Cinema e pandemia

Luigi Paini

All’improvviso il film horror è diventato realtà. Per settimane e settimane tutto è stato bloccato: niente traffico, quasi nessuno per strada, un continuo rincorrersi di sirene, il terrore di essere contagiati dal Coronavirus. La pandemia ci ha trasportati di colpo in una dimensione irreale-surreale, in uno scenario appunto da film dell’orrore. Perché il cinema, innumerevoli volte, ci aveva avvertiti: la vita umana è fragile, la civiltà stessa è fragile, e proprio la possibilità che un’epidemia si scateni rappresenta uno dei pericoli più gravi. Del resto, la storia abbonda di esempi, dalla peste di Atene all’influenza spagnola, ogni volta con effetti devastanti. La fantasia degli sceneggiatori ha dunque, in questo caso, una traccia ben precisa da seguire. Ogni volta, è come se si ripetesse un medesimo copione: il primo contagio, il diffondersi della paura, la ricerca di un rimedio, la caccia al capro espiatorio, l’accavallarsi delle false notizie. Fino alla prossima epidemia?

 

Dr. Wise on Influenza, di Joseph Best (Gran Bretagna 1919)

Questa è davvero una rarità. L’influenza spagnola, scoppiata sul finire della Prima guerra mondiale, si propagò in breve tempo in tutto il mondo, favorita dagli enormi spostamenti umani in concomitanza con le ultime fasi del conflitto e con il rientro a casa dei soldati. Il numero di morti fu impressionante: anche se non esiste una cifra precisa, i decessi si stimano in svariate decine di milioni. Il cinema, però, ci ha lasciato pochissime tracce di quella immane tragedia. Troppo forte la censura esercitata da vari governi durante gli anni di guerra, troppo impegnati registi e case di produzione a raccontare prima le battaglie, e poi i drammi e i traumi dei feriti e dei reduci. Tra i rari filmati che si sono conservati, questo documentario educativo di circa 18 minuti suscita nello spettatore una sorta di déjà vu. I consigli che il dottor Wise (un nome, un programma…) dà al pubblico sono del tutto simili a quelli che abbiamo ascoltato in televisione, sui giornali, attraverso i social negli scorsi mesi. Non frequentare posti affollati se si accusano sintomi di influenza, lavarsi spesso le mani, portare una mascherina, magari confezionata in casa con un fazzoletto o un pezzo di stoffa. Anche allora, come adesso, le attività economiche subirono uno stop prolungato, mentre teatri e cinema si svuotarono degli spettatori abituali. I mezzi a disposizione della scienza medica erano, evidentemente, imparagonabili con quelli attuali. Uguali, invece, il terrore del contagio e la speranza di poterlo in qualche modo evitare. Il cinema, mezzo di comunicazione ancora giovanissimo, cerca di mettersi al servizio della medicina per dare il suo, sebbene molto relativo, contributo alla sconfitta della malattia.

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Nosferatu il vampiro, di Friedrich Wilhelm Murnau (Germania 1922)

Non si può capire fino in fondo il senso di Nosferatu se non si pensa al momento storico in cui il capolavoro di Murnau venne realizzato. All’inizio degli anni 20 del secolo scorso, il mondo si era da poco lasciato alle spalle le gigantesche “danze della morte” della Grande guerra e dell’epidemia di influenza spagnola. Tragedie di proporzioni per noi quasi inimmaginabili. Nelle trincee si sono immolati milioni e milioni di giovani maschi, un’intera generazione perduta, con il conseguente, terribile strascico di lutti nelle famiglie d’origine (per non parlare dei milioni di mutilati, malati cronici, reduci con problemi psichiatrici). Neanche il tempo di assaporare la pace ritrovata, ed ecco il flagello della pandemia, questa sì davvero “mondiale” ed estesa a tutti i civili, donne uomini vecchi e bambini. Come nel Trionfi della Morte dipinti nel Medioevo, il regista tedesco mostra un mondo in cui ogni speranza di vita sembra scomparsa. La peste, arrivata a bordo di una nave, si diffonde rapidamente in città, annunciata da torme di topi che corrono per le strade e si infilano nelle case. L’annunciatore dell’Apocalisse è Lui, Nosferatu, l’orribile quasi-scheletro vestito di nero, giunto dalla lontana Transilvania. Un personaggio immaginario, il condensato delle nostre più terribili paure, accostato a un pericolo realissimo, l’epidemia di peste, che tante volte nel passato ha decimato l’umanità. Vale davvero la pena sforzarsi di vedere questo potente film muto in bianco e nero, cercando di immaginare l’effetto prodotto sul pubblico di allora. Una sorta di reimmersione nelle due catastrofi appena passate, per riviverle e insieme superarle, in un difficile, ma obbligatorio, processo di catarsi. Il finale apre uno spiraglio di speranza, anche se a costo di un’altra vita umana. Dopo il buio della notte e della morte, finalmente rispunta la luce dell’alba e della vita.

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Bandiera gialla, di Elia Kazan (Usa 1950)

Ancora la peste, ma questa volta in una grande città americana: New Orleans. Se il film di Murnau ci precipita in un’atmosfera “medievale”, questo di Kazan ci porta invece nel cuore del mondo occidentale, in una situazione ambientale molto simile ai giorni nostri. E con tutta la “potenza di fuoco” del grande cinema hollywoodiano. Un clandestino contagiato dalla malattia, appena sbarcato in America, viene ucciso da due sicari. Quindi non si tratta solo di dare la caccia agli assassini, a loro volta con ogni probabilità contagiati, ma anche di prevenire la diffusione del morbo prima in città e poi, eventualità ancora più catastrofica, in tutti gli Stati Uniti. Come sempre nel cinema classico americano, la divisione netta tra “buoni” e “cattivi” favorisce l’immedesimazione dello spettatore. E la lotta contro il tempo aggiunge un elemento fondamentale alla suspense. L’eroe positivo, il tenente medico Reed, assume il ruolo dell’eroe salvatore, spesso non capito nemmeno dai suoi collaboratori più stretti. Si deve solo alla sua forza d’animo, e alla sua capacità di non piegarsi di fronte a nessuna difficoltà, la vittoria finale del Bene sul Male. Nel frattempo, le misure di contenimento del morbo prese dalle autorità ci ricordano molto da vicino quanto sta avvenendo in questi mesi di pandemia. Restrizioni dei movimenti, isolamento, timore che la diffusione delle notizie possa scatenare il panico tra la popolazione. E una domanda di fondo: come conciliare il diritto dei media a informare in modo completo con le esigenze della sicurezza pubblica? Come agire efficacemente senza ferire nel profondo la democrazia?

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Il settimo sigillo, di Ingmar Bergman (Svezia 1957)

Meraviglia del cinema: eravamo appena saltati (quasi) ai nostri giorni, ed eccoci di nuovo precipitare nel Medioevo. Questo è un Medioevo speciale, d’autore: Ingmar Bergman, geniale regista svedese, compie in ogni suo film una profonda meditazione. L’epidemia di peste, in questo caso, è un pre-testo: la sua presenza, insieme all’incubo della Morte che si materializza in uno dei personaggi centrali, offre l’occasione per meditare sul senso della vita, della fede, di Dio. Non ci sono certezze; il protagonista, appena tornato dalle Crociate, viene a sapere dalla Morte in persona che la sua esistenza è giunta ormai al termine. Ma riesce a strappare ancora qualche momento, giocando un’ultima partita a scacchi proprio con Lei, quella terribile presenza vestita di nero, armata di falce. “La fede è una pena così dolorosa: è come amare qualcuno che è lì fuori e che non si mostra mai quando lo si invochi”: queste parole così toccanti di uno dei personaggi ci mostrano la profondità dei temi toccati da Bergman. E che non siano affatto temi lontani è stata proprio la pandemia di Coronavirus a riportarcelo davanti. Ognuno di noi, nei giorni più terribili, è stato violentemente scosso dalle immagini dei camion militari che portavano via da Bergamo le bare dei defunti. Davanti ai servizi dei Tg, alle foto e ai video rimbalzati dai social, ecco che sono riapparse le eterne domande affrontate dal cavaliere di ritorno dalla Terra Santa. Non il Medioevo, ma i nostri stessi giorni. Il mito del progresso infinito messo alla prova, la prevalenza massiccia dell’edonismo contemporaneo confrontata con gli interrogativi eterni sulla vita e la morte, il senso dell’esistenza, l’assurdo del dolore e della malattia. Con Bergman, soffermandoci con attenzione e rispetto su questo capolavoro, possiamo ricominciare un cammino di comprensione più profondo su di noi e sulla società che abbiamo costruito. Perché, per dirla con il poeta latino Orazio, “tua res agitur”, si tratta di una cosa che tutti ci riguarda.

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La città verrà distrutta all’alba, di George A. Romero (Usa 1973)

Non potevano mancare la teoria del complotto, la responsabilità dei “poteri forti”, la paranoia degli stessi poteri forti di fronte a un’emergenza gravissima. Il film di Romero, maestro indiscusso dell’horror più tenebroso, parte da un catastrofico incidente causato dai militari americani. Un po’ come nel caso dei sospetti sul laboratorio di Wuhan, indicato come responsabile della diffusione del Coronavirus, qui tutto ha origine da ricerche pericolosissime sulla guerra batteriologica. Un aereo militare con a bordo un contenitore pieno di virus mortale si schianta nei pressi di una cittadina Usa. Gli effetti dell’agente patogeno sono devastanti: le persone infettate diventano in poco tempo pazzi omicidi, seminando il terrore.  Che fare? Il primo intervento, ad opera delle stesse autorità militari, prevede un lockdown strettissimo, con il divieto assoluto di varcare il perimetro della località colpita. Ma, nel caso questo non fosse sufficiente, si pensa addirittura a un bombardamento atomico, in modo da cancellare alla radice il problema. Insomma, in ogni caso un incubo assoluto. L’inquietudine trasmessa dal film è profonda, perché mette a confronto l’isteria collettiva della popolazione con l’assoluta mancanza di scrupoli da parte delle autorità, dai gradi inferiori fino allo stesso presidente degli Stati Uniti. Siamo nei primi anni ’70 del secolo scorso, ancora in piena Guerra fredda: la paura del virus si mischia a quella della bomba atomica, producendo una miscela davvero “esplosiva”.

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L’armata Brancaleone, di Mario Monicelli (Italia 1966)

Si può ridere di una cosa così tragica come un’epidemia? Sì, ovviamente, si può. Ma il regista e gli sceneggiatori devono essere dei maestri, capaci di far nascere la comicità senza mai dimenticare la gravità della situazione rappresentata. La commedia, quando è commedia di valore, non è mai pura fuga dalla realtà, ma aiuto a comprenderla meglio, con lo strumento, benedetto(!), del riso. Tutta L’armata Brancaleone, ambientata in un Medioevo di fantasia, è un inno alla comicità, a partire dalla lingua inventata dallo stesso Monicelli insieme ad Age e Scarpelli, gli sceneggiatori “principi” della commedia all’italiana. Un trio che aveva già dimostrato ampiamente di saper affrontare argomenti tragici in chiave di commedia, come dimostra La Grande guerra, un altro loro film di enorme successo. In particolare, questa volta, lo scalcinato gruppo di poveracci condotto da Brancaleone da Norcia verso l’immaginario feudo di Aurocastro incontra sul suo cammino la peggiore delle calamità, la peste. Ma non lo sa, e da qui nasce la comicità. Proprio Brancaleone cade più di tutti nell’equivoco: attratto da una donna estremamente sensuale, crede in una facile conquista amorosa. Salvo ricredersi quando lei si rifiuta di coricarsi nel letto di casa, rivelando che proprio lì è defunto poco prima il marito, colpito dal morbo ferale. Segue precipitosa fuga di Brancaleone e dei suoi compari, che nel frattempo si erano dati al saccheggio. E per una volta, almeno sul grande schermo, la malattia viene tenuta lontana da una sonora, liberatoria risata.

Per vedere la scena “Brancalenone e la peste” su YouTube clicca qui

 

Crediti immagini
Apertura: Un fotogramma del film La città verrà distrutta all’alba di George A. Romero (IMDB)
Box: Un fotogramma del film Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau (Wikimedia Commons)

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