Parola di fake-news

Francesca Dragotto

Quella in cui viviamo è un’epoca in cui i social media sono diventati il mezzo probabilmente più popolare, o almeno tra i più popolari, per la ricerca e il consumo di informazione. È anche un’epoca in cui gli strumenti e gli applicativi digitali stanno raggiungendo una facilità di uso e una necessità di abilità pregresse fino a pochi anni fa inimmaginabile.
Dal combinato di diffusione di dispositivi mobili e social a basso carico cognitivo e di tariffe per la connessione illimitata si viene a determinare un terreno ideale per la diffusione di informazioni e contenuti personali. Prodotti comunicativi, questi, complessivamente intesi, che si possono prestare a facili manipolazioni, parziali o totali, finalizzate a scopi differenti, tutti, però, monetizzabili, seppure in modo diverso.
Fake-news costituisce il termine con cui ci si riferisce alle notizie parzialmente vere – e quindi parzialmente false – o del tutto infondate al cospetto delle quali non si diffida, o non si diffida abbastanza, perché si tratta di testi che per lo più dicono ciò che vogliamo sentirci dire. Notizie che parlano la nostra stessa lingua e per proteggersi dalle quali occorre mettere in atto una strategia cognitiva fondata sul dubbio e sulla ricerca di fondatezza.
Di questo e delle parole per dirlo tratterà questo sentiero.

(Crediti immagini: Pixabay)

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