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Cosa dicono i tuoi occhi?

Gesti, movimenti, sguardi. Quando si tratta di conquistare l'attenzione del pubblico, molto dipende non da cosa diciamo ma da come lo diciamo. Che la comunicazione non verbale abbia un ruolo importantissimo è un fatto ormai accertato dalla psicologia sperimentale e sociale; ma cosa significa davvero parlare con gli occhi?
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Molto di quello che rimane al nostro pubblico, quando stiamo parlando o facendo lezione, non è dovuto al cosa diciamo ma al come lo diciamo. Che la comunicazione non verbale predomini quasi completamente sulle parole pronunciate è un fatto accertato ormai da anni e da diversi studi di psicologia sperimentale e sociale. Nello scambio dinamico tra persone che inviano e ricevono informazioni e condividono e costruiscono significati, la comunicazione non verbale trasmette contenuti a prescindere dall'uso delle parole. Essere consapevoli della molteplicità di segnali che mandiamo, dunque, è un punto di forza quando si prepara un intervento pubblico. Uno studio diventato punto di riferimento per esperti e formatori nel campo della comunicazione è quello pubblicato nel 1972 da Albert Mehrabian, psicologo statunitense con solida formazione bio-ingegneristica in forze alla UCLA. Lo studio di Mehrabian forniva vere e proprie equazioni con un calcolo del peso relativo delle diverse componenti della comunicazione sull'efficacia finale della percezione del messaggio. Come vediamo dal grafico, Mehrabian arrivò a stimare che il ruolo principale è giocato dal linguaggio del corpo, seguito dal ruolo della voce e infine, con solo un 7% di peso sul risultato finale, dalle parole. Attenzione, però. L'applicazione ad ampio raggio che è stata fatta dei risultati di Mehrabian negli anni successivi soprattutto dagli esperti di comunicazione pubblica  solleva molte critiche e dubbi a partire proprio da quelli dello stesso autore dello studio. Il suo esperimento, infatti, era limitato alla comunicazione di sentimenti ed emozioni e non si estende dunque a tutti gli ambiti comunicativi, perlomeno non nel modo rigido con cui è spesso proposto. Al di là delle percentuali, però, qualsiasi esperto di comunicazione oggi sa benissimo che tutti le componenti della comunicazione non verbale giocano un ruolo imprenscindibile nella costruzione del clima di empatia e di fiducia necessario a rendere efficace qualsiasi messaggio. E che probabilmente è proprio lì la chiave di successo di un buon discorso pubblico, al di là della storia raccontata. Se non possiamo certo immaginare di modificare il nostro modo di muoverci e di guardare le persone per entrare in maggiore sintonia con loro quando parliamo, possiamo però avere usare diverse strategie per armonizzare di più il messaggio complessivo del nostro discorso. È indubbio che ci siano stati e ci siano tuttora grandi oratori che non sottostanno a tutte queste regole. Ma nella maggior parte dei casi utilizzare in modo consapevole tutte le armi della comunicazione può solo migliorare i nostri risultati. Le categorie della comunicazione non verbale sono sostanzialmente due: il linguaggio del corpo e le espressioni paraverbali, che riguardano l'uso della voce. Entrambe poi vengono ulteriormente suddivise in una serie di sottocategorie molto articolate.
Aspetto esteriore e postura fisica. In generale, la nostra presenza fisica dice molto più di noi stessi di quanto immaginiamo. Se è innegabile che una certa cura di sé comunica rispetto per chi ascolta, è anche vero che pubblici diversi possono richiedere attenzioni diverse. Nel nostro contesto culturale, una postura dritta solitamente comunica tranquillità e voglia di guardarsi attorno, di includere in uno sguardo tutti i presenti. Al contrario, spalle curve e postura rannicchiata tendono a essere respingenti. Molta importanza ha anche l'orientamento del corpo nello spazio in cui si muove: fronteggiare il proprio pubblico e cercare di essere ben visibile da tutti è ben diverso dallo stare in disparte, magari un po' in ombra o in un angolo. Movimenti del corpo. Il nostro corpo non sta mai fermo e ci sono centinaia di migliaia di diversi movimenti, alcuni quasi impercettibili e altri assai più evidenti, che possiamo fare mentre parliamo. Spesso si tratta di movimenti involontari che però dicono molto sul grado di sicurezza o di nervosismo di chi parla: tremiti, spostamenti continui di posizione, movimenti ritmici e ossessivi, il grattarsi il capo o altre parti del corpo, il mangiarsi le unghie e via dicendo. Movimenti ampi e rilassati, che abbracciano virtualmente l'audience e la coinvolgono, sono tra quelli che maggiormente comunicano sicurezza e volontà di inclusione. Uno speaker che rimane rigido e statico, al contrario, tende a comunicare distanza e scarsa volontà di entrare in contatto con chi ascolta. Gestualità. I gesti sono complementari alle parole durante il discorso: sottolineano i passaggi importanti, evidenziano i momenti di massima tensione, rispondono alle sollecitazioni che vengono dal pubblico contenendolo senza interrompere il discorso e rinviando a dopo il momento del confronto. Le mani, in particolare, sono molto utili nell'amplificare la spiegazione, descrivere un oggetto o un'emozione o nel riportare l'attenzione da una parte all'altra della sala, alla presentazione o verso qualcuno che ha fatto una domanda. Il gesto può essere accogliente o esprimere fastidio. Anche in questo caso è assai evidente che le differenze culturali sono molto importanti: basti pensare alle mani che gesticolano ogni qualvolta un italiano o uno spagnolo parlano in confronto a persone provenienti dal Nord Europa. Imparare a utilizzare i proprio gesti un po' come fa il direttore d'orchestra aiuta a modulare il ritmo del discorso e a gestire in modo favorevole la tensione emotiva che si crea tra il pubblico. Sguardo. Il nostro viso è una miniera di movimenti volontari e involontari che comunicano continuamente al nostro pubblico molto di quello che ci passa per la testa. Sono rare le persone talmente inespressive da privarci della possibilità di correlare quanto dicono con quello che leggiamo sulla loro faccia. Se è vero che sguardi ed espressioni del viso sono particolarmente importanti nella comunicazione tra pochi individui, anche quando si parla a un pubblico più allargato lo sguardo e l'espressione che scegliamo devono essere in sintonia con il discorso perché questo risulti sincero. Molti comunicatori suggeriscono, soprattutto a chi è timido e fa fatica a misurarsi con decine o centinaia di facce, di scegliere due o tre persone tra il pubblico, tra quelle più attente e sorridenti, con cui entrare in contatto visivo. Questo permette di rivolgersi verso il pubblico evitando di abbassare lo sguardo o addirittura di leggere le slides dando le spalle a chi ascolta. Sorriso. Il sorriso è una grande arma di chi parla in pubblico. Non il riso nervoso, non il sorrisetto forzato o supponente, non la risatina di sufficienza né il sorriso simulato, che impegna solo gli zigomi e non i muscoli della bocca. Negli studi sul comportamento animale e umano il sorriso viene descritto come uno strumento di grande efficace per eliminare le minacce competitive, perché se è autentico è una vera e propria dichiarazione di apertura e disponibilità, facilita l'interazione con gli altri e quindi abbassa la tensione nervosa e il senso di inadeguatezza che spesso si prova parlando in pubblico. La comunicazione paraverbale e l'uso della voce. Il tono e il registro del parlato sono elementi imprescindibili del discorso pubblico. Un tono di voce troppo acuto comunica nervosismo e rischia di essere irritante per chi ascolta. Un tono di voce troppo basso, al contrario, esclude immediatamente chi non riesce a cogliere in modo chiaro e distinto quanto viene detto. È utile usare tutta la gamma dei toni a nostra disposizione, punteggiando il discorso in modo diverso a seconda del momento e dell'effetto che si vuole creare. È poi necessario modulare la velocità con cui si parla, evitando di mangiarsi le parole e di creare un senso di affanno in chi ascolta ma anche, al contrario, di rallentare eccessivamente fino a perdere il ritmo. Idealmente, il pubblico dovrebbe essere coinvolto un po' come succede durante un concerto di musica, dove si alternano momenti tranquilli e maggiormente riflessivi ad altri in cui si acuisce la tensione emotiva. Nel 2008 è uscito il documentario “Secrets of body language” diretto da James Millar. Il film è costruito sottoponendo a diversi esperti di psicologia e comunicazione spezzoni di immagini relative a eventi politici, dibattiti elettorali, interviste e dichiarazioni di vari personaggi pubblici. Situazione dopo situazione gli esperti analizzano tutti gli elementi della comunicazione non verbale che giocano un ruolo nel determinare un esito o un altro. Il film è stato ri-trasmesso nel 2012 da History Channel e successivamente reso disponibile anche sul canale YouTube. Lo proponiamo nella versione integrale, in lingua inglese, di 1 ora e 30 minuti, ma essendo suddiviso in capitoli è possibile utilizzarne anche solo uno spezzone per illustrare i vari esempi di linguaggio del corpo e paraverbale.
Immagine in Homepage: "Auge" di Oliver Tacke (via flickr) Immagine in apertura: "Denkanregende Frage" di Oliver Tacke (via flickr)
Lo studio di Albert Mehrabian
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