Cinema e narrazione

Luigi Paini

Nessun neonato viene al mondo con il dono della parola. Imparare una lingua è un processo impegnativo, che parte dai primi balbettii fino ad arrivare al pieno possesso del lessico e della grammatica. Anche per il “neonato” cinema la strada per imparare a “parlare” con il pubblico è stata lunga e complessa, resa ancor più problematica dal fatto che il suo linguaggio andava creato dal nulla, inventato di sana pianta. Certo, il teatro offriva un importante punto di partenza e la fotografia, in auge da alcuni decenni, permetteva ai primi operatori di conoscere già l’arte di una buona inquadratura e di un’esposizione ottimale della pellicola alla luce. Ma l’immagine in movimento era un’altra cosa: come far capire allo spettatore il prima e il dopo, le cause e gli effetti, le azioni contemporanee? E come passare dalla semplice duplicazione della realtà filmata a una storia con inizio, svolgimento e fine? Un racconto, insomma, una storia avvincente, che permettesse, superato il primo stupore da parte del pubblico, di conquistarlo con tutte le infinite magie della narrazione.

 

L’arroseur arrosé (L’innaffiatore innaffiato), di Louis Lumière (Francia 1895) / The great train robbery (La grande rapina al treno), di Edwin S. Porter (Usa 1903)

Una “commedia” di 45 secondi: eccolo il primo racconto della storia del cinema. Un signore sta innaffiando il giardino quando un monello alle sue spalle interrompe con il piede, non visto, il flusso dell’acqua. Il giardiniere, perplesso, guarda dentro il tubo e allora il ragazzo, zac!, toglie il piede, innaffiando abbondantemente l’innaffiatore! Segue la giusta punizione (una sculacciata) e tutto finisce. Una rivoluzione: da semplice specchio della realtà, il cinema diventa “creatore” di una realtà nuova, ovvero un racconto con un inizio, uno svolgimento e una fine.

Ma non basta, non può bastare né al pubblico né agli autori. Si è aperta una nuova strada, con possibilità infinite di percorsi, diramazioni, invenzioni. Pochi anni dopo, nel 1903, negli Stati Uniti appare “La grande rapina al treno”. Anche questo un film breve, per i nostri standard: dura infatti solo 11 minuti. Ma sono sufficienti, questi pochi minuti, per sviluppare una storia abbastanza complessa, ambientata nel selvaggio West (nasce dunque così uno dei più gloriosi “generi” cinematografici, il western). Alcuni banditi obbligano, armi alla mano, il telegrafista di una stazione ferroviaria a bloccare un treno. Salgono a bordo con alcuni complici, sparano e uccidono chi si ribella e poi rapinano i passeggeri. Nel frattempo, però, il telegrafista rinviene e dà l’allarme. Arrivano i “nostri”, inseguono i cattivi e li neutralizzano. Un racconto drammatico completo, dunque, capace di avvincere il pubblico. E capace, soprattutto, di permettere allo spettatore di comprendere una storia complessa. Ad esempio, ci sono due vicende che si svolgono in parallelo: la rapina e l’allarme dato ai gendarmi. Come far capire a chi guarda che si tratta di due storie contemporanee? Il cinema, attraverso il montaggio, crea uno spazio e un tempo “altri” rispetto alla realtà. Il suo linguaggio si va formando sempre di più, abbandonando i primi balbettii e cominciando a strutturarsi con una grammatica e una sintassi peculiari e complesse.

 

The lodger (Il pensionante), di Alfred Hitchcock (Gran Bretagna 1927)

Facciamo un salto in avanti, ma non troppo lungo. Siamo sul finire dell’epoca d‘oro del muto. Un’epoca che noi, ingenuamente, crediamo caratterizzata da film “primitivi”, di impianto teatrale, con gli attori che recitano in modo plateale. Nulla di più inesatto. Il film di Hitchcock, preso ad esempio fra i tanti che si potrebbero citare, è la dimostrazione di come l’arte del racconto cinematografico si sia evoluta in pochi anni in maniera straordinaria. La storia è quella, tipica del futuro grandissimo “maestro del brivido”: si tratta di un innocente perseguitato. In una Londra spettrale, avvolta nella nebbia, un serial killer fa strage di giovani donne. Tutto lascia credere che il colpevole sia il pensionante del titolo, un giovane che ogni sera esce per le strade della città senza un apparente motivo. Possibile sia proprio lui il terribile assassino? La suspense aumenta di sequenza in sequenza, in un crescendo che attanaglia lo spettatore, fino allo scioglimento finale. Hitchcock usa un linguaggio sofisticatissimo: sequenze “colorate”, per indicarci la differenza tra la notte e il giorno, gli interni e gli esterni; montaggio sempre più serrato; uso delle luci; didascalie che cambiano di forma, diventando quasi titoli di giornali che commentano lo svilupparsi della vicenda.

Come è stata possibile un’evoluzione così veloce e completa del linguaggio cinematografico? Uno dei principali “responsabili” è il grandissimo regista americano David W. Griffith: è lui, principalmente, l’inventore, o in diversi casi il perfezionatore, delle tecniche di racconto poi usate da tutti gli altri registi. Si guardi, per capire in pieno la sua “rivoluzione”, il finale di “Nascita di una nazione”, capolavoro del 1915 (sorvolando se possibile su il contenuto, palesemente razzista nei confronti degli afroamericani): grazie a un uso perfetto del montaggio, trepidiamo per l’eroina assediata in casa, e aspettiamo con ansia crescente l’arrivo dei suoi salvatori. Ecco, la macchina cinema ha raggiunto in pochissimo tempo la maturità. Ora sa “parlare” perfettamente, resta solo ai registi e agli sceneggiatori il compito di sbizzarrirsi con tutte, ma proprio tutte, le storie possibili.

 

Il mago di Oz, di Victor Fleming (Usa 1939)

Ancora un salto di poco più di un decennio ed eccoci nel fenomenale, irripetibile (almeno per Hollywood) 1939. In quell’anno gli studi californiani, diventati nel frattempo i più importanti del mondo, fanno uscire titoli rimasti nella storia come “Via col vento”, “Ombre rosse”, “Mr. Smith va a Washington”, “Ninotchka” e, appunto, “Il mago di Oz”. Si tratta, in tutti i casi, di pellicole che hanno raggiunto, ognuna nel suo genere, una sorta di perfezione nell’arte del racconto. Siamo, insomma, alla presenza di opere che rappresentano il canone del cinema made in Hollywood, ovvero il cinema che per definizione è capace di parlare un linguaggio universale, compreso e apprezzato da tutti gli spettatori, dall’illetterato al plurilaureato. Il film di Fleming, in particolare, presenta una struttura narrativa che, a uno studio attento, mostra in filigrana quelle che sono le caratteristiche di “ogni” film hollywoodiano. Abbiamo un “eroe” (in questo caso un’eroina, Dorothy) che si ritrova catapultata in una situazione completamente diversa dalla normalità in cui si svolge la sua vita quotidiana. Nel mondo nuovo, in cui arriva in seguito allo sconvolgimento operato dall’uragano iniziale, dovrà affrontare una serie di prove, sempre più impegnative e all’apparenza insormontabili. Avrà un feroce nemico da combattere e degli aiutanti (il Leone, l’Uomo di latta e lo Spaventapasseri) che le permetteranno di portare a termine la sua missione. E ci sarà, ovviamente, il premio finale, con il ritorno al mondo di prima: un mondo in cui ora Dorothy vivrà meglio, avendo conquistato una consapevolezza maggiore. Tutti i passaggi di questo mirabile film sono analizzati in un bel libro di Christopher Vogler (“Il viaggio dell’eroe – La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e di cinema”, Dino Audino Editore, 176 pagg., euro 19) una sorta di indispensabile manuale su cui studiano e si formano, ancora oggi, gli autori di Hollywood.

 

Una donna nel lago, di Robert Montgomery (Usa 1947)

Troppo semplice raccontare una storia seguendo il naturale corso degli eventi. Troppo semplice affidarsi sempre allo schemino di “La grande rapina al treno”: un fatto iniziale che turba la normalità, i vari colpi di scena, l’happy end. E soprattutto, troppo semplice rispettare il punto di vista “terzo”, quello di una macchina da presa onnisciente che segue ogni passo dei protagonisti dell’azione, rendendosi totalmente invisibile nei confronti dello spettatore. A pensarci bene, infatti, questa è una delle caratteristiche principali del cinema classico: noi ci dimentichiamo del “pro filmico”, di tutto quanto permette la realizzazione di un film. Questa è la magia principale: lo spettatore sospende il giudizio di realtà nei confronti di quanto gli appare sul grande schermo. Montgomery sfida tutto questo: il suo film è infatti una vera e propria scommessa, essendo girato tutto in “soggettiva”. Significa che noi seguiamo l’azione con gli stessi occhi del protagonista. La macchina da presa diventa dunque lo sguardo con cui, assieme al protagonista, vediamo tutto quello che accade. Una prova difficilissima, che affascina ma riesce solo in parte, dimostrandosi in più di un’occasione macchinosa. “Una donna nel lago” è un noir, un altro dei generi classici in cui si è specializzata la produzione hollywoodiana. È tratto da un bellissimo romanzo di Raymond Chandler, caratterizzato da atmosfere cupe e personaggi ambigui. Vivere il tutto attraverso gli occhi dell’investigatore Philip Marlowe (che vediamo in volto solo quando la sua immagine è riflessa in uno specchio) fa uno stranissimo effetto, quasi da capogiro. E dimostra come le vie del cinema siano davvero infinite: qui siamo davanti a un caso di virtuosismo spinto all’estremo, capace però di farci toccare con mano i “trucchi” con cui il cinema, con il nostro benevolo consenso, ci “inganna” e ci rapisce.

 

Inception, di Christopher Nolan (Usa, Gran Bretagna 2010)

Dopo la visione di questo film ci si può sfidare fra spettatori: chi è in grado di ricostruirne la trama? Impresa praticamente impossibile. Nolan, infatti, moltiplica i piani narrativi, approfittando del fatto che le varie vicende si svolgono a cavallo fra la realtà e il sogno. Il protagonista si è specializzato nell’entrare nell’universo onirico delle altre persone, per carpire i loro segreti e sfruttarli offrendoli a chi paga di più. Stavolta gli viene proposto un compito inverso: dovrà, sempre entrando nei sogni di un altro (in questo caso l’erede di una fortuna miliardaria) immettere nella sua psiche un comando, al quale l’uomo sarà tenuto a obbedire in futuro, dividendo alla morte del padre il suo impero economico. Ma questa è solo la fragile traccia lungo la quale si muove un film dalla fantasia sfrenata, un vero tour de force per lo spettatore, che si trova condotto praticamente in ogni angolo del mondo, arrivando a intrecciare addirittura cinque livelli narrativi. Una struttura che può far venire in mente quella di alcuni racconti di “Le mille e una notte”: là una storia dentro un’altra storia, a sua volta dentro un’altra storia ancora; qui, un sogno nel sogno nel sogno, in un fantastico labirinto in cui ci si può perdere in ogni momento, proprio come i personaggi del film. Quanta strada, il buon vecchio cinema, ha percorso dall’Innaffiatore innaffiato e dalla Grande rapina al treno!

 

Crediti immagini
Apertura: Poster di The Great Train Robbery (La grande rapina al treno) di Edwin S. Porter (Usa 1903) (Wikimedia Commons)
Box: Uno screenshot del film Una donna nel lago di Robert Montgomery (Usa 1947) (Wikimedia Commons)

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