Aula di Lettere

Aula di Lettere

Percorsi nel mondo umanistico

Sezioni
Accad(d)e che
Come te lo spiego
Interventi d'autore
Il passato ci parla
Sentieri di parole
Nuovo Cinema Paini
Storia di oggi
Le figure retoriche
Gli antichi e noi
Idee didattiche digitali
Le parole dei media
Come si parla
Dall'archivio
Tutti i temi del mese
Materie
Italiano
Lettere classiche
Storia e Geografia
Filosofia
Storia dell'arte
Scienze umane
Chi siamo
Cerca

Parlare bene in pubblico? Primo passo: prepararsi

I grandi oratori non improvvisano mai e ogni discorso ha una precisa struttura interna. Cominciamo a analizzarla attraverso un celebre esempio degli ultimi anni
leggi
Come ci si prepara per fare un discorso in pubblico? Beh, il primo passo è proprio questo: ci si prepara, e ci si prepara bene. Non dobbiamo mai dare per scontato che la nostra competenza di un argomento sia sufficiente a rendere il nostro discorso interessante per un pubblico o per un altro. E poi, appunto, c‘è il secondo passo. Il pubblico non è uno, sono tanti. Molti pubblici diversi significa anche attese, capacità, linguaggi, dimensioni diverse. Parlare di fronte a una classe di adolescenti è un’esperienza completamente diversa rispetto a fare un discorso pubblico in un teatro affollato. Parlare a un gruppo che si conosce è molto diverso rispetto a un debutto di fronte a una platea di sconosciuti. In tutti i casi però un discorso preparato bene, e indirizzato in modo corretto, difficilmente può deludere. In questo blog passeremo in rassegna, di volta in volta, esempi ed esperienze per capire come ci si può preparare al meglio per parlare in pubblico. A volte con il supporto di materiali multimediali, come una presentazione, un video, dei disegni o altro. A volte senza nient‘altro che la nostra voce, le nostre parole, le idee che vogliamo comunicare. Non c‘è dubbio che in passato i grandi oratori appartenessero alla tradizione greca e latina. Ma oggi, come in molti altri campi, dobbiamo ammettere che i migliori discorsi pubblici vengono spesso fatti da personaggi appartenenti al mondo anglosassone, soprattutto dagli americani. Ma probabilmente questo dipende dal fatto che loro, i discorsi, non li improvvisano mai. E che studiano non solo i contenuti ma anche la forma. Fin dalla scuola, dove ci sono intere lezioni e corsi dedicati alla presentazione e discussione in pubblico di un tema, di una ricerca, di un saggio. Una competenza che finalmente inizia a essere richiesta anche nella scuola italiana. E noi, che spesso frequentiamo o moderiamo dibattiti e incontri pubblici, non possiamo che esserne contenti. Per questo inauguriamo questo blog partendo da un talk interamente dedicato alla struttura dei grandi discorsi, fatto da Nancy Duarte al TEDxEast nel novembre 2011. Nancy Duarte è una consulente di comunicazione ed esperta di design fondatrice della Duarte Design, azienda della Silicon Valley che da oltre 20 anni aiuta i manager, le aziende e le istituzioni a migliorare le presentazioni dei propri prodotti, progetti e idee. Pescando un po' dal marketing e un po' dal mondo della cultura. Nancy Duarte è stata anche consulente di Al Gore durante la realizzazione del famoso video, molto efficace sul piano comunicativo, An inconvenient truth, sui temi del cambiamento climatico. Nel suo discorso, di per sé un'ottima dimostrazione di come si parla in pubblico, calmi e sorridenti e con una precisa idea dei tempi e dei registri di comunicazione, Nancy Duarte analizza alcuni dei grandi discorsi fatti da grandi personaggi della storia contemporanea americana, da Martin Luther King, con il suo «I have a dream» dell‘agosto 1963 sui diritti civili della popolazione afroamericana al lancio del primo iPhone fatto da Steve Jobs nel 2007 che ha cambiato radicalmente il modo in cui la telefonia viene utilizzata da buona parte del mondo. Nell’arco di due anni, la Duarte ha letteralmente smontato centinaia di discorsi e ha provato a confrontarli per capire se esiste una struttura comune e se è possibile rappresentare questa struttura in modo grafico, così da dare una sorta di indicazione precisa a chi sta preparando un discorso. Il discorso di Nancy Duarte parte dal semplice concetto che al centro della nostra comunicazione più efficace c’è sempre una storia. Non è una sua scoperta, naturalmente. L’uso della storia, della narrazione, perfino della teatralizzazione come mezzo efficace di comunicazione è ben conosciuto fin dall’antica Grecia. (Le storie sono al centro anche dei buoni racconti sulla scienza, come spiega Lisa Vozza nel suo blog nell'Aula di Scienze). Ma oggi quali artifici usano i grandi oratori? E come possiamo fare per comunicare in modo efficace anche una sola idea, un solo concetto che vogliamo trasmettere al nostro pubblico? Intanto, dobbiamo avere molto chiaro quell’oggetto, quell’idea, quel ragionamento o quel prodotto. Poi dobbiamo essere consapevoli che quando parliamo in pubblico non siamo noi i protagonisti, anche se stiamo sul palco o in cattedra. Il ruolo centrale è proprio quello del pubblico, che deve appropriarsi dell’idea che stiamo proponendo, farla propria e portarla avanti, svilupparla, renderla strumento di cambiamento del proprio status quo, anche quando questo significa solamente aumentare la propria conoscenza e quindi imparare qualcosa di nuovo. Il ruolo attivo spetta al pubblico, l’oratore di fatto è un mediatore, un facilitatore. Si trova lì per produrre un cambiamento di attitudine in chi ascolta, e deve quindi usare tutti i mezzi per provocare una reazione, emotiva, intellettuale, cognitiva nel proprio pubblico. Un discorso che funziona produce una sorta di corrente, di tensione tra chi parla e chi ascolta. Una tensione che l’oratore deve imparare a percepire, a fare propria e a sfruttare per essere più efficace. E poi c’è lo schema delle presentazioni. che in definitiva ha sempre una forma molto semplice: una successione di linee dritte e di salti che collegano due stati diversi: lo stato di partenza e quello di arrivo. E il discorso è un andirivieni continuo tra questi due stadi, come vediamo nell’immagine in questa pagina. Ma il punto è che l’inizio e la fine del discorso stanno su due livelli molto diversi. E tanto più grande è il salto tra i due, tanto quello che si propone è diverso, innovativo, lontano dal punto di partenza. Ovviamente l’incipit, come nei romanzi, è molto importante. Serve a dare un contesto, a definire qual è lo status quo: oggi siamo a questo punto, questi sono i nostri diritti oggi oppure queste le conoscenze in un certo campo. Ma quasi subito si fa il primo salto, si dà un assaggio, uno sguardo sul futuro, su quello che possiamo essere se adottiamo un’idea, se facciamo un certo percorso, se scopriamo qualcosa di nuovo. Tanto più lo sguardo apre nuovi immaginari, proietta l’ascoltatore in un contesto nuovo e diverso, tanto più il salto produce una reazione. Quindi il gap deve essere molto netto e definito. Se sto proponendo una riforma devo subito dare uno sguardo a come il mondo del mio pubblico potrà cambiare se questa riforma viene adottata. Se sto facendo un corso di formazione, devo subito far capire a chi mi ascolta cosa potrà fare con gli strumenti che sto proponendo. Oggi sei qui, ma dopo questo discorso sarai là. Poi c’è lo sviluppo della presentazione, che è di fatto un continuo andare avanti e indietro, con riferimenti al presente, allo status quo, e continui affondi nel futuro, nello scenario dove vogliamo portare i nostri pubblici. Lo sviluppo serve a dare tutte le informazioni necessarie per arrivare al punto finale, serve a fornire anche la carica emotiva per rendere il pubblico attivo. E tanto più rendo esplicito cosa potrà fare effettivamente con gli strumenti che sto proponendo, qualsiasi essi siano, tanto più il pubblico mi seguirà. Infine, c’è la chiusura. E la chiusura deve essere sul livello più alto, nettamente. Deve dare lo scenario completo, deve trasportare il pubblico interamente nella nuova condizione, nel mondo dove l’idea, la conoscenza, la proposta che sto facendo sarà pienamente adottata e la vita sarà quindi diversa. Con uno slancio di fiducia nei confronti delle persone che ascoltano, con un passaggio di mano: adesso tocca a voi, usate questi strumenti, fate vostre queste idee e andate avanti. Un discorso strutturato in questo modo ha anche un preciso alternarsi di momenti di tensione e momenti distensivi. Nella retorica contemporanea americana, per esempio, ci sono molti momenti in cui si fa una battuta, un commento ironico, e quindi si stimola un grado di empatia con l’audience. Ed è quando questa empatia è stabilita che l’audience reagisce anche fisicamente alle parole del relatore. Tornando all’esempio del discorso di Steve Jobs, che non è semplicemente un momento di marketing ma piuttosto l’inizio di una nuova epoca della comunicazione, quando lo smartphone per eccellenza, l’iPhone, arriva nella nostra vita e la cambia radicalmente, questa struttura è rispettata al millesimo. Jobs parte dalla descrizione dei telefoni cellulari disponibili fino a quel momento: cos’è il telefono e come lo usiamo. E poi, subito, ci trascina in un mondo in cui il telefono non serve più solo per telefonare, ma diventa un oggetto completamente diverso. E con lui cambia tutta la nostra vita. Ma ancora non ce lo fa vedere. Usa la suspense, creata ad arte, per andare avanti e indietro tra il mondo pre iPhone e quello che sarà. E poi, quando finalmente lo accende, si stupisce lui per primo, e la sua sorpresa, il suo entusiasmo sono contagiosi. E’ innegabile che Steve Jobs sia stato uno dei più grandi visionari e innovatori della nostra epoca. Ha concepito un modo completamente diverso di comunicare attraverso la tecnologia. Ma prima di tutto, Jobs era un grandissimo comunicatore, un narratore orale difficile da eguagliare. E questo discorso, come ci fa notare Nancy Duarte lo dimostra anche per un altro motivo: c’è un imprevisto, un momento in cui il suo telecomando si inceppa. Ma Jobs no, lui non si inceppa affatto. Sfrutta quel momento per tenere incollato a sé il pubblico. Scende sul personale e racconta una storia. Attenzione, non inizia a perdersi nelle storie, non dà il via a una serie di aneddoti. Ne usa uno, solo per superare il momento di impasse senza perdere la connessione emotiva con chi lo segue. E poi torna al suo discorso, così come l’aveva preparato. Il grande oratore gestisce bene l’imprevisto perché ha in mente molto chiaramente dove vuole arrivare. E quindi può perfino usare l’imprevisto per rinforzare il legame che ha stabilito con il pubblico. Ma poi torna, sempre e comunque, alla struttura regolare della propria presentazione e la conclude esattamente come previsto, in un crescendo di entusiasmo e partecipazione.
L'intero discorso con cui nel 2007 Steve Jobs ha lanciato il primo iPhone.
L’intera presentazione di Nancy Duarte al TedxEast
Nota bene:  per attivare i sottotitoli in italiano cliccare sull’icona dei sottotitoli (la quarta da destra) e selezionare la lingua desiderata.
Storie solide sono al centro anche di un buon racconto dell'impresa scientifica. Per saperne di più: Lisa Vozza ha dedicato a questo argomento un post nel suo blog nell'Aula di Scienze.
duarte_presentation
duarte-evidenza
microphone_box

Devi completare il CAPTCHA per poter pubblicare il tuo commento