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Non è mai troppo tardi: la lezione di Alberto Manzi

Le lezioni televisive di Alberto Manzi, il maestro d'Italia degli anni '60, sono un esempio di efficacia didattica e comunicativa del tutto attuali.
Una lezione. Pedagogica certamente, ma anche mediatica. Il maestro Alberto Manzi è stato un grande protagonista della TV italiana degli anni '60 con la trasmissione «Non è mai troppo tardi» con la quale ha insegnato a leggere e scrivere a milioni di italiani ancora analfabeti. Nel corso degli 8 anni di durata del programma, di fatto una sorta di scuola serale, un milione e mezzo di adulti hanno conseguito la licenza elementare. Alberto Manzi è stato un protagonista centrale, dunque, della campagna di alfabetizzazione del paese. Ma anche un uomo dotato di grande intuito e capacità comunicativa. In questa intervista, prodotta dal Dipartimento di Scienze dell'educazione dell'Università di Bologna, Manzi spiega gli esordi di quell'esperienza. E ammette candidamente che non conosceva il mezzo televisivo, quando ha partecipato alle selezioni. Ma che ha immediatamente compreso che la caratteristica fondamentale di quel mezzo erano le immagini in movimento. «Se rimango lì fermo a parlare per 20 minuti», ricorda di aver pensato Manzi, «addormento tutti».

E così decide di parlare mentre disegna, di animare dunque la sua lezione realizzando quello che oggi, con termini contemporanei, si chiamerebbe scribing o motion graphic. Immagini che accompagnano le parole, un escamotage ancora molto poco utilizzato ai tempi. Che serve sì a intrattenere ma soprattutto a trattenere, a creare l'interesse attraverso il quale poi la comunicazione funziona, perché è il presupposto fondamentale per la costruzione di uno spazio di trasferimento di conoscenza. Manzi usa fogli di carta e gessetti e non strumenti altamente tecnologici, ma il risultato è lo stesso: il suo discorso, la sua lezione, ha un ritmo, non è statica, le parole sono illustrate in tempo reale, il suo sguardo si rivolge molto spesso al pubblico a cui parla. Anche se la TV è forse uno dei mezzi meno immersivi, noi in realtà siamo lì, in aula con lui, e lui parla direttamente a noi, non da dietro una cattedra, non da un palco, ma in una scenografia molto più accogliente.

Una lezione, quella di Manzi, che sarebbe molto utile a tanti relatori contemporanei che sembrano spesso non avere la capacità di leggere le situazioni, i contesti, gli ambienti e i mezzi in cui parlano. Capire il contesto in cui si parla è il primo passo per scegliere toni, modi, ritmi e anche strumenti adatti. Il secondo passo è entrare in sintonia con il proprio pubblico. Rispettarlo, anche se la distanza culturale e intellettuale è tangibile. Anche su questo punto il maestro Manzi ha molto da insegnare, come vediamo in qualche estratto della trasmissione consultabile sul sito della RAI.

Il suo pubblico è sostanzialmente analfabeta. Nelle varie puntate della trasmissione, a un certo punto, arrivano anche gli allievi e le allieve, molti adulti e anziani. Manzi riesce a essere sempre rispettoso, non paternalista nei toni, non supponente nei modi. Non solo chiama tutti amici, ma usa un linguaggio sempre accessibile senza renderlo esplicito in modo didascalico. Non utilizza espressioni come “cercherò di dirlo in parole povere“, “semplificando“ e via dicendo, espressioni che costellano molte delle presentazioni pubbliche odierne dove il relatore rende esplicito, solitamente entro i primi 30 secondi, che si trova su un piano di conoscenza ben diverso da quello del proprio pubblico e che quindi tutto quello cui stiamo per assistere è un tentativo di ridurre, divulgare, abbassare il livello e mettersi sullo stesso piano di chi ascolta, considerato sempre e comunque un po' o molto più ignorante di chi parla.

Infine, Manzi usa un altro elemento di grandissima efficacia comunicativa, anche questo frequentemente assente in molti interventi pubblici e didattici odierni: l'esempio, l'osservazione della realtà quotidiana. Le lettere scritte sulla lavagna diventano così elementi con i quali si decifra il mondo circostante. Manzi chiede ai suoi allievi di osservarle ovunque, di leggerle e riconoscerle sui giornali, di guardarsi attorno. Non rimane su un piano teorico, astratto, ma rende immediatamente tangibile il senso della conoscenza e della capacità di lettura. Spinge a imparare a conoscere il mondo circostante anche attraverso la cultura e non solo attraverso l'esperienza. E lancia così una sfida entusiasmante, una vera e propria impresa collettiva che diventa epica, anche nei numeri visto il grado di analfabetismo nel paese quando la trasmissione ha inizio. E che si trascina dietro, dunque, davvero una enorme ed entusiastica risposta. In termini odierni, un grande successo di audience.

Crediti:

Apertura: "Gessi" di Giacomo Carena Link

Chiusura: screenshot dalla trasmissione "Non è mai troppo tardi"

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