardare, contigui a quelli in cui si muove la Maya di Zero dark thirthy). L’astronauta Ryan, protagonista di Gravity, è una donna tutta sola: i suoi compagni di volo nello spazio sono morti, e lei lotta allo spasimo per un solo obiettivo, quello di salvarsi. Una lotta estenuante, che diverse volte sembra senza speranze. Ma sempre la vita vince, fino al rientro sulla Terra. Una scena di risurrezione, in una natura intatta, idilliaca, quasi fiabesca. Maya e Ryan hanno viaggiato “oltre”, toccando (e superando) i confini abituali. Due cammini diversi, verso una nuova sintesi “al femminile” (o almeno così ipotizzata da autori maschi) che possiamo solo, debolmente, immaginare.

 

Crediti immagini
Apertura: Jessica Chastain in una scena del film Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (Mymovies.it)
Box: Guido Celano e Marina Berti in Amore Rosso (Wikimedia Commons)

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